Lo scorso 26 agosto, sedici soldati israeliani della brigata Givati si sono rifiutati di compiere una missione a Gaza, disobbedendo a ordini diretti dei propri superiori. L’ammutinamento non era dovuto a un disagio morale legato alle stragi perpetrate nella Striscia ma causato da un elemento apparentemente innocuo: la presenza di una soldatessa, paramedico dell’esercito. Avrebbe dovuto viaggiare con i militari del battaglione Rotem a bordo di un blindato inviato a compiere non si sa quale operazione.
La Givati è la brigata che Ofer Winter comandava durante il massacro di Rafah dell’agosto 2014. Dopo la cattura del tenente Hadar Goldin, Winter attivò la Direttiva Annibale e sulla città si abbatté una quantità devastante di fuoco aereo e terrestre. Amnesty International e Forensic Architecture contarono almeno 135 civili uccisi, tra cui 75 bambini, e documentarono attacchi contro abitazioni, ambulanze e l’ospedale Abu Youssef al‑Najjar. L’inchiesta parlò di “forti prove” di crimini di guerra e di possibili crimini contro l’umanità. Cinque anni prima, un attacco ordinato dall’allora comandante della Givati Ilan Malka aveva ucciso 21 membri della famiglia al‑Samouni, tra cui nove bambini, radunati in una casa seguendo le indicazioni dei militari israeliani. I soccorritori non poterono raggiungere i feriti per due giorni. Il rapporto della commissione Onu Goldstone concluse che il fuoco era stato intenzionalmente diretto contro i civili. Le denunce sono proseguite durante il genocidio in corso: militari dei battaglioni Shaked e Tzabar sono stati accusati in Brasile e Romania di demolizioni deliberate di abitazioni e distruzione di strutture civili. Nel 2025 la procura federale belga ha inoltre trasmesso alla Corte penale internazionale gli esposti contro due presunti membri della Givati per gravi violazioni commesse a Gaza.
Nel novembre 2024, i militari del battaglione Rotem furono indicati da testimoni e filmati come responsabili dell’incendio della scuola Mahdiya al-Shawa di Beit Hanoun, trasformata in rifugio per sfollati e bruciata poche ore dopo l’arrivo dei primi aiuti nel nord di Gaza da oltre quaranta giorni. Altri due suoi appartenenti, il sergente Yuval Shatel e il tenente Amit Nechmya, sono stati oggetto di iniziative giudiziarie internazionali per la distruzione di abitazioni, scuole e moschee, l’impiego di palestinesi come scudi umani, saccheggi e trasferimenti forzati.
Eppure, sedici membri della brigata hanno giudicato che fosse insopportabile viaggiare insieme a una donna nel carrarmato Namer, ritenuto dai soldati troppo stretto per garantire la distanza e la totale assenza di contatto fisico. L’ordine militare sul servizio congiunto consente a un soldato ultrareligioso di non partecipare ad attività miste, compresi i viaggi, quando esista un rischio ragionevole di contatto fisico, isolamento con una donna o quando la collega indossi un abbigliamento ritenuto “non consono”. Non è bastato a convincerli neanche il permesso rilasciato dal rabbino della brigata. I soldati hanno infatti preferito rivolgersi ai rabbini delle scuole religiose di appartenenza, figure esterne all’esercito, e attenersi alle loro indicazioni anziché agli ordini della catena di comando. Dal momento che l’approvazione di un rabbino esisteva già, non si è trattato di soddisfare una necessità religiosa, ma di scegliere consapevolmente di anteporre l’autorità della rete delle yeshivot – le scuole religiose ebraiche dedicate principalmente allo studio della Torah, del Talmud e della legge religiosa – a quella della catena di comando. I rabbini esterni sono stati chiamati a valutare un ordine militare e la rete delle yeshivot ha difeso la scelta dei soldati, così come hanno fatto i referenti politici ultrareligiosi. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich li ha chiamati “i miei combattenti di Givati”, dichiarando che i rabbini e i dirigenti delle yeshivot avevano esaminato la questione “in profondità” e ha promesso di chiedere spiegazioni all’esercito. Per il ministro, i militari non avevano disobbedito: avevano difeso il diritto e il dovere di servire senza rinunciare alla fede.
Non è dello stesso avviso l’esercito, che li ha condannati da cinque a dieci giorni di carcere. Il blindato non è partito ma la radicalizzazione religiosa dell’esercito, testimoniata da anni e esplosa dopo l’assalto a Gaza, non rappresenta il sintomo di una debolezza dell’esercito o la possibilità che la violenza disumana scatenata sulla Striscia e la sua popolazione possa attenuarsi. Al contrario, aggiunge una seconda fonte di autorità dentro i reparti e una teologia capace di trasformare la violenza coloniale in un compito sacro, la conquista in redenzione e la popolazione palestinese in una categoria alla quale non si applicano più neppure formalmente i limiti riservati ai civili.
La stampa israeliana ha documentato la presenza sulle uniformi di distintivi non ufficiali con messaggi messianici, razzisti e inneggianti alla distruzione di Gaza. Non sono manifestazioni private di fede ma simboli portati dentro le operazioni militari. Il distintivo ideologico sovrappone un’altra appartenenza, un altro mandato e, in alcuni casi, un’altra definizione del nemico. Il 4 giugno Uri Misgav ha raccolto su Haaretz messaggi che descrivono un esercito attraversato dalla coercizione religiosa e da un’attività missionaria continua. Le militari vengono escluse dal canto durante le cerimonie, costrette a indossare pantaloni lunghi durante gli addestramenti anche con alte temperature, respinte da uomini osservanti che non accettano di ricevere istruzioni da una donna. Misgav racconta che durante la Pasqua ebraica i militari laici subiscono controlli e perquisizioni alla ricerca del cibo lievitato vietato dalla legge religiosa. Di Shabbat non possono parlare al telefono negli spazi comuni della base e devono farlo nelle proprie stanze. Il rabbinato militare, il Corpo educativo e l’Autorità per l’identità nazionale ebraica organizzano lezioni, cerimonie e rituali. Molte attività sono obbligatorie e quando non lo sono formalmente, la pressione di superiori e commilitoni rende difficile sottrarsi. La sorveglianza non richiede sempre un ordine scritto: funziona attraverso il controllo reciproco, la pressione del gruppo e la possibilità che ciò che avviene nella base venga riferito al rabbino o alla yeshiva.
Yair Nehorai ha scritto su Haaretz che l’esclusione accelerata delle donne è parte di una lotta politica più ampia condotta dalla corrente messianica legata ai rabbini Zvi Yehuda Kook e Zvi Tau e dalle sue accademie premilitari. Per Nehorai le donne costituiscono un ostacolo non soltanto perché la loro presenza metterebbe alla prova i precetti osservati dai soldati, ma perché portano nell’esercito il principio di uguaglianza. Se una donna può essere pilota, comandante, istruttrice o paramedica, diventa più difficile imporre l’idea che il suo ruolo debba essere subordinato e che l’autorità religiosa abbia il diritto di determinarne i limiti. Il punto, anche qui, non riguarda le atrocità che le donne dell’esercito israeliano, così come gli uomini, stanno compiendo nella Striscia, mai messe in discussione dai rabbini delle yeshiva. Ma l’espulsione delle soldatesse dai reparti è un indicatore importante perché misura proprio il potere conquistato dai rabbini. Ed è un potere che si riflette direttamente sulla popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Il capo di stato maggiore, Eyal Zamir parla di “ribellione” ma allo stesso tempo continua a negoziare con i rabbini la presenza delle donne, a organizzare percorsi separati, a consentire che le accademie del nazionalismo religioso forniscano uomini e contenuti ai reparti. Denuncia la seconda catena di comando mentre ne riconosce il potere contrattuale.
Il 1° luglio Yaniv Kubovich ha riferito su Haaretz le testimonianze di cadetti ed ex allievi: la maggioranza dei relatori invitati ai corsi proverrebbe dallo stesso ambiente del nazionalismo religioso; i seminari educativi sarebbero organizzati con regolarità in accademie religiose della Cisgiordania occupata o in kibbutz religiosi. Il luogo e la selezione degli insegnanti trasformano la formazione dei futuri comandanti in un canale attraverso cui l’ideologia degli insediamenti entra nell’istituzione incaricata di proteggere ed estendere l’occupazione. L’ultimo tra i candidati della destra ultranazionalista scesi in campo a sostegno della rielezione di Netanyahu, Ofer Winter, generale ed ex comandante proprio della Givati, è stato invitato a tenere una lezione ai cadetti dell’esercito, senza la necessaria autorizzazione. In quel caso Winter dichiarò che “a Gaza non esistono civili non coinvolti” e che la soluzione è solo l’“emigrazione” – ossia la pulizia etnica – della popolazione palestinese dalla Striscia.
Nell’intervista di Haaretz, Nehorai spiega che la corrente messianica interpreta l’attacco del 7 ottobre come una tappa del disegno divino che avrebbe reso possibile il ritorno a Gaza. La devastazione della Striscia viene letta come una milhemet mitzvah, una guerra comandata dalla religione e il richiamo biblico ad Amalek, considerato l’archetipo biblico del nemico irriducibile di Israele, significa per la destra messianica trasformare l’avversario in un male assoluto, richiamando un comando di annientamento che non distingue tra combattenti e popolazione civile. La sua evocazione consente di sostenere che non esistano innocenti e la conquista e la ricostruzione degli insediamenti diventano parte della redenzione. Questa interpretazione non è necessaria per spiegare tutte le atrocità commesse dall’esercito israeliano e non è condivisa da ogni militare religioso. Ma la teologia messianica offre al genocidio una legittimazione ulteriore e più assoluta. Se il territorio è promesso da Dio, restituirlo ai palestinesi diventa tradimento. Se l’offensiva è un precetto, porle un limite significa opporsi alla redenzione. Se Gaza è Amalek e nessuno dei suoi abitanti è estraneo alla colpa, la distinzione tra civili e militari non viene soltanto violata nei fatti: viene dichiarata priva di significato.
Eliana Riva