“Vogliamo che le nostre tasse siano spese qui, per le nostre scuole, la nostra sanità, le nostre infrastrutture. Non vogliamo che i nostri soldi siano mandati a finanziare apartheid, genocidio o guerra”. Abdul El-Sayed non ha rinunciato neppure nel discorso della vittoria, pronunciato nella notte elettorale a Detroit, alle posizioni che lo hanno reso uno dei candidati più contestati delle elezioni americane di Midterm. Ha appena sconfitto il repubblicano Mike Rogers, sostenuto da Donald Trump, conquistando il seggio del Michigan al Senato degli Stati Uniti. E lo ha fatto dopo una campagna segnata dagli attacchi islamofobi della destra, dall’ostilità di una parte consistente del Partito democratico e da una mobilitazione finanziaria senza precedenti della potente lobby filoisraeliana AIPAC.

Quarantadue anni, nato in Michigan da una famiglia di immigrati egiziani, Abdulrahman Mohamed El-Sayed è il primo musulmano della storia americana a essere eletto al Senato. Medico ed epidemiologo, già responsabile della sanità pubblica di Detroit e della contea di Wayne, appartiene all’ala progressista del Partito democratico, quella di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ma a distinguerlo dagli altri candidati è soprattutto la posizione assunta nei confronti di Israele, del genocidio a Gaza e della politica estera americana: El-Sayed chiede un embargo totale sulle armi destinate a Israele, comprese quelle che Washington classifica come difensive. Nonostante in campagna elettorale abbia dichiarato la sua generica opposizione al finanziamento degli eserciti stranieri, El-Sayed si è favorevole agli aiuti militari all’Ucraina, sostenendo una differenza nel sostegno a un paese invaso dalla fornitura incondizionata di armamenti a governi responsabili di violazioni del diritto internazionale.

Nel suo programma elettorale denuncia espressamente il genocidio nella Striscia di Gaza, gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e il tentativo di annessione del Libano meridionale. Sostiene l’applicazione delle leggi statunitensi che subordinano la vendita e la fornitura di armi al rispetto dei diritti umani e chiede il ripristino dei finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. In un’intervista concessa a 60 Minutes pochi giorni prima delle elezioni, ha ribadito che Israele ha commesso un genocidio e contestato la politica di Washington, che continua a dichiararsi favorevole alla soluzione dei due Stati mentre arma un governo israeliano impegnato, secondo El-Sayed, a impedirne la realizzazione. Non considera la soluzione dei due Stati l’unica possibile, purché qualsiasi accordo garantisca l’uguaglianza dei diritti.

Le sue posizioni non sono nate con la candidatura al Senato. Nel febbraio 2024 El-Sayed aveva aderito al movimento Uncommitted, la protesta elettorale organizzata in Michigan contro il sostegno dell’amministrazione Biden alla guerra israeliana a Gaza. Oltre 100mila elettori democratici votarono alle primarie senza indicare alcun candidato, chiedendo un cessate il fuoco immediato e un cambiamento della politica americana verso Israele. El-Sayed fu tra coloro che pubblicamente annunciarono l’intenzione di partecipare alla protesta, pur considerando Trump una minaccia per la democrazia statunitense. Dopo il ritiro di Biden dalla corsa presidenziale, nel luglio dello stesso anno, sostenne invece Kamala Harris, nella speranza che potesse modificare la posizione americana sulla guerra.

Due anni dopo, proprio il Michigan, che ospita una delle maggiori comunità arabo-americane degli Stati Uniti, è diventato il terreno della sua affermazione politica. Una parte degli elettori che nel 2024 aveva abbandonato i democratici per la posizione dell’amministrazione Biden su Gaza è tornata a sostenere un candidato del partito. In un reportage realizzato a Dearborn durante la campagna elettorale, il Guardian ha raccolto la testimonianza di un elettore che alle presidenziali aveva votato per Jill Stein, candidata dei Verdi: “Odio i democratici, ma amo Abdul”. Una frase che descrive la distanza ancora esistente tra una parte dell’elettorato arabo-americano e la dirigenza democratica, ma anche il consenso che El-Sayed è riuscito a costruire oltre quella frattura.

È soprattutto all’interno del Partito democratico che il suo successo assume un significato politico. Già candidato senza successo alla carica di governatore del Michigan nel 2018, El-Sayed si è ripresentato quest’anno sfidando alle primarie Haley Stevens, esponente dell’ala moderata del partito, sostenuta dalla governatrice Gretchen Whitmer, dal leader democratico al Senato Chuck Schumer e dal senatore uscente Gary Peters. A sostenere Stevens è intervenuta anche l’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, attraverso il Super PAC United Democracy Project. Secondo l’Associated Press, la lobby filoisraeliana ha investito quasi 30 milioni di dollari nella competizione, nel tentativo di impedire la candidatura di El-Sayed.

Il 4 agosto El-Sayed ha comunque sconfitto Stevens, conquistando la candidatura democratica al Senato. La vittoria ha rappresentato una battuta d’arresto per l’AIPAC, che aveva fatto della sua sconfitta una priorità. Intervistato pochi giorni dopo da Democracy Now!, El-Sayed ha accusato l’organizzazione di voler imporre una politica estera americana fondata sul sostegno militare incondizionato a Israele. “Volevano fare di me un esempio. E noi abbiamo fatto di loro un esempio”, ha commentato.

La sua campagna contro gli aiuti militari americani a Israele è diventata un argomento elettorale sufficientemente rilevante da spingere lo stesso Donald Trump a intervenire direttamente, proprio nel giorno del voto. Martedì 3 novembre, intervistato da Fox & Friends, il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti interromperanno entro la fine dell’anno i finanziamenti militari annuali a Israele, pari a circa 3,8 miliardi di dollari. Trump ha sostenuto di aver raggiunto un accordo con Benyamin Netanyahu, perché Israele sarebbe ormai abbastanza ricco da acquistare autonomamente le proprie armi. Ma ha anche ammesso il peso delle contestazioni elettorali: “Perché dovremmo subire gli attacchi di pazzi come El-Sayed quando non ne hanno bisogno?”, ha dichiarato, definendo i finanziamenti americani a Israele un argomento utilizzato dagli avversari contro i repubblicani.

L’annuncio, arrivato mentre gli elettori del Michigan erano ancora chiamati alle urne, è apparso anche come un tentativo di sottrarre consenso alle posizioni sostenute da El-Sayed e da altri candidati contrari al sostegno militare a Israele. Non rappresenta tuttavia un embargo sulle armi, come quello richiesto dal democratico. Trump ha precisato che Israele potrà continuare ad acquistare armamenti americani e non ha chiarito come intenda interrompere gli aiuti previsti dall’accordo decennale tra i due paesi, che scadrà soltanto nel 2028 e la cui attuazione coinvolge il Congresso. Lo stesso Netanyahu aveva già prospettato una progressiva riduzione dei finanziamenti diretti, accompagnata da una maggiore cooperazione industriale e tecnologica nel settore militare. Interpellato sull’annuncio presidenziale, El-Sayed ha risposto che “anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno”, senza pronunciarsi sulla sincerità delle intenzioni di Trump.

Le divisioni all’interno del Partito democratico, intanto, non si sono ricomposte neppure dopo le primarie. Il 1° novembre, a due giorni dal voto, Haley Stevens ha annunciato il proprio sostegno a Mike Rogers, il candidato repubblicano che avrebbe dovuto essere il principale avversario politico del suo partito. Stevens ha motivato la decisione richiamando le controversie sulle posizioni di El-Sayed e sulla sua collaborazione elettorale con il commentatore politico Hasan Piker, accusato di avere espresso posizioni antisemite. Il candidato democratico era stato criticato anche per alcune dichiarazioni successive all’attacco contro una sinagoga del Michigan, per le quali si era poi scusato. Il sostegno di Stevens a Rogers ha provocato nuove tensioni tra i democratici e le dimissioni di alcuni membri del suo staff.

Alla campagna contro El-Sayed si sono aggiunti gli attacchi di Trump e della destra repubblicana, che hanno preso di mira soprattutto la sua religione e le origini familiari. Il presidente americano lo ha definito un «jihadista» e ha sostenuto che avrebbe dovuto attraversare un metal detector per entrare al Senato. Rogers e altri esponenti repubblicani hanno cercato di collegarlo ai Fratelli Musulmani, senza presentare prove di una sua appartenenza all’organizzazione. El-Sayed ha respinto le accuse, denunciando il carattere islamofobo della campagna e rivendicando pubblicamente la propria identità musulmana.

Nella contesa è entrata anche la guerra americana contro l’Iran, alla quale El-Sayed si è opposto contestando il ruolo esercitato dal governo israeliano nel coinvolgimento di Washington nel conflitto. Durante il dibattito televisivo dell’8 ottobre, interrogato su quale tra Israele e Iran rappresentasse la minaccia maggiore per gli Stati Uniti, ha rifiutato di indicarne uno. Ha accusato Israele di aver spinto gli americani in una guerra che non avevano motivo di combattere e l’Iran di avere risposto colpendo altri paesi del Medioriente e aggravando la crisi energetica. Ha quindi ribadito che non intende sostenere guerre che considera estranee agli interessi della popolazione americana.

Nel suo programma cita anche Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti tra i paesi ai quali Washington non dovrebbe garantire finanziamenti militari senza condizioni.

La critica alle guerre è strettamente legata al resto del suo programma, centrato sulla sanità universale, sulla tassazione dei grandi patrimoni e sulla riduzione dell’influenza delle aziende e dei gruppi di pressione nella politica americana. Per tutta la campagna elettorale El-Sayed ha insistito sul rapporto tra le enormi risorse destinate agli interventi militari all’estero e le difficoltà quotidiane delle famiglie del Michigan, alle prese con i costi della sanità, dell’istruzione e dell’abitazione. Una piattaforma che ha ottenuto il sostegno di Sanders, Ocasio-Cortez ed Elizabeth Warren e che, dopo le primarie, ha portato anche Barack Obama e Kamala Harris a impegnarsi per la sua elezione.

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre quella campagna ha battuto il repubblicano Rogers in uno degli Stati più contesi del paese, conquistando per i democratici il seggio lasciato libero da Gary Peters. El-Sayed arriverà al Senato dopo aver sconfitto due avversari profondamente diversi: l’establishment filoisraeliano che aveva cercato di impedirgli di ottenere la candidatura e la destra trumpiana che aveva fatto della sua identità musulmana uno dei principali bersagli elettorali. Il fatto che lo stesso presidente degli Stati Uniti abbia citato il suo nome per giustificare l’annunciata interruzione degli aiuti militari a Israele, proprio mentre si votava, dà la misura del peso assunto dalla sua campagna nel dibattito politico americano. Un risultato elettorale che porta per la prima volta al Senato un musulmano e un rappresentante che ha fatto dell’embargo sulle armi a Israele e della denuncia del genocidio a Gaza impegni espliciti del proprio programma politico. Pagine Esteri