Pagine Esteri – Il viaggio verso la Luna è soltanto una parte dell’ambizioso programma spaziale della Turchia. Ankara vuole conquistare un ruolo nel settore aerospaziale internazionale, ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero e rafforzare la propria autonomia strategica. Un progetto che comprende satelliti nazionali, una prima missione lunare senza equipaggio prevista per il 2027 e persino la realizzazione di uno spazioporto in Somalia. Obiettivi scientifici e industriali che si intrecciano con le ambizioni di politica estera di Recep Tayyip Erdoğan, in un momento in cui lo spazio è diventato uno dei nuovi terreni di competizione tra Stati Uniti e Cina.

Il prossimo appuntamento è previsto nella prima metà del 2027, quando Ankara intende lanciare la sua prima sonda diretta verso la Luna. Sviluppata dal Consiglio per la Ricerca scientifica e tecnologica turco (TÜBİTAK), la missione rappresenta il passaggio più impegnativo di un programma che punta a fare del Paese un protagonista, non più soltanto un utilizzatore, delle tecnologie spaziali.

La sonda, senza equipaggio, dovrebbe impiegare circa due mesi per raggiungere la Luna, entrare in orbita e condurre osservazioni scientifiche. Al termine delle operazioni è prevista una discesa controllata verso la superficie. Produzione e assemblaggio sono stati completati nel settembre scorso, ma restano da effettuare i test ambientali e di funzionamento. La data del lancio, dunque, non è ancora garantita. Secondo le autorità turche, oltre l’80 per cento della componentistica è di produzione nazionale.

La missione si inserisce in un percorso già avviato. Nel 2023 la Turchia ha messo in orbita İMECE, satellite nazionale di osservazione ad alta risoluzione. Nel 2024 ha inviato il suo primo astronauta, Alper Gezeravcı, sulla Stazione spaziale internazionale e ha lanciato TÜRKSAT 6A, il primo satellite per telecomunicazioni interamente sviluppato e prodotto nel Paese. Risultati che testimoniano la crescita di un comparto industriale nel quale collaborano istituzioni scientifiche, università e aziende private.

Resta tuttavia un problema fondamentale: Ankara non dispone ancora di una propria capacità autonoma di lancio e continua ad affidarsi a vettori stranieri, compresi quelli della statunitense SpaceX. Anche la missione lunare dovrà ricorrere a un lanciatore estero. È per superare questa dipendenza che assume particolare importanza il progetto di uno spazioporto in Somalia.

La scelta non è casuale. La posizione geografica somala, vicina all’Equatore e affacciata sull’Oceano Indiano, offre condizioni favorevoli per i lanci spaziali. La velocità di rotazione terrestre può infatti essere sfruttata per imprimere maggiore energia ai razzi diretti verso determinate orbite. La costa consente inoltre di programmare traiettorie sopra il mare, limitando i rischi per le aree abitate.

Il progetto si inserisce in una relazione già molto stretta tra Ankara e Mogadiscio, che comprende cooperazione militare, formazione delle forze di sicurezza e investimenti infrastrutturali. Per la Somalia potrebbe rappresentare un’opportunità di sviluppo tecnologico ed economico. Per la Turchia, invece, lo spazioporto è l’anello mancante di una strategia che punta a controllare l’intera filiera spaziale: dalla progettazione dei satelliti alla produzione dei motori, fino alle infrastrutture necessarie per raggiungere l’orbita. Un obiettivo ambizioso, che richiederà investimenti ingenti e anni di sperimentazione.

Mustafa Metin Kaşlılar, vicepresidente del Centro di ricerca sulla politica estera turca, considera il progetto somalo fondamentale per le ambizioni di Ankara. La ricercatrice in relazioni internazionali Hande Gül ha sottolineato a *The Media Line* come l’esplorazione spaziale offra opportunità che vanno oltre i risultati scientifici: sovranità tecnologica, sviluppo industriale e influenza diplomatica.

Non meno importante è il contesto internazionale. Satelliti per telecomunicazioni, osservazione terrestre, navigazione e sorveglianza sono ormai indispensabili per le economie e le capacità militari. Il controllo delle tecnologie spaziali significa quindi disporre di strumenti che incidono direttamente sulla sicurezza e sull’autonomia strategica.

Ankara cerca di evitare una dipendenza esclusiva da uno dei grandi schieramenti. Nell’agosto 2026 ha aderito agli Accordi di Artemis, l’iniziativa guidata dagli Stati Uniti per promuovere la cooperazione internazionale nell’esplorazione lunare. Una scelta che apre nuove possibilità di collaborazione con Washington, senza impedire alla Turchia di mantenere rapporti tecnologici e commerciali con Pechino.

Gli investimenti potrebbero produrre ricadute anche se la missione lunare dovesse subire ritardi. Lo sviluppo di satelliti, sistemi di propulsione e materiali avanzati può infatti favorire l’industria manifatturiera, l’aeronautica e la difesa, oltre a creare occupazione qualificata e nuove competenze ingegneristiche.

La strada resta difficile. La Turchia dovrà dimostrare di saper sviluppare vettori affidabili, completare infrastrutture complesse e sostenere economicamente un programma di lungo periodo. Ma, come osserva Hande Gül, il successo non si misurerà soltanto con il raggiungimento della Luna, bensì con la capacità di diventare «un attore tecnologicamente capace, diplomaticamente rilevante e istituzionalmente credibile» nel futuro dell’esplorazione spaziale.

La Luna è dunque il traguardo più visibile. La vera posta in gioco, però, è sulla Terra: conquistare autonomia industriale e rafforzare il peso internazionale della Turchia in un settore destinato a incidere sempre più sugli equilibri economici e strategici mondiali.