Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Quando i riflettori della FIFA si spengono e gli ultimi tifosi lasciano il Messico, resta una domanda inevitabile: cosa ha lasciato davvero il Mondiale alle città che lo hanno ospitato?

Per oltre un mese Città del Messico, Guadalajara e Monterrey sono state presentate come il volto moderno del Paese, trasformate in vetrine internazionali attraverso grandi opere pubbliche, dispositivi di sicurezza straordinari e un’intensa campagna di promozione turistica. Ma dietro l’immagine patinata costruita per milioni di telespettatori, residenti, commercianti e movimenti sociali raccontano una realtà molto diversa.

Il bilancio finale del torneo restituisce infatti un quadro contraddittorio: i grandi numeri economici promessi dalle istituzioni convivono con una riduzione del turismo internazionale rispetto alle aspettative, con benefici concentrati nelle grandi imprese e con un pesante costo sociale sopportato soprattutto dai quartieri popolari.

La città trasformata per il calcio

La preparazione del Mondiale ha modificato profondamente l’organizzazione urbanistica delle cittá ospiti.

A Città del Messico, la ristrutturazione dello Stadio Azteca e della Calzada de Tlalpan, il viale che collega il centro storico con lo stadio, ha significato mesi di cantieri, deviazioni del traffico, interruzioni dei servizi e difficoltà quotidiane per i residenti, in particolar modo nei quartieri di Santa Úrsula e Huipulco, limitrofi allo stadio. 

Anche Monterrey e Guadalajara hanno vissuto una profonda riconfigurazione dello spazio urbano: nella prima città sono stati introdotti sistemi di accesso ai quartieri tramite codici QR e un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, mentre le facciate dei quartieri popolari venivano “tappate” per nasconderle agli occhi dei turisti di passaggio; nella seconda, l’operazione “Última Milla” ha limitato la mobilità nel raggio di tre chilometri dallo stadio, imponendo posti di blocco e chiusure stradali permanenti durante il torneo.

Murales, illuminazione e opere di riqualificazione hanno migliorato l’immagine delle città, ma molti abitanti denunciano che tali interventi siano stati pensati soprattutto per soddisfare le esigenze logistiche della FIFA, più che quelle delle comunità locali.

Messico

L’economia promessa e quella reale

Sul piano economico il bilancio è altrettanto ambiguo.

Secondo Deloitte, il Mondiale ha generato un impatto economico di circa 2,5 miliardi di dollari nel 2026 e oltre 100 mila posti di lavoro temporanei. Tuttavia entrambe le cifre risultano inferiori alle previsioni formulate prima del torneo. Il numero di visitatori internazionali è stato ridimensionato drasticamente: dalle stime iniziali di oltre 830 mila turisti si è passati a circa 494 mila, una riduzione del 40%.

Il calo del turismo straniero è stato compensato solo in parte dalla spesa dei consumatori messicani, che durante il torneo hanno speso mediamente più degli stessi visitatori internazionali. A beneficiarne sono stati soprattutto il commercio al dettaglio, il merchandising, la ristorazione e le grandi catene alberghiere.

Molto diverso il bilancio dei piccoli commercianti.

Nei quartieri attorno allo Stadio Azteca, numerosi esercenti hanno denunciato perdite fino al 90% del fatturato a causa delle chiusure stradali e dei dispositivi di sicurezza. Anche a Monterrey e Guadalajara, secondo le associazioni di categoria, i principali benefici economici si sono concentrati nei grandi operatori turistici, lasciando ai piccoli esercizi soltanto restrizioni e minore affluenza.

L’Alleanza Nazionale dei Piccoli Commercianti (ANPEC) descrive così un risultato solo apparentemente positivo: il torneo ha rilanciato temporaneamente i consumi e il morale collettivo, ma non ha prodotto quell’effetto strutturale di crescita economica promesso dalle autorità.

La città della festa e quella delle proteste

La distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà è emersa soprattutto nella gestione dello spazio pubblico.

Durante i festeggiamenti per la qualificazione del Messico agli ottavi di finale, oltre un milione di persone si sono riversate sul Paseo de la Reforma. La calca ha provocato almeno cinque morti per schiacciamento e asfissia, mentre si registrarono danni diffusi all’arredo urbano, atti di vandalismo e consumo incontrollato di alcolici. Le autorità hanno mantenuto un atteggiamento sostanzialmente permissivo nei confronti delle celebrazioni.

Ben diverso è stato invece l’approccio adottato verso le manifestazioni sociali.

Alla vigilia dell’inaugurazione del torneo, le madri buscadoras e le famiglie delle persone scomparse hanno tentato di raggiungere lo Stadio Azteca per attirare l’attenzione della stampa internazionale sull’emergenza delle sparizioni forzate. Il corteo é stato bloccato da reparti antisommossa, barricate di cemento e mezzi pesanti lungo Calzada de Tlalpan. Anche altri presidi solidali sono stati dispersi con l’uso della forza.

Nei giorni successivi analoghe misure di contenimento hanno interessato il Blocco Dissidente Trans e Non Binario durante il Pride di Città del Messico, al quale é stato impedito l’accesso allo Zócalo con la motivazione di garantire la sicurezza delle attività collegate al Mondiale e agli sponsor dell’evento.

La differenza di trattamento ha alimentato le accuse di una gestione selettiva dello spazio pubblico: ampia tolleranza verso le manifestazioni legate all’intrattenimento, rigidità e repressione nei confronti delle rivendicazioni sociali.

Messico

Le sparizioni non si fermano

Tra le immagini simbolo di questo Mondiale resteranno probabilmente quelle delle madri buscadoras inginocchiate davanti agli agenti in assetto antisommossa alla vigilia della cerimonia inaugurale.

Mentre le telecamere di tutto il mondo raccontavano la festa del calcio, in Messico continuano a scomparire in media 40 persone ogni giorno. I collettivi hanno riempito le aree attorno allo Stadio Azteca e il centro di Guadalajara con fotografie, murales e persino un album di figurine dedicato ai desaparecidos, nel tentativo di rompere il silenzio imposto dalla narrazione ufficiale del torneo.

Un’altra periferia invisibile: il presidio delle lavoratrici sessuali trans

Tra le categorie maggiormente colpite dalla trasformazione urbana in vista del Mondiale figurano anche le lavoratrici sessuali trans della Calzada de Tlalpan, storico corridoio del lavoro sessuale nella zona sud della capitale. I lavori di riqualificazione realizzati lungo l’arteria che collega il centro allo Stadio Azteca hanno ridotto drasticamente il passaggio dei clienti, compromettendo il reddito di centinaia di persone che dipendono quotidianamente da quell’area per il proprio sostentamento. Le associazioni che storicamente lavorano fianco a fianco con le sex workers, come Brigada Callejera, denunciano inoltre di essere state escluse dai processi decisionali relativi agli interventi urbanistici, chiedendo il riconoscimento del proprio diritto al lavoro e alla città.

In occasione del Pride di fine giugno, diverse collettive trans e lavoratrici sessuali hanno installato un presidio davanti alla Segreteria di Gobernación, chiedendo un incontro diretto con la ministra Rosa Icela Rodríguez e l’avvio di un tavolo di confronto sulla Ley Integral Trans, oltre a misure concrete per compensare le perdite economiche provocate dai cantieri e dalle restrizioni legate al Mondiale. Il presidio, iniziato il 18 giugno, è proseguito per giorni ed è diventato uno dei simboli delle mobilitazioni sociali parallele al torneo, riunendo persone trans, queer e lavoratrici sessuali attorno alla rivendicazione di diritti, riconoscimento e accesso alle politiche pubbliche.

La loro protesta si è intrecciata con quella delle madri buscadoras, della CNTE e dei collettivi LGBT+ esclusi dallo Zócalo durante il Pride, delineando un filo comune: mentre il governo investiva risorse senza precedenti per presentare al mondo l’immagine di una capitale moderna e accogliente, le rivendicazioni delle categorie più vulnerabili venivano progressivamente allontanate dagli spazi simbolo del Mondiale.

Gli insegnanti della CNTE: la protesta che il Mondiale non ha fermato

Neppure il Mondiale è riuscito a interrompere la lunga mobilitazione della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), il sindacato dissidente degli insegnanti che da mesi chiede l’abrogazione della riforma pensionistica, aumenti salariali e il rispetto degli accordi sottoscritti con il governo federale. Per oltre tre settimane, proprio mentre la capitale si preparava ad accogliere tifosi e delegazioni internazionali, migliaia di docenti hanno mantenuto un vasto accampamento nel Zócalo, la piazza principale della capitale, e nelle vie del centro storico, trasformando il cuore turistico della città in uno spazio di protesta permanente.

Le manifestazioni, iniziate prima dell’apertura del torneo, sono proseguite anche durante le settimane del Mondiale, tra blocchi stradali, cortei e tavoli di negoziazione che non hanno prodotto risultati definitivi. Secondo la CNTE, il governo ha preferito concentrare risorse economiche e capacità organizzativa sulla riuscita dell’evento internazionale piuttosto che affrontare le rivendicazioni del settore educativo. Nei giorni successivi alla conclusione del torneo, il sindacato è tornato a convocare nuove mobilitazioni per chiedere l’attuazione degli impegni assunti dalla Secretaría de Educación Pública e dall’Autorità Educativa Federale.

La protesta degli insegnanti si è così affiancata a quelle delle madri buscadoras, delle lavoratrici sessuali e dei collettivi LGBT+, delineando un quadro nel quale il Mondiale non ha sospeso i conflitti sociali del Paese, ma li ha relegati ai margini della narrazione ufficiale.

Una storia che si ripete

Non è la prima volta che il calcio convive con le grandi ferite del Paese.

Nel 1970 il Messico ospitò il Mondiale appena venti mesi dopo il massacro di Tlatelolco. Nel 1986, pochi mesi dopo il devastante terremoto del 1985, il presidente Miguel de la Madrid venne sonoramente fischiato durante la cerimonia inaugurale mentre il governo investiva milioni nella ristrutturazione degli stadi anziché nella ricostruzione delle aree colpite.

Anche questa terza Coppa del Mondo sembra inserirsi nella stessa continuità storica.

L’amministrazione della capitale ha incrementato di oltre il 180% la spesa destinata alla promozione turistica in vista del torneo, accompagnando gli investimenti infrastrutturali con tagli ad altri settori del bilancio pubblico, tra cui istruzione e amministrazione.

Parallelamente, i lavori lungo Calzada de Tlalpan hanno inciso anche sulle condizioni di vita di categorie già marginalizzate, come le lavoratrici sessuali della zona, private per mesi della propria fonte di reddito a causa dei cantieri. Nello stesso periodo sono proseguite le mobilitazioni della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), che continua a chiedere il rispetto degli accordi salariali e migliori condizioni di lavoro.

La festa finisce, i problemi restano

La cartolina del Mondiale è stata quella degli stadi esauriti, delle fan zone gremite e delle immagini spettacolari trasmesse in tutto il mondo. Ma, fuori dall’inquadratura, continuavano ad accamparsi gli insegnanti della CNTE, le lavoratrici sessuali trans chiedevano il diritto a lavorare, le madri buscadoras cercavano di rompere il silenzio sulle sparizioni forzate e numerosi commercianti locali denunciavano di essere stati esclusi dai benefici economici promessi. Terminata la festa, resta il contrasto tra la città vetrina costruita per la FIFA e quella vissuta quotidianamente dai suoi abitanti. È forse questa l’eredità più significativa del Mondiale 2026 in Messico: non aver creato nuove fratture, ma aver reso ancora più evidente l’esistenza di quelle che attraversano da decenni la società messicana.

Per qualche settimana il calcio ha monopolizzato lo spazio pubblico e l’attenzione internazionale. Finita la festa, però, restano le stesse domande che precedevano il torneo: chi ha davvero tratto vantaggio da questo Mondiale e quale eredità lascia alle comunità che lo hanno ospitato? Per molti abitanti di Città del Messico, Guadalajara e Monterrey, la risposta sembra essere la stessa di altre due edizioni della Coppa del Mondo disputate nel Paese: il pallone se ne va, ma la crisi resta.