Pagine Esteri – La capitale indiana è stata teatro ieri di una delle più grandi mobilitazioni popolari degli ultimi anni contro il governo del primo ministro Narendra Modi. Migliaia di giovani hanno sfidato il divieto imposto dalla polizia e hanno cercato di raggiungere il Parlamento a Nuova Delhi nel giorno di apertura della sessione dei monsoni, chiedendo le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan e denunciando quella che definiscono la corruzione sistemica nel sistema degli esami pubblici.
La protesta è stata organizzata dalla Cockroach Janta Party (CJP), un movimento nato pochi mesi fa e rapidamente diventato un fenomeno nazionale grazie ai social media, prima di ottenere il sostegno di partiti dell’opposizione e di numerosi gruppi della società civile. Secondo diversi osservatori, rappresenta la più significativa sfida politica affrontata da Modi dall’inizio del suo terzo mandato.
Mentre migliaia di manifestanti affluivano verso il luogo del sit-in di Jantar Mantar, il governo ha aperto uno spiraglio al dialogo. Due dirigenti del CJP sono stati ricevuti dal ministro della Salute J.P. Nadda, già presidente del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito del premier. “Le nostre richieste sono chiare”, ha dichiarato il portavoce del movimento, Saurav Das, annunciando l’incontro con il ministro.
L’atmosfera nella capitale è rimasta però estremamente tesa. La polizia ha schierato centinaia di agenti e reparti paramilitari, ha eretto barricate lungo le principali arterie del centro e ha chiuso gli accessi agli edifici governativi nell’area del Parlamento. Le deviazioni del traffico hanno paralizzato gran parte della città.

Secondo la polizia, già nelle prime ore del mattino erano presenti oltre 10.000 manifestanti e lo spazio destinato al presidio risultava completamente esaurito. Le autorità hanno giustificato il divieto di marcia sostenendo che un afflusso maggiore avrebbe potuto creare situazioni pericolose.
Le immagini trasmesse dalle televisioni locali hanno mostrato agenti impegnati a respingere alcuni manifestanti con i manganelli nelle aree sbarrate. La polizia ha negato di aver fatto ricorso alla forza, sostenendo di aver gestito la protesta “in modo professionale”. Gli organizzatori hanno invece denunciato l’uso di lacrimogeni nei pressi del Parlamento. Anche alcuni giornalisti presenti sul posto hanno riferito di aver udito forti esplosioni, senza tuttavia poter verificare direttamente il lancio di candelotti.
Per tutta la giornata i manifestanti hanno scandito slogan contro il governo. “Dharmendra Pradhan dimettiti” e “Narendra Modi dimettiti” sono stati i cori più ripetuti, accompagnati da bandiere nazionali indiane.
All’origine della mobilitazione vi è lo scandalo della fuga di notizie che, nel maggio scorso, ha compromesso il test nazionale di ammissione alle facoltà di medicina, costringendo oltre due milioni di candidati a ripetere l’esame. Da allora, il movimento ha allargato le proprie rivendicazioni denunciando la frequenza delle fughe di notizie nei concorsi pubblici e accusando il governo di non essere in grado di garantire trasparenza e meritocrazia.
“Chi governa è ignorante e noi siamo qui perché non vogliamo più vedere gli esami truccati”, ha dichiarato Adi Nathan, ventunenne arrivato da Meerut per partecipare alla manifestazione. Dello stesso tenore le parole di Mohammed Tabrez, ventiduenne proveniente dallo stato dell’Uttar Pradesh: “Vogliamo che finisca questa corruzione. Basta con le frodi negli esami e nei concorsi”.
Un ruolo centrale nella protesta è stato assunto anche dall’attivista Sonam Wangchuk, noto per il suo impegno civile. Wangchuk si è unito al presidio il 28 giugno iniziando uno sciopero della fame a tempo indeterminato. Sabato scorso il suo trasferimento forzato in ospedale da parte delle autorità ha suscitato un’ondata di indignazione e ha dato nuovo slancio alla mobilitazione.

Dal letto d’ospedale l’attivista ha scritto una lettera chiedendo di poter partecipare, almeno temporaneamente, alla marcia verso il Parlamento. Ha inoltre dichiarato di essere disposto a interrompere il digiuno soltanto a tre condizioni: che il governo si assuma la responsabilità dei fallimenti del sistema educativo e delle fughe di notizie sugli esami, che vengano adottate misure concrete per impedirne il ripetersi e che parlamentari e leader dei diversi partiti si rechino a incontrarlo assicurando un impegno formale su questi punti.
L’ascesa del CJP evidenzia un malessere più profondo che attraversa la società indiana. Alla rabbia per gli scandali sugli esami si sommano infatti la disoccupazione giovanile, le difficoltà di accesso al lavoro qualificato e la crescente sfiducia verso le istituzioni. Per milioni di giovani, i concorsi pubblici e gli esami di ammissione rappresentano l’unica possibilità di migliorare la propria condizione sociale. Ogni episodio di corruzione viene quindi percepito non solo come un illecito amministrativo, ma come il furto di un’opportunità di vita.
Per il governo Modi la gestione di questa crisi potrebbe rivelarsi uno dei test politici più delicati del terzo mandato. Finora l’esecutivo ha privilegiato il controllo dell’ordine pubblico e l’apertura di un canale di dialogo con i leader del movimento. Resta da vedere se questo sarà sufficiente a contenere una protesta che, nata attorno agli scandali degli esami, rischia di trasformarsi in una più ampia contestazione del governo da parte delle nuove generazioni indiane.