Pagine Esteri – Domenica la polizia portoghese è di nuovo intervenuta, e questa volta molto duramente, contro gli attivisti e le attiviste che da settimane protestano per il diritto alla casa e che si erano accampati nel centro di Lisbona e Oporto.
All’alba gli agenti hanno caricato le tendopoli in Piazza Rossio – nella capitale – e in Piazza Dom João I – nella città settentrionale portoghese – per costringere i manifestanti a rimuovere le tende. A Lisbona la rimozione della tendopoli, che gli attivisti sono riusciti ad evitare, è stata giustificata con la necessità di installare il mercatino di Natale.
Il bilancio dell’intervento è stato complessivamente di 13 attivisti arrestati e di 93 persone contuse e ferite. A Oporto un agente, vistosi circondato dai manifestanti pacifici, ha addirittura estratto la sua arma da fuoco.
L’indignazione suscitata dalla violenza dello sgombero ha spinto il presidente della Repubblica, il socialista Antònio José Seguro, a chiedere pubblicamente spiegazioni – come aveva già fatto dopo un altro sgombero violento, nella notte tra il 24 e il 25 ottobre – al primo ministro di destra Luìs Montenegro che però non ha desistito, spalleggiato dai sindaci delle due principali città del paese.
Lo schieramento, di nuovo in serata, di un gran numero di agenti nel centro di Lisbona ha mobilitato migliaia di persone che si sono unite agli attivisti pronti a difendere l’acampada per il diritto alla casa, e a quel punto il ministero dell’Interno ha impartito l’ordine di rinunciare al nuovo intervento violento, anche se alcuni automobilisti che suonavano il clacson in segno di solidarietà con i manifestanti sono stati multati per “schiamazzi”.
La destra bolla i manifestanti come “facinorosi”, denuncia che le acampadas sfregiano il decoro urbano e si fa forte di una legge che proibisce la manifestazioni notturne. Dall’inizio di ottobre la polizia è intervenuta contro le tendopoli – prima contro quella di Oporto e poi contro quella eretta nella capitale al termine di una partecipata manifestazione – una decina di volte, ma ad ogni sgombero gli attivisti hanno reagito montando di nuovo le tende.
D’altronte il problema dell’accesso alla casa è la priorità per una quota sempre più ampia della popolazione che deve fronteggiare un carovita che si somma all’aumento record dei prezzi degli affitti e delle compravendite.
La situazione esplosiva è il prodotto di vari fattori. Da una parte la turistificazione, con l’aumento abnorme dei flussi di visitatori, ha drogato il mercato degli affitti e ridotto fortemente l’offerta per i residenti. A ciò occorre aggiungere le politiche dirette ad incentivare pensionati, nomadi digitali ed expat provenienti da altri paesi – spesso con livelli di reddito assai più alti rispetto a quelli del Portogallo – a trasferirsi nel paese. Il boom di richieste ha attirato investitori stranieri e fondi di investimento, che hanno alimentato la speculazione. Mentre la domanda di alloggi cresceva anche a causa dell’aumento dei flussi migratori provenienti soprattutto dalle ex colonie portoghesi (al momento le persone nate al di fuori del paese rappresentano il 14% della popolazione), i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni si sono ben guardati dallo sviluppare adeguati piani di edilizia popolare. Il risultato è che ormai nelle principali città del paese gli affitti sono fuori portata. Il Portogallo sta vivendo la peggiore crisi abitativa dell’Unione Europea: secondo Eurostat, i prezzi delle case in Portogallo sono aumentati in media del 180% tra il 2015 e la fine del 2025, rispetto a una media UE del 64,9%, e con un salario minimo che non raggiunge i 1.000 euro, pagare 1.200 euro al mese per un bilocale è diventato impossibile. A Lisbona, in particolare, gli inquilini spendono il 116% del loro stipendio per l’affitto.
Invece di fornire risposte concrete, il governo di destra di Alleanza Democratica, coalizione egemonizzata dal Partito Sociale Democratico, ha risposto varando un pacchetto legislativo che rende gli sfratti più rapidi e facili, aumenta le prerogative per i proprietari degli immobili e fornisce loro agevolazioni fiscali, cancella il tetto all’aumento del prezzo degli affitti ed elimina la tassa imposta alcuni anni fa sugli appartamenti turistici.
È stato l’inizio dell’iter parlamentare della legge in questione – sostenuta, seppure in cambio di qualche modifica superficiale, anche dal partito di estrema destra “Chega!” – ad aver convinto il movimento per il diritto all’abitare a imitare i cugini spagnoli e a lanciare una mobilitazione che dovrebbe durare ancora varie settimane.
Intanto il Tribunale Amministrativo di Lisbona ha sentenziato che il divieto alle manifestazioni notturne, previsto da una legge del 1974 mai modificata, non è da ritenersi automatico né assoluto. Una vittoria del movimento di protesta che però non sembra smuovere il governo che alterna inviti al confronto a nuove minacce.
Ma la repressione indiscriminata sembra aver smosso alcuni settori della popolazione portoghese che finora si erano tenuta alla larga dalla protesta. Alle ultime manifestazioni si sono visti anche insegnanti, impiegati statali, pensionati e qualche professionista, scesi in piazza per supportare la lotta per il diritto a un tetto ma anche per difendere il diritto a manifestare. Anche il Partito Socialista ha aumentato il tono delle critiche rivolte al governo di destra, cercando di cavalcare il malcontento e interessato ad addossare all’attuale esecutivo tutte le responsabilità di una politica che sono stati anche i suoi leader a sostenere durante i nove anni precedenti all’insediamento di Montenegro. Esperti e movimenti puntano il dito soprattutto contro la cosiddetta “Legge Cristas” – varata nel 2012 per iniziativa della ministra di centrodestra Assunção Cristas su pressione della Troika europea, che ha permesso ai proprietari di aggiornare i canoni dei vecchi contratti di locazione stipulati prima del 1990 e di istituire un procedimento speciale di sfratto diretto ad accelerare il recupero degli immobili in caso di morosità o scadenza del contratto.
I movimenti per la casa, riuniti nel coordinamento “Casa para viver”, ha lanciato un appello ad una nuova mobilitazione per il prossimo 14 novembre, e sta cercando di convincere i sindacati portoghesi a indire uno sciopero generale che metta al centro il diritto all’abitare, sul modello di quello indetto in Spagna dai sindacati indipendenti e di base – ai quali si sono unite anche le confederazioni maggioritarie – per l’11 novembre. Intanto il cosiddetto “Fronte Comune”, che riunisce i sindacati del settore pubblico, ha indetto per il 20 novembre uno sciopero per “salari, diritti e servizi pubblici”, quattro giorni prima del voto finale del parlamento sulla legge di bilancio.

Nel frattempo, ieri mattina all’alba, la Polizia Nazionale e la Polizia Municipale di Madrid – la città e la regione sono governate entrambe dal Partito Popolare, di destra – hanno sgomberato l’accampamento per il diritto all’abitare di Puerta del Sol, dove migliaia di persone protestavano dal 26 settembre, in seguito allo sgombero di Maricarmen Abascal, l’anziana di 87 anni deceduta pochi giorni dopo.
L’operazione è iniziata alle 4 del mattino ed ha portato all’arresto di due attivisti per “disobbedienza e resistenza all’autorità”. Il violento sgombero è avvenuto nonostante la maggior parte dei comitati degli inquilini e dei movimenti per il diritto all’abitare avesse già annunciato la decisione di porre fine all’acampada nel centro di Madrid e l’intenzione di spostarsi nei diversi quartieri della città per costruire una maggiore partecipazione allo sciopero generale di 24 ore proclamato per l’11 novembre.
I manifestanti hanno denunciato un intervento definito violento e indiscriminato, le percosse inflitte agli attivisti colpiti anche dagli spray al peperoncino. Numerose persone hanno dovuto far ricorso alle cure mediche a causa dei colpi ricevuti. Oltretutto gli agenti hanno detto ai manifestanti che «tutto ciò che è rimasto all’interno delle tende e dei gazebo è stato dichiarato proprietà abbandonata dalla polizia giudiziaria» e che «non potranno recuperare nulla perché tutto verrà distrutto».
L’avvicinarsi dello sciopero generale dell’11 novembre sta generando un aumento delle polemiche, da parte del movimento per il diritto all’abitare e di vari movimenti politici e sindacali, nei confronti dei sindacati confederali Comisiones Obreras e UGT (Unione Generale dei Lavoratori). I sindacati degli inquilini di Valladolid e Granada, l’Unione degli inquilini di Saragozza, le sezioni locali della CNT e della CGT, i sindacati aragonesi e la Tavola rotonda sindacale di Madrid, in particolare, hanno espresso pubblicamente la loro opposizione alla “strategia elettorale” con cui i vertici dei principali sindacati stanno affrontando i preparativi per lo sciopero generale. In alcune città, come Saragozza, Valladolid e Granada, questa critica si è concretizzata nell’organizzazione di manifestazioni separate rispetto a quelle indette da CCOO e UGT.
La scissione è stata guidata da CNT Granada, dal Sindacato per l’edilizia abitativa di Granada, da LIZA, dal Comitato di coordinamento giovanile socialista e dall’Organizzazione studentesca socialista, che in una dichiarazione pubblicata il 28 ottobre hanno annunciato la “rottura” con le “burocrazie sindacali” «per impedire la strumentalizzazione del movimento per il diritto all’abitare da parte sia del governo che delle élite sindacali». Le realtà firmatarie dell’appello accusano entrambi i sindacati di voler «realizzare uno sciopero simbolico contro l’opposizione di destra e a favore del governo, trasformando uno strumento storico di lotta in uno strumento al servizio degli interessi elettorali del PSOE».
Da parte loro la Tavola Rotonda dei Sindacati di Madrid, composta tra gli altri da ASC, CGT, CNT, MATS, Co.Bas, Plataforma Sindical e Solidaridad Obrera, ha emesso un comunicato che afferma: «Non siamo disposti a trasformare lo sciopero generale in una pre-campagna elettorale per alcun partito politico. Né permetteremo che la nostra azione sindacale venga utilizzata per insabbiare l’operato dell’attuale governo, salito al potere nel 2018 promettendo “al nostro arrivo non ci sarà più un solo sfratto” mentre da allora più di 200.000 famiglie sono state sfrattate. Solo nel primo trimestre di quest’anno ci sono stati 4.005 sfratti. Maricarmen non è morta sotto un governo di destra».
Appelli e comunicati simili sono stati diffusi in praticamente tutta la Spagna da decine di realtà. I punti che accomunano le varie prese di posizione critiche con le principali confederazioni sindacali sono: la questione abitativa come fulcro della lotta contro la speculazione e gli sfratti; l’indipendenza di classe dalle manipolazioni elettorali; la richiesta di uno sciopero reale e combattivo costruito dal basso attraverso comitati unitari e assemblee; l’impegno a mantenere la mobilitazione anche dopo l’11 novembre. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria