di Davide Tornielli
Herat. Il 4 ottobre 2026 Abdul Mansoor, Ministro per lo Sviluppo Rurale, ha presenziato in Badakhshan all’inaugurazione della strada che attraversa il corridoio di Wakhan, raggiungendo il confine cinese ad oltre 5 mila metri di altitudine. Si tratta di una regione isolata, al di là del quale Pechino fronteggia la resistenza della minoranza musulmana uigura, utilizzando una tecnologia avanzatissima centrata sul riconoscimento facciale. Nello Xinjiang il dragone sostiene una politica di insediamento di popolazione han dalle aree centrali ed ha recentemente inaugurato la nuova contea di Cenling. La strada, che risulta ultimata al 70%, è stata realizzata in due anni, con un costo di 5 milioni di dollari. Un risultato di ampia portata: con il completamento della Kandahar – Herat, in fase di costruzione, si renderà operativo il collegamento via terra tra Cina e Iran. Si evidenzia un sostanziale fallimento rispetto alla strategia occidentale delle sanzioni e un’espansione costante dalla sfera d’influenza cinese nei vari continenti.
Il secondo emirato appare impegnato nella definizione di un modello volto a coniugare dottrina integralista e società postindustriale: per fare funzionare un paese, sono necessari aeroporti, infrastrutture, comunicazioni. Nel tentativo, il governo talebano ha varato una nuova strategia: la discriminazione tecnologica. Si tratta di individuare nel patrimonio dell’antropocene avanzato quali strumenti possano essere considerati indispensabili e quali no. Un’auto lo è, a patto di non usare l’autoradio; un laptop anche, ma con limitazione alla rete. Internet è controllata a livello centrale e un algoritmo impedisce l’accesso ai siti ritenuti immorali. Un telefono satellitare, una parabolica sono vietati, in quanto possibili strumenti di diffusione ideologie immorali e contatti con gli infedeli. Un trattore, un aereo, un autobus -silenziato- sono invece considerati halal.
A prescindere dai proclami, il Secondo emirato appare più concentrato sulla politica interna, che sulla jihad internazionale, anche se i contatti con i gruppi radicali non si sono interrotti. Fa eccezione Daesh, che dopo gli anni dell’alleanza anti USA, si è trasformato in un nemico, proprio sul crinale della guerra santa. Il gruppo dirigente di Kabul, guidato da Baradar e Haqqani, preme sull’acceleratore delle riforme: il paese ha incassato il riconoscimento diplomatico della Russia e quelli di India e Cina appaiono a portata di mano. Per conciliare l’inconciliabile, l’emirato ha pensato di dare un giro di vite alla morsa dei diritti civili. Ad agosto ai funzionari pubblici è stato vietato di utilizzare gli smartphone: una decisione che incentiva le ultime risorse qualificate ad andarsene dal paese.
Kabul ha cercato di far fronte alla fuga di cervelli cooptando i tecnici, senza ottenere particolari risultati. È seguita l’idea di inserire uomini di apparato negli organici: a fronte dell’esodo generalizzato dei docenti universitari, Kandahar nel 2025 ha spinto per premiare con master giovani talebani. Al di là della rettorica e del conflitto tra i pragmatici e ortodossi, rimangono i problemi concreti. In un paese dove i collegamenti via terra erano paralizzati dagli anni ’90, la priorità nel 2021 riguardava i trasporti aerei. La diplomazia reale è fatta di trasformismi e tripli giochi, così un paese come la Turchia può rimanere all’interno della Nato, sviluppare una politica imperialista in Medio Oriente, confliggere con i sauditi per il primato religioso nel mondo sunnita.
Una soluzione fu trovata l’indomani della partenza della coalizione dall’aeroporto di Kabul. Tecnici turchi ed emiratini subentrarono agli occidentali, facendo funzionare le torri di controllo sotto gli sguardi soddisfatti dei talebani. Si utilizzò una forma di appalto esterno, cui beneficiarono Cina e, più recentemente, Russia. L’Afghanistan fornisce petrolio, grazie ai giacimenti del bacino di Amu Darya, che condivide con il Turkmenistan; nel gennaio 2023 i talebani hanno firmato un accordo per 25 anni con la Xinjiang Central Asia Petroleum, per giungere a una produzione giornaliera di 15 mila barili di greggio. La riserva più strategica è tuttavia nascosta nell’arido sud est del paese. Si tratta di un enorme deposito di terre rare, cui i cinesi aspirano per aumentare la propria autonomia nel far west dei semiconduttori. Il giacimento si trova a Khanneshin, sulle rive dell’Halmand river; gli studi stimano in 89 miliardi di dollari il valore delle riserve afghane (US Geological Survey). L’importanza del paese inoltre legata ad enormi giacimenti di rame e alla presenza di litio, fondamentale per la produzione delle batterie ricaricabili. Sono in gioco interessi immensi, considerando che il PIL afghano si aggira sui 19 miliardi, ma che per ora non impattano sulla condizione della popolazione locale.
L’importanza strategica della rete stradale afghana è aumentata con il blocco delle rotte energetiche ad Hormuz, come testimonino le autocisterne in uscita dall’Iran e dirette in Pakistan. La prima strada asfaltata a essere completata è stata la Kandahar – Kabul. L’autostrada per Herat, distante 557 chilometri, dovrebbe divenire operativa entro il 2028. L’obiettivo è riattivare il Ring road, circuito tra le principali città del paese realizzato negli anni ’60 e danneggiato durante le guerre succedutesi dal 1979. L’Afghanistan intende inoltre dotarsi di un sistema su rotaia: un primo tratto di ferrovia collegherà a breve Herat al posto di frontiera di Islam Kala, nei pressi del confine iraniano. Nelle maggiori città si va consolidando un ceto produttivo che beneficia della stabilizzazione, di una inflazione attorno al 5%, degli appalti e della ripresa del commercio internazionale. Sono imprenditori sopravvissuti al diluvio del 2021, che mal sopportano gli editti morali di Kandahar, ma apprezzano il clima economico e di ristabilita sicurezza.
L’Afghanistan confina a nord con le repubbliche islamiche ex sovietiche, che hanno mantenuto stretti legami con la Russia. Nonostante lo stigma politico, un gasdotto collegherà i giacimenti di gas del Turkmenistan ad Afghanistan, Pakistan e India, nemici acerrimi qui uniti in funzione dell’economia reale. Un progetto nato negli anni ’90, sabotato per 30 anni dagli insorti islamici e celebrato dai talebani al potere. Nell’agosto 2024 il mullah Abdul Baradar -architetto degli accordi di Doha- si è collegato da remoto con il ministro turkmeno Raşit Meredow per stringere l’accordo. Rispettando i tempi, il gasdotto, la cui lunghezza complessiva sarà di oltre 1.800 chilometri, ha raggiunto Herat.
L’Afghanistan ha fame: i suoi parametri si mantengono ultimi nelle statistiche internazionali. La grande periferia rurale rimane legata a un’agricoltura di autoconsumo e i piccoli coltivatori utilizzano strumenti manuali e qualche bovino per la trazione degli aratri. La manodopera per le imprese è fornita dalle masse emigrate dalle campagne -Kabul ha superato i 6 milioni di abitanti- e, più recentemente, dai rifugiati espulsi da Iran e Pakistan. Non essendoci rappresentanza, le condizioni di lavoro sono discrezionali e i dati sugli incidenti non vengono divulgati. L’Afghanistan ha sete: per gli effetti combinati del sovra sfruttamento idrico e del cambiamento climatico nel 2030 la capitale rimarrà senz’acqua. L’emirato sta ampliando la rete idrica, fatto che aumenta la tensione con l’Iran, che si trova a valle del bacino dell’Hari Rud. A 15 chilometri est di Herat è stata ultimata la diga di Pashdan su un progetto del 2011, sabotato allora dai talebani. L’impianto, in fase di riempimento, fornirà 2 megawatt di energia e acqua per 13.000 ettari di coltivazioni. Il bacino, cha ha inglobato una strada e alcuni insediamenti, ha una potenzialità di 54 milioni di metri cubi.
Il contrappasso dello sviluppo è la carcerazione domiciliare di 21 milioni di donne afghane e la sospensione delle libertà civili. La morsa si è stretta sul tema della comunicazione. Se i televisori sono ancora premessi, c’è chi insiste per ripristinare il divieto in vigore nel 1996, quando i pochi audaci eran fatti sfilare su carretti per i quartieri, con accanto i rottami catodici. Dato che musica, teatro, cinema e giochi sono vietati, si pensa che la gente si getterà nelle moschee o si diletterà nell’arte dei canti religiosi a cappella. Il divario con l’élite che, a differenza di quella passata ha trascorso anni nel paradiso dei vizi emiratino, diventa ogni giorno più evidente. Si consolida una casta, per la quale è possibile viaggiare nei paesi amici, sfoggiare quattro mogli -delle amanti solo si sussurra -, sfavillanti 4 x 4 e smartphone ultima generazione.
Il malcontento diviene ostilità considerando che un padre di famiglia per mantenere quattro figli, affitto e spese, debba fare due turni al giorno. Il fatto che le donne non possano più lavorare ha un impatto sul bilancio familiare, cui si sommano i balzelli e il fatto di dover ricorrere alle cliniche private per le cure. Lo stipendio di un operaio è 200 dollari e l’affitto di due locali ad Herat supera i 100 $ mensili. Una situazione che impatta sul fenomeno dei bambini di strada: minori tra i 4 e i 14 anni vagano per i quartieri periferici, vivendo di elemosine o rovistando tra i rifiuti. Alcuni possono tornare alle loro case a periodi alterni; altri sono stati espulsi. I costi sociali della illusione dei talebani di poter tornare a vivere come al tempo del Profeta sono dunque altissimi. Ma ciò che un regime ancora traballante non si può permettere è la rivolta sociale, come quella scoppiata nel dicembre 2025 nel vicino Iran. Da qui l’idea del consolidamento di una forza paramilitare su modello dei pasdaran. Il siparietto della polizia morale vestita di bianco che andava di casa in casa ad impartire consigli sulla virtù nell’Islam è caduto quando ad Herat a giugno i talebani hanno fatto fuoco sulla folla. Si trattava di una manifestazione spontanea, a fronte dell’arresto ispirato dai moralizzatori di decine di giovani accusate di non portare correttamente il velo. Ad oggi la città attende che le donne siano infine rilasciate. Pagine Esteri