L’Avana. A Cuba il tempo resta sospeso. La sconfitta di Trump è certamente accolta con favore. Una sconfitta che qui, sull’isola, si annunciava già nei racconti di amici e parenti che da Miami e dal resto degli Stati Uniti confidavano di non voler confermare il proprio voto ai repubblicani e, in molti casi, di essersi spostati verso i democratici. Ma questo non basta a festeggiare. La paura che Cuba possa diventare il bersaglio di Trump nel tentativo di recuperare consensi non si spegne con il risultato delle elezioni di metà mandato. E forse non è un caso che, proprio il 4 e 5 novembre, il governo e le Forze armate rivoluzionarie cubane abbiano confermato lo svolgimento dell’esercitazione strategica nazionale «Moncada 2026».

Due giorni di mobilitazione militare e civile in tutto il paese, seguiti il 6 novembre dalla Giornata nazionale della difesa. L’obiettivo dichiarato è verificare la preparazione delle forze armate, delle strutture di comando e dei consigli di difesa territoriali davanti all’eventualità di un’aggressione esterna. È la dottrina della «Guerra di tutto il popolo», che prevede il coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni nella difesa del territorio. Le esercitazioni erano già previste, ma la coincidenza con il voto statunitense racconta il clima che si respira sull’isola.

La stampa cubana segue con attenzione il risultato. Granma, Radio Rebelde e Radio Reloj raccontano la sconfitta repubblicana. I democratici riconquistano entrambe le camere del Congresso, strappando seggi anche in territori tradizionalmente repubblicani. Il voto è segnato dal malcontento per il costo della vita, dalle politiche migratorie e dalla guerra contro l’Iran. Per Trump si apre una seconda metà del mandato con un Congresso ostile, capace di bloccare parte della sua agenda legislativa e promuovere inchieste sulla Casa Bianca.

È il secondo risultato elettorale, in appena nove giorni, che interrompe l’avanzata delle destre vicine al presidente statunitense. Prima la rielezione di Lula in Brasile, poi le midterm. Due paesi e due dinamiche differenti, ma un elemento comune: il ruolo dei movimenti sociali e della cultura. In Brasile la rimonta di Lula è passata dalle strade, dalle manifestazioni, dagli studenti, dai sindacati, dagli artisti e da una mobilitazione digitale capace di raggiungere milioni di persone. Il deputato André Janones ha costruito una rete di comunicazione attraverso WhatsApp, mentre nelle città tornavano a riempirsi le piazze. Una mobilitazione che ha superato i confini del Partito dei lavoratori, coinvolgendo realtà sociali che hanno riconosciuto nel voto la possibilità di fermare il ritorno del bolsonarismo.

Negli Stati Uniti una parte della vittoria democratica è stata costruita fuori dagli apparati tradizionali del partito. Il risultato più significativo arriva dai Democratic Socialists of America, che portano almeno cinque nuovi candidati alla Camera dei rappresentanti: Darializa Ávila Chevalier e Claire Valdez a New York, Donavan McKinney in Michigan, Chris Rabb in Pennsylvania e Melat Kiros in Colorado. Candidati che hanno costruito le proprie campagne parlando di salari, sanità pubblica, diritto alla casa, immigrazione e disuguaglianze, spesso sfidando direttamente l’establishment democratico nelle primarie.

«Da una costa all’altra, gli elettori hanno sostenuto il socialismo per opporsi alla corruzione e alla barbarie di Donald Trump e dei repubblicani», scrivono i DSA nel comunicato diffuso dopo il voto. E aggiungono: «Sono pronti a sostituire l’oligarchia e l’imperialismo con Medicare for All, un embargo sulle armi a Israele e l’abolizione dell’ICE». L’organizzazione rivendica una presenza socialista al Congresso senza precedenti nella propria storia, costruita porta a porta, nelle assemblee e nei quartieri popolari.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York, nel 2025, aveva già mostrato la forza di questa nuova generazione politica. Le midterm ne confermano la crescita, anche se non significano che il Partito democratico sia diventato socialista. La novità è che una parte della sinistra non ha più bisogno di nascondere le proprie idee per vincere e che alcuni nuovi eletti sono arrivati al Congresso battendo proprio i candidati sostenuti dalla dirigenza del partito.

C’è poi il ruolo della cultura. Negli Stati Uniti, come in Brasile, artisti, musicisti, attori e protagonisti della comunicazione digitale hanno contribuito a rendere visibili le mobilitazioni, portando la discussione politica fuori dai luoghi tradizionali della rappresentanza. Dietro le vittorie ci sono però soprattutto organizzazioni di quartiere, attivisti per i diritti dei migranti, movimenti studenteschi, sindacati, associazioni contro il razzismo e reti di solidarietà con la Palestina. Per Lula e per i democratici statunitensi si apre così una questione: quale spazio avranno, dopo il voto, le persone e i movimenti che hanno contribuito a costruire le vittorie? In Brasile il bolsonarismo conserva quasi metà dell’elettorato, negli Stati Uniti i socialisti restano minoritari dentro il Partito democratico. Le piazze hanno contribuito a cambiare i rapporti di forza, ma non è detto che i governi e le direzioni politiche ne raccolgano le richieste.

Da Cuba, intanto, arriva un altro dato che impedisce facili entusiasmi. In Florida resistono tre figure centrali della politica statunitense contro l’isola: María Elvira Salazar, Mario Díaz-Balart e Carlos Giménez, tutti repubblicani di origine cubana. Giménez è stato rieletto, mentre Salazar e Díaz-Balart risultano in vantaggio in due collegi combattuti, con conteggi ancora da completare. Sono tre dei principali sostenitori delle sanzioni contro L’Avana, protagonisti delle pressioni per restringere i rapporti economici e politici con Cuba. «Siamo più vicini che mai alla fine del governo cubano», ha dichiarato recentemente Giménez. Una frase che racconta quanto quel blocco di potere, costruito per decenni attorno all’esilio anticastrista di Miami, non si sia dissolto con la sconfitta nazionale di Trump. Può aver perso parte del consenso, ma conserva rappresentanti, relazioni e capacità di pressione sulla politica estera statunitense.

Dall’altra parte arrivano al Congresso anche voci che su Cuba e sull’America Latina propongono una rottura esplicita con la politica di Washington. Claire Valdez, socialista eletta a New York, chiede nel suo programma la fine incondizionata delle sanzioni contro Cuba e il ripristino delle relazioni diplomatiche. «Tutte le nazioni hanno il diritto di decidere il proprio futuro», scrive, denunciando le sofferenze provocate dall’embargo. Ancora più netto Chris Rabb, eletto in Pennsylvania, che pochi giorni prima del voto, parlando delle ingerenze statunitensi in Brasile, Colombia, Venezuela, Cuba e Haiti, ha dichiarato: «Dobbiamo ritirare lo stivale militare che opprime queste nazioni. Dobbiamo permettere la loro autodeterminazione e rispettare la loro sovranità, indipendentemente da chi eleggano, perché non spetta a noi decidere chi debba andare al potere».

Rabb, nella stessa intervista, è andato oltre: «Da generazioni assassiniamo leader stranieri, è quello che gli Stati Uniti sanno fare meglio, ma l’ironia è che finiamo sempre per pagarne le conseguenze». E ancora: «Quando tutti quei conservatori razzisti si chiedono perché tanti immigrati arrivino alle nostre frontiere, la risposta è che destabilizziamo le loro società, corrompiamo i loro governi e mettiamo al potere fantocci al servizio degli interessi economici e militari statunitensi, che sono intimamente intrecciati».

Parole che riprendono le posizioni dei Democratic Socialists of America, che lo scorso agosto, nel centenario della nascita del comandante Fidel Castro Ruz, avevano chiesto la fine del bloqueo e delle minacce militari contro Cuba. Una differenza politica sostanziale rispetto ai rappresentanti repubblicani della Florida, che dovrà ora misurarsi con i rapporti di forza del Congresso e con la capacità dei movimenti di continuare a esercitare pressione sui propri eletti.

Intanto sull’isola continuano le difficoltà economiche, la crisi energetica e le conseguenze delle restrizioni commerciali e finanziarie statunitensi. Il risultato elettorale non riaccende la corrente nelle case, non riempie gli scaffali e non modifica le condizioni nelle quali milioni di cubani affrontano la quotidianità. Il 4 e 5 novembre, mentre negli Stati Uniti si celebra la vittoria democratica e in Brasile si prepara un nuovo mandato di Lula, a Cuba si svolge Moncada 2026. Nei centri di comando, nelle province e nelle strutture territoriali si verifica la capacità di risposta a un’eventuale aggressione. Un’immagine distante dalle feste elettorali di New York o San Paolo. Due vittorie hanno fermato, almeno nelle urne, l’avanzata del trumpismo. Le persone sull’isola oggi si chiedono solo quanto di quella sconfitta arriverà davvero fino a Cuba?