Pagine Esteri (con notizie di agenzie, foto fermo immagine da YouTube) – Per due notti Lado Amido ha dormito tra le montagne che sovrastano Kleinmond, una cittadina costiera del Capo Occidentale sudafricano. Quarantanove anni, originario del Mozambico, era arrivato in Sudafrica pochi mesi fa in cerca di lavoro. Poi, quattro giorni fa, qualcuno ha bussato alla sua porta. Quando ha aperto, si è trovato davanti una folla inferocita che gli ha intimato di lasciare il Paese. Gli immigrati, gli hanno detto, non erano più i benvenuti.
Amido è soltanto uno dei volti della nuova ondata di violenze xenofobe che sta attraversando il Sudafrica. Nelle ultime settimane proteste contro gli immigrati, inizialmente presentate come mobilitazioni contro la presenza di stranieri privi di documenti, si sono diffuse in diverse località del Capo Occidentale, degenerando in aggressioni, incendi e intimidazioni. Centinaia di persone provenienti soprattutto da Mozambico e Malawi hanno abbandonato le proprie abitazioni e trovato rifugio in municipi, centri comunitari e strutture di emergenza. Alcuni hanno trascorso notti intere nascosti tra le montagne o lungo la costa per evitare di essere individuati dalle ronde improvvisate che percorrevano i quartieri.

Nel municipio di Kleinmond sono ospitati circa cento immigrati. Molti possiedono documenti regolari, lavorano da anni nelle attività commerciali della zona o hanno figli iscritti nelle scuole locali. Eppure la distinzione tra immigrati regolari e irregolari sembra essere scomparsa nella rabbia che attraversa alcune comunità.
Secondo il governo mozambicano, almeno cinque suoi cittadini sono stati uccisi durante gli episodi di violenza registrati a Mossel Bay, altra città costiera della provincia. Le autorità sudafricane confermano per ora la morte di due cittadini mozambicani e stanno indagando sulle circostanze degli altri decessi segnalati da Maputo. Gli scontri hanno provocato inoltre l’incendio di oltre cinquanta abitazioni informali e lo sfollamento di centinaia di persone.
La scena si ripete da anni in Sudafrica. Dal 2008, quando le prime grandi esplosioni di violenza xenofoba causarono decine di morti, immigrati provenienti da Zimbabwe, Mozambico, Malawi, Nigeria, Somalia e altri Paesi africani vengono regolarmente accusati di sottrarre posti di lavoro ai cittadini sudafricani, abbassare i salari e contribuire all’aumento della criminalità. Numerose ricerche accademiche e analisi economiche non hanno trovato prove che colleghino in modo significativo la presenza degli immigrati all’aumento della criminalità o alla disoccupazione. Tuttavia la percezione popolare continua a essere alimentata da difficoltà economiche molto reali.

Il Sudafrica resta infatti una delle economie più sviluppate del continente ma anche una delle più diseguali. La disoccupazione ufficiale oscilla attorno al 30%, mentre quella giovanile supera ampiamente il 40%. Milioni di persone vivono in condizioni di precarietà e competono per opportunità lavorative sempre più scarse. In questo contesto gli immigrati diventano spesso il bersaglio più facile della frustrazione sociale.
Anche la politica contribuisce a esasperare il clima. In vista delle elezioni amministrative previste entro la fine dell’anno, diversi movimenti e partiti hanno intensificato la retorica contro l’immigrazione. Gruppi organizzati hanno promosso manifestazioni e campagne che chiedono l’espulsione degli stranieri privi di documenti, ma sul terreno la distinzione tra regolari e irregolari viene spesso ignorata.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha condannato le violenze e allo stesso tempo ha ribadito la necessità di affrontare le questioni legate alla migrazione. Nei giorni scorsi ha annunciato l’invio di emissari in diversi Paesi africani per discutere la situazione e contenere il deterioramento delle relazioni regionali causato dagli attacchi contro gli immigrati.

Le parole delle autorità, tuttavia, faticano a rassicurare chi vive la paura sulla propria pelle. Michael Markson, un lavoratore malawiano di 31 anni, racconta di aver trascorso una notte nascosto sulle montagne dopo essere stato avvertito che una folla stava cercando stranieri nel suo quartiere. Da lontano osservava i manifestanti attraversare la città armati di coltelli e bastoni. Ora attende assistenza per tornare nel suo Paese.
Molti altri stanno facendo la stessa scelta. Il Mozambico ha già avviato programmi di rimpatrio volontario e centinaia di cittadini hanno attraversato il confine per rientrare. Alcuni governi africani stanno organizzando operazioni di evacuazione per i propri connazionali.
Per Amido il sogno sudafricano è durato appena pochi mesi. Le poche cose che possedeva sono state saccheggiate quando la folla ha fatto irruzione nella sua abitazione. Ora, seduto nel municipio di Kleinmond insieme ad altri sfollati, attende di sapere se potrà ricominciare altrove. O se dovrà tornare nel Mozambico che aveva lasciato per sfuggire alla povertà. Una scelta amara che racconta il fallimento di una nazione ancora incapace di conciliare le proprie profonde ferite sociali con l’aspirazione, più volte proclamata dopo la fine dell’apartheid, di essere una casa aperta per tutti gli africani.