Pagine Esteri – L’ennesima – per quanto relativa – chiusura del transito delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz in seguito alla ripresa della guerra tra Stati Uniti e Iran ha convinto i paesi produttori di idrocarburi ad accelerare i piani per predisporre delle rotte alternative. Si va da nuovi porti sul Golfo di Oman a oleodotti verso il Mar Rosso fino alla creazione ex novo o al ripristino di collegamenti terrestri.
Le petromonarchie vogliono assolutamente ridurre la propria dipendenza da Hormuz. Anche se lo stretto riaprisse del tutto domani, ci vorrebbero mesi per riportare la situazione alla condizione pre-guerra, e comunque lo stretto sarebbe oggetto di uno sgradito condizionamento da parte di Teheran e suscettibile di nuove chiusure in caso di un nuovo conflitto.
Prima dell’aggressione israelo-americana a Teheran attraverso lo stretto di Hormuz transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. Le alternative già esistenti permettono di ridurre parzialmente l’impatto del blocco iraniano e del contro-blocco statunitense, ma non consentono di disporre di una capacità sufficiente a sostituire integralmente il traffico nello stretto, pari in condizioni normali a circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno.
A soffrire maggiormente il blocco – a parte l’Iran – sono in particolare il Qatar, il Kuwait e il Bahrein, che non dispongono di consistenti corridoi di esportazione indipendenti dal braccio di mare al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran.
Negli Emirati Arabi Uniti, il colosso logistico DP World sta valutando la costruzione di un nuovo porto multifunzionale e di una terminal container sulla costa orientale del paese, nella regione di Fujairah. Il progetto permetterebbe alle navi di raggiungere gli Emirati dal Golfo di Oman senza attraversare Hormuz, riducendo l’attuale dipendenza da Jebel Ali, il principale scalo commerciale di Dubai. Fujairah è tra l’altro già il terminale dell’oleodotto Habshan-Fujairah, lungo circa 380 km e operativo ormai dal 2012, attraverso il quale Abu Dhabi può esportare circa 1,5 milioni di barili di greggio al giorno senza utilizzare lo stretto. Gli Emirati stanno ora accelerando i progetti diretti a raddoppiare tale capacità entro l’inizio del prossimo anno; il governo locale sta valutando la costruzione di due ulteriori condutture. Gli scali orientali, tuttavia, non sono attualmente in grado di assorbire i volumi movimentati da Jebel Ali e dagli altri grandi porti situati all’interno del Golfo.
L’Arabia Saudita utilizza invece l’oleodotto Est-Ovest, lungo circa 1.200 km, che collega i giacimenti della Provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Circa cinque milioni di barili al giorno sarebbero attualmente trasferiti lungo questa direttrice, che dispone di una capacità progettuale che ammonta a quasi il doppio. Quest’oleodotto fu costruito durante la guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, quando il passaggio per lo stretto di Hormuz fu temporaneamente minacciato. Prima della guerra attualmente in corso era scarsamente utilizzato ma ora il regime saudita sta lavorando ad un ampliamento.
Questo corridoio evita Hormuz, ma espone le petroliere al passaggio attraverso Bab el Mandeb, dove un’eventuale ripresa degli attacchi degli Houthi yemeniti potrebbe creare un ulteriore blocco delle esportazioni regionali.
Anche l’Iraq sta studiando la riattivazione o la costruzione di oleodotti terrestri da Bassora verso Haditha e da lì fino al porto turco di Ceyhan o a quello siriano di Baniyas. Si tratta però di infrastrutture ancora in fase progettuale, che richiederebbero ingenti investimenti, accordi fra più governi e quindi diversi anni per entrare in funzione. Sul fronte commerciale, diverse compagnie di navigazione hanno sperimentato collegamenti attraverso Salalah, Gedda, Khorfakkan, Fujairah e Sharjah, combinando servizi marittimi regionali e trasporto su strada. Hapag-Lloyd ha utilizzato Sharjah come scalo di trasbordo, con un collegamento terrestre doganale verso Khorfakkan, per servire alcuni mercati dell’Alto Golfo senza impiegare le proprie grandi navi nello stretto. La compagnia ha però sospeso dal 9 luglio alcune soluzioni terrestri attraverso Gedda, a dimostrazione della capacità limitata e della continua evoluzione di questi corridoi.
Il Kuwait sta invece lavorando alla creazione di una rete di grandi depositi petroliferi all’estero. Il governo sta facendo degli accordi con altri paesi – in particolare Oman, Giappone e Corea del Sud – per stoccare grandi quantità di greggio all’estero quando Hormuz sarà riaperto, allo scopo di aggirare il blocco delle esportazioni in occasione di una nuova eventuale chiusura del passaggio.
Il Qatar non ha invece grandi alternative ad Hormuz perché esporta soprattutto gas naturale, che viene in gran parte trasferito all’estero via nave sotto forma di gas liquefatto. Per aggirare efficacemente lo stretto tra l’Iran e la penisola arabica, il Qatar non solo dovrebbe realizzare dei gasdotti ma anche delle costosissime piattaforme di liquefazione nei luoghi dove arrivano le condutture.
In generale, rispetto a quelle marittime, le rotte terrestri comportano più passaggi, tempi di consegna maggiori e costi nettamente superiori. Invece la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza permette sì di evitare il Mar Rosso e Bab el Mandeb, ma non costituisce un’alternativa a Hormuz per le merci o l’energia che si trovano già all’interno del Golfo visti i lunghissimi tempi di percorrenza. La crisi sta dunque accelerando investimenti che potrebbero modificare nel lungo periodo la geografia energetica e commerciale della penisola arabica. Nel breve termine, tuttavia, nessuna combinazione di porti, oleodotti e ponti terrestri può sostituire completamente lo Stretto di Hormuz. Inoltre l’Iran potrebbe comunque tenere sotto scacco le esportazioni di idrocarburi delle petromonarchie sunnite prendendole di mira con droni e missili, come ha già fatto nei mesi scorsi attaccando l’oleodotto Est-Ovest o il porto emiratino di Fujairah. – Pagine Esteri