Pagine Esteri – Il risultato delle recenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti è stato netto: i Democratici hanno vinto sia al Senato sia alla Camera e controllano ora l’intero Congresso. Il voto non ha solo cambiato la mappa degli Stati Uniti colorando di blu contee e stati che alle scorse presidenziali avevano scelto Donald Trump o che vedevano un dominio repubblicano che durava da decenni.
In diverse competizioni chiave ad affermarsi sono stati candidati che non provengono dalla tradizione centrista del partito, ma sono figure legate alle correnti progressiste e liberal-socialiste quando non si tratta di esponenti di quelle apertamente socialdemocratiche, in particolare i “Democratic Socialists of America” (DSA).
DSA fu fondata nel 1982 sotto la guida di Michael Harrington, che la immaginava come “l’ala sinistra del possibile”: un’alleanza con i sindacati per spingere dall’interno il Partito Democratico verso posizioni di sinistra. Nel 2015 contava ancora solo circa 6.000 membri, ma la campagna di Sanders del 2016, la prima vittoria di Trump e l’elezione di Ocasio-Cortez cambiarono tutto, insieme al successo di Mamdani a New York.
I DSA – un’organizzazione di soci, con sezioni locali altamente autonome, che sostiene i candidati che si presentano sotto la bandiera del Partito Democratico – hanno eletto alla Camera ben sette dei loro rappresentanti: ad Alexandria Ocasio-Cortez e a Rashida Tlaib si affiancano ora Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez a New York, Melat Kiros in Colorado, Donavan McKinney in Michigan e Chris Rabb in Pennsylvania. Il loro successo cambia gli equilibri interni del Partito Democratico. La vittoria di Zohran Mamdani, socialista democratico, alle elezioni per il sindaco di New York nel novembre 2025, aveva già mostrato che un programma esplicitamente di sinistra poteva affermarsi in una competizione di primo piano.
Il risultato più simbolico arriva dal Maine. Troy Jackson ha sconfitto Susan Collins, la veterana repubblicana del Senato. Collins era considerata da anni imbattibile grazie al suo profilo moderato e alla capacità di attrarre voti indipendenti. Jackson ha un percorso diverso da quello del politico democratico tradizionale. È un ex boscaiolo, legato al mondo sindacale, e ha costruito la sua campagna attorno alla difesa dei lavoratori e alla critica del potere delle grandi imprese. È anche vicino a Bernie Sanders, che lo ha sostenuto. La sua vittoria contraddice un’idea molto diffusa negli ambienti del partito: che negli Stati in bilico si vinca solo spostandosi al centro. Jackson ha vinto parlando di salari, costo della vita e disuguaglianze, cioè di questioni materiali.
Non è un caso isolato. I candidati democratici hanno vinto in Texas, Ohio, Michigan e Georgia puntando sulle disuguaglianze e sui temi sociali. Si tratta di territori dove, fino a poco tempo fa, il partito faticava a competere e dove ora si è affermato grazie alla svolta progressista. L’idea che un messaggio economico redistributivo possa funzionare anche fuori dalle grandi città progressiste delle coste sembra aver trovato conferma.
Cosa propone l’ala socialdemocratica? Il programma ruota attorno a pochi punti, ripetuti con coerenza in tutto il Paese.
Il primo è il costo della vita. Affitti, sanità, istruzione e assistenza all’infanzia sono diventati insostenibili per molte famiglie non solo della classe lavoratrice, ma anche della cosiddetta classe media. Le proposte dell’ala socialista democratica comprendono il controllo degli affitti, un grande piano di edilizia pubblica, l’assistenza all’infanzia universale e gratuita, l’aumento del salario minimo federale, la riduzione della giornata lavorativa a 32 ore settimanali, università pubbliche gratuite.
Il secondo cardine è la sanità. La bandiera storica resta il Medicare for All, un sistema sanitario pubblico e universale finanziato dalla fiscalità generale. È una proposta che l’establishment del Partito Democratico ha sempre considerato troppo costosa e politicamente rischiosa ma che trova consensi sempre più ampi tra gli elettori.
Il terzo argomento è la redistribuzione fiscale. I socialisti chiedono di tassare in modo più deciso i grandi patrimoni e i redditi più alti e di colpire i profitti delle grandi aziende. Il loro messaggio contro le oligarchie economiche ha trovato terreno fertile in un elettorato deluso dall’aumento dei prezzi e dallo strapotere dei miliardari che durante l’era Trump ha raggiunto livelli prima ineguagliati.
Il quarto pilastro del discorso progressista riguarda la politica estera. Per l’ala più radicale, il rifiuto dell’interventismo militare e la riduzione delle spese belliche sono questioni centrali, insieme alla solidarietà con il popolo palestinese e alla volontà di ridurre, se non di troncare, il sostegno militare ad Israele.
A questi quattro capitoli programmatici si aggiungono altre proposte, come quella dell’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement, la famigerata ICE scatenata da Trump contro gli immigrati e chi dà loro sostegno.

Si tratta di un programma più vicino alla socialdemocrazia storica europea che all’estrema sinistra con cui gran parte della stampa americana lo identifica. Ma ciò che a Madrid o a Berlino può essere considerato un programma di centrosinistra, negli Stati Uniti rappresenta un elemento di rottura con la tradizione conformista e moderata del Partito Democratico. Il successo dell’ala socialista dei Dem apre una contraddizione con l’establishment del partito e i suoi sponsor economici.
Le vittorie significative degli esponenti progressisti, come quella di Abdul El-Sayed in Michigan, si basano su un’aperta critica al sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele e al coinvolgimento militare in Medio Oriente. Questa linea entra in rotta di collisione diretta con l’approccio geopolitico tradizionale dei vertici del partito e con gli interessi dell’industria degli armamenti.
La sinistra interna ha dimostrato la propria capacità di battere esponenti moderati storici partendo dal basso. Ciò alimenta il timore dell’establishment democratico che la leadership del partito al Congresso possa subire forti pressioni e condizionamenti o possa essere soppiantata grazie al protagonismo della base, rimpolpata dall’adesione ai Dem di una gran quantità di nuovi attivisti appartenenti alle giovani generazioni, alle minoranze etniche, ai sindacati.
Mentre i progressisti rivendicano che proposte radicali sull’economia, il welfare e la politica estera sono in grado di mobilitare settori di elettorato che altrimenti non sono interessati a sostenere i Dem, gli strateghi centristi ribattono che il successo generale del partito dipenda dalla costruzione di una coalizione inclusiva (big tent, la grande tenda) formata da candidati moderati in grado di attrarre i settori delusi del Partito Repubblicano.
Ma il conflitto interno al Partito Democratico non si limita al piano delle proposte e dei valori. L’ala progressista rifiuta categoricamente le donazioni provenienti dai Super PAC aziendali e dalle grandi lobby, come ad esempio l’AIPAC, un potente gruppo di pressione statunitense che finanzia i candidati di entrambi i partiti che si impegnano a sostenere lo Stato di Israele. L’establishment democratico, al contrario, fa strutturalmente affidamento su questi canali finanziari per sostenere le costose campagne elettorali. Questo crea un cortocircuito in cui i vertici del partito vengono accusati dalla base di essere “comprati dai miliardari”, mentre i progressisti vengono accusati dai moderati di prosciugare risorse preziose in guerre fratricide durante le primarie.
Secondo alcuni sondaggi demoscopici realizzati da istituti come il New York Times/Siena College, circa il 48% degli elettori democratici preferirebbe che il partito si muovesse verso il centro, mentre il 27% auspica uno spostamento a sinistra. In mezzo c’è una consistente fetta di indecisi.
Nei prossimi mesi la scelta del candidato democratico da opporre a Donald Trump o ad un suo eventuale successore – la sconfitta alle elezioni di MidTerm ha già aperto una feroce resa dei conti tra i repubblicani – dividerà i democratici come mai è avvenuto in passato. In appena un decennio, i Democratic Socialists sono cresciuti da 6.000 a oltre 100.000 membri, passando dai margini della politica alla carica di sindaco di New York e da due a sette rappresentanti al Congresso. Questa crescita, tuttavia, si basa su un terreno ben preciso: distretti urbani, giovani e solidamente democratici, dove vincere le primarie equivale a conquistare il seggio. I dati suggeriscono un altro limite, almeno per ora: le vittorie della corrente socialdemocratica sono alimentate principalmente da elettori giovani, bianchi e laureati, non dall’elettorato della classe operaia che la proposta socialista mette al centro. La questione è se il movimento riuscirà ad espandersi a elettorati più ampi o se, quantomeno, si consoliderà come una forza in grado di influenzare realmente l’agenda del Partito Democratico.
Per ora i nomi che circolano per le candidature presidenziali del 2028 – Gavin Newsom, Pete Buttigieg, Kamala Harris e Josh Shapiro – provengono tutti dai settori centristi del Partito Democratico. Inoltre la schiacciante vittoria dei Democratici ha reso meno decisivi i socialdemocratici al Congresso. Avendo ottenuto alla Camera 258 rappresentanti, se anche i sette socialisti votassero in blocco contro le indicazioni del partito, i Democratici avrebbero comunque più di trenta voti di vantaggio sui Repubblicani. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria