Pagine Esteri – Gli Stati Uniti estendono la guerra alle infrastrutture civili iraniane, Teheran allarga la rappresaglia alle basi statunitensi nella regione. Nelle ultime ore la tregua concordata a giugno ha lasciato definitivamente il posto a una sequenza quotidiana di bombardamenti e contrattacchi che ormai coinvolge gran parte del Golfo, raggiunge la Siria e minaccia contemporaneamente le due principali rotte energetiche mondiali: lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandeb.
Per la sesta notte consecutiva aerei, droni e navi da guerra statunitensi hanno colpito l’Iran. Il Comando centrale degli Stati Uniti sostiene di avere centrato decine di obiettivi militari, tra cui sistemi di sorveglianza costiera e difesa aerea, strutture logistiche e capacità navali sull’isola di Qeshm e nei dintorni di Bandar Abbas, dove si trovano il principale porto iraniano e importanti installazioni dei Guardiani della rivoluzione.
Ma la lista fornita dalle autorità iraniane va molto oltre le strutture militari. Sono stati bombardati almeno cinque ponti, la stazione ferroviaria di Bandar Khamir, l’aeroporto di Iranshahr e una torre per le comunicazioni. Secondo l’agenzia di Stato Irna, sette persone sono state uccise sui ponti di Bandar Khamir. Un altro civile sarebbe morto a Pasabandar, vicino al porto sudorientale di Chabahar.
L’Iran ha risposto lanciando missili e droni contro installazioni statunitensi in Bahrain e Kuwait. Esplosioni sono state udite anche a Doha: il Qatar afferma di avere intercettato un missile iraniano e comunica che una bambina è rimasta ferita dalle schegge cadute durante l’operazione.
Per la prima volta dall’inizio del conflitto, Teheran ha inoltre rivendicato un attacco diretto in territorio siriano. I Guardiani della rivoluzione sostengono di aver colpito il centro di comando delle forze speciali statunitensi ad al-Tanf, nell’area desertica prossima al confine con Iraq e Giordania, come rappresaglia per l’uccisione di militari iraniani a Iranshahr. Hanno dichiarato anche di avere distrutto due sistemi radar utilizzati dagli Stati Uniti in Oman.
L’allargamento geografico degli attacchi corre parallelo all’estensione degli obiettivi. Il giorno precedente il ministero degli Esteri iraniano aveva accusato gli Stati Uniti di avere bombardato una zona vicina all’ospedale oncologico pediatrico Shahid Baqaei di Ahvaz, costringendo all’evacuazione d’emergenza 211 bambini sottoposti a chemioterapia. Washington non ha risposto all’accusa.
Il fronte decisivo rimane quello marittimo. Giovedì appena tre navi adibite al trasporto di materie prime hanno attraversato Hormuz, il numero più basso da maggio. Prima della guerra ne transitavano in media 125 al giorno. Per il secondo giorno consecutivo non è passato dallo stretto alcun grande trasportatore di greggio o di gas naturale liquefatto. Alcune petroliere si sono fermate nel Golfo dell’Oman, altre hanno invertito la rotta.
L’Iran ha ripristinato il blocco dello stretto dopo aver attaccato alcune navi che tentavano di attraversarlo; gli Stati Uniti hanno risposto imponendo nuovamente il blocco dei porti iraniani. I Guardiani della rivoluzione avvertono che nessuna esportazione di petrolio e gas potrà passare attraverso Hormuz finché continueranno i bombardamenti americani. Teheran avrebbe inoltre chiesto agli Houthi dello Yemen di prepararsi a chiudere Bab al-Mandeb, all’ingresso del Mar Rosso, nel caso in cui Washington colpisse le infrastrutture energetiche iraniane. La simultanea interruzione delle due rotte minaccerebbe una quota enorme degli approvvigionamenti mondiali.
Il prezzo del Brent ha raggiunto 84,30 dollari al barile e quello del greggio statunitense 79,11. Entrambi sono aumentati di quasi il 12 per cento in una settimana. La guerra comincia così a trasferire i suoi effetti dall’area militare all’economia mondiale, con il rischio di nuovi rincari dell’energia e dell’inflazione.
In mezzo ai bombardamenti resta formalmente aperto un canale negoziale. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt sostiene che l’Iran continui a parlare con Washington e voglia raggiungere un accordo. Secondo l’amministrazione Trump, la nuova offensiva sarebbe stata ordinata perché Teheran ha violato il memorandum di giugno, che gli imponeva di non attaccare le navi commerciali. La stessa Casa Bianca assicura che Trump rimane disponibile alla diplomazia. Una disponibilità accompagnata, ormai da sei notti, dalle bombe. L’Iran accusa gli Stati Uniti di violare gli accordi, mentire e fingere di negoziare mentre bombarda, distrugge e uccide, una modalità standard utilizzata da Washington dagli inizi degli attacchi. Pagine Esteri