Nella Striscia di Gaza è guerra e tragedia umanitaria, tra stragi di civili e blocchi dei beni di prima necessità. I bombardamenti israeliani non si sono mai fermati nonostante il cosiddetto cessate il fuoco. Giovedì almeno quattro palestinesi, tra cui un bambino, sono stati uccisi nel centro e nel sud del territorio. Un drone ha colpito una tenda di sfollati a ovest di al-Zawayda, mentre altri attacchi hanno provocato vittime a Khan Younis e nel campo profughi di Bureij. In serata altri tre palestinesi sono stati uccisi nel bombardamento del campo profughi di al-Shati, a Gaza City. Secondo il ministero della Sanità, dall’entrata in vigore del “cessate il fuoco”, nell’ottobre 2025, sono stati uccisi almeno 1.602 palestinesi (tra cui almeno 351 bambini secondo l’UNICEF) e feriti quasi 5.800.
Le operazioni militari continuano anche lungo la cosiddetta “linea gialla”, che separa le aree della Striscia sotto controllo dell’esercito israeliano da quelle nelle quali è concentrata la popolazione palestinese. Carri armati e mezzi blindati israeliani si sono avvicinati alle tende degli sfollati nei pressi dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Nel settore orientale di Deir al-Balah, i militari avanzano con mezzi corazzati e bulldozer, distruggendo abitazioni e terreni agricoli e spostando progressivamente verso ovest il limite delle aree occupate.
Le restrizioni israeliane continuano intanto a impedire anche l’ingresso dei materiali necessari per affrontare l’inverno. Secondo Euro-Med Monitor, nella Striscia servono circa 200mila tende e un milione di teloni, mentre migliaia di kit per ripari d’emergenza rimangono bloccati ai valichi. Secondo le Nazioni Unite, circa 950mila sfollati vivono in zone esposte al rischio di allagamenti, oltre 400mila delle quali considerate ad alto rischio. Le tende sono spesso deteriorate, mancano materiali per ripararle e le restrizioni israeliane continuano a rallentare l’ingresso dei rifornimenti necessari. E anche gli aiuti umanitari sono fortemente limitati. Giovedì sono entrati soltanto 29 camion di aiuti umanitari su 237 complessivi: la stragrande maggioranza trasportava merci commerciali i cui prezzi restano inaccessibili per gran parte della popolazione. Soltanto due camion contenevano medicinali e materiali sanitari.
Ancora gravissima la situazione dei malati. Secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità di Gaza, oltre 21mila pazienti e feriti attendono di essere trasferiti all’estero per ricevere cure non disponibili nella Striscia. Di questi, 6.430 sono considerati casi prioritari per la gravità delle condizioni. Nell’intero mese di ottobre soltanto 209 persone sono riuscite a partire. Le evacuazioni sono avvenute in appena sette dei diciassette giorni previsti per il transito dei pazienti. Il ritmo attuale è del tutto insufficiente rispetto al numero di persone che hanno bisogno di interventi urgenti, cure oncologiche e trattamenti specialistici che gli ospedali di Gaza non sono più in grado di garantire.
in questo quadro, il nuovo viaggio in Israele di Tony Blair, ex premier britannico e membro del Board of Peace, è forse la rappresentazione più evidente del fallimento dell’organismo voluto e comandato da Donald Trump. Dopo aver incontrato Benyamin Netanyahu insieme a Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board, Blair – che sostenne la menzogna sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per giustificare l’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003, una guerra e una lunga stagione di violenze costate la vita a oltre 200mila civili iracheni – dovrebbe vedere oggi anche Gadi Eisenkot, probabile futuro incaricato di formare il governo israeliano. A quasi un anno dal mandato ricevuto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’organismo che avrebbe dovuto porre fine alla guerra, amministrare la transizione e avviare la ricostruzione di Gaza è ancora costretto a chiedere le più elementari e basilari concessioni ai dirigenti israeliani. E non è riuscito a ottenere neppure l’attuazione delle prime misure previste dal piano che lo stesso Trump ha imposto come soluzione per la Striscia.
Secondo la stampa israeliana, negli incontri non si parla dell’immediata cessazione dei bombardamenti e delle uccisioni dei civili, dell’ingresso senza restrizioni degli aiuti umanitari, dei medicinali e dei materiali per affrontare l’inverno. Nemmeno dell’evacuazione dei malati gravi che rischiano di morire in attesa di cure. Blair è tornato in Israele per discutere del disarmo di Hamas, chiedere a Netanyahu il permesso di costruire un minuscolo villaggio di prefabbricati nella parte della Striscia occupata dall’esercito e concordare le modalità per sostituire l’UNRWA. Gli inviati di Washington si ritrovano così a trattare con il governo responsabile della devastazione di Gaza non le misure urgenti per proteggere la popolazione, ma il possibile smantellamento dell’agenzia delle Nazioni Unite che dal 1949 assiste i profughi palestinesi, garantendo istruzione, sanità e servizi essenziali. Un obiettivo che Israele persegue da anni a Gaza come in Cisgiordania e che rischia ora di diventare parte integrante del progetto statunitense per il futuro della Striscia.
Il bilancio del Board of Peace racconta un fallimento totale. Non è riuscito neppure a ottenere l’ingresso a Gaza dei rappresentanti del comitato tecnocratico palestinese, costituito a gennaio sotto la propria supervisione per assumere l’amministrazione civile al posto di Hamas. La forza internazionale di stabilizzazione non è stata dispiegata. E Israele continua a impedire a circa 16.500 palestinesi, già selezionati e sottoposti persino ai suoi “controlli di sicurezza”, di raggiungere l’Egitto per essere addestrati a formare la nuova polizia. Tutte le strutture amministrative e di sicurezza concordate con Tel Aviv rimangono ostaggio delle sue decisioni. A quasi un anno dall’istituzione del Board of peace, la transizione è ancora ferma e a decidere cosa possa entrare a Gaza, chi possa uscirne e persino chi possa amministrarla continua a essere Israele.
Nella Cisgiordania occupata, intanto, esercito e coloni sfollano intere comunità palestinesi. A Hebron i soldati israeliani hanno concesso meno di cinque minuti agli abitanti di un edificio di sei piani per raccogliere i propri effetti personali e lasciare le case. Cinquanta palestinesi, tra cui bambini, anziani e malati, sono stati cacciati ieri dalle loro abitazioni nel quartiere di Abu Sneineh. L’edificio è stato trasformato in una postazione militare. È accaduto anche nel vicino quartiere di Jaber, dove un’altra famiglia di dieci persone è stata espulsa e la sua casa requisita dai soldati. Continuano quindi gli sfollamenti dopo l’operazione militare durata dieci giorni che, secondo le Nazioni Unite, ha costretto oltre tremila palestinesi ad abbandonare le abitazioni. Molti sono rientrati lunedì, trovando case devastate, mobili e distrutti, oggetti e soldi trafugati.
A Ras al-Ahmar, a sud di Tubas, sono ormai 44 giorni che i militari israeliani impongono pesanti restrizioni agli spostamenti degli abitanti. Ventiquattro delle 48 famiglie della comunità beduina, 94 persone tra cui 40 bambini, sono state costrette a trasferirsi. La maggior parte si è spostata dall’altro lato di una nuova strada militare, mentre due famiglie hanno raggiunto il villaggio di Aqqaba. Una strada e un cancello controllati dall’esercito impediscono il normale accesso all’acqua e ai mangimi per il bestiame. I coloni hanno danneggiato le condutture idriche e ostacolato i rifornimenti, mentre i militari hanno confiscato veicoli utilizzati per trasportare acqua e cibo per gli animali.
Alle porte di Gerico, a Ein ad-Duyuk at-Tahta, 65 palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprietà dopo che mercoledì i coloni israeliani hanno occupato otto abitazioni, trasferendosi con le famiglie e i bambini. I coloni hanno fatto irruzione in alcune case vuote e aggredito i residenti con pietre, costringendo alla fuga le famiglie che abitavano nelle vicinanze. I militari israeliani non solo non hanno sfollato i coloni abusivi ma hanno poi impedito l’accesso palestinese all’area. Alcuni video pubblicati mostrano gli israeliani all’interno delle abitazioni palestinesi, che celebrano l’occupazione come una sorta di vittoria nazionale e religiosa, raccontando l’emozione che provano a vivere in una casa non propria, a utilizzare oggetti rubati per cucinare e far divertire i bambini.
Un’altra comunità beduina è stata colpita dalle demolizioni nell’area E1, a est di Gerusalemme. A Bir al-Maskub l’esercito ha distrutto circa metà delle strutture, comprese quattro aree residenziali, e notificato ordini di demolizione per quelle rimaste. L’area è al centro del progetto israeliano di espansione degli insediamenti che, collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme, compromette ulteriormente la continuità territoriale palestinese. A Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron, militari e coloni hanno invece sequestrato trattori utilizzati per trasportare mangime destinato alle greggi delle comunità palestinesi, disperdendolo sul terreno insieme all’acqua delle cisterne. Particolarmente preoccupante la situazione di Umm al-Kheir, dove militari e coloni controllano i cancelli installati per bloccare gli abitanti, che vivono in un assedio fatto di blocchi al movimento e arresti. Il cancello di Umm al-Khair, chiuso durante l’ultima settimana di ottobre, era stato riaperto intorno al 1° novembre. Subito dopo, però, i coloni hanno installato una nuova barriera vicino al villaggio. Oggi entrambi i varchi risultano chiusi e i coloni gestiscono in autonomia i blocchi, grazie alle chiavi consegnategli dall’esercito. In questi giorni sono stati sequestrati diversi insegnanti del villaggio che provavano a recarsi sul posto di lavoro e i coloni hanno impedito agli studenti di raggiungere le scuole.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), tra il 1° e il 26 ottobre sono stati documentati 397 attacchi che hanno provocato feriti o danni alle proprietà palestinesi. È il dato mensile più alto dall’inizio delle rilevazioni dell’ONU, nel 2006, raggiunto prima ancora della conclusione del mese. Pagine Esteri