Benyamin Netanyahu – Likud, maggioranza uscente
Primo ministro israeliano e leader del Likud, ha guidato la devastante offensiva militare contro Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Si oppone alla nascita di uno Stato palestinese e rivendica l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. Nel settembre 2025 ha dichiarato: «Non ci sarà uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano», aggiungendo di averne impedito la costituzione per anni. Sostiene il mantenimento del controllo militare israeliano su Gaza fino alla distruzione di Hamas e ha respinto le accuse di genocidio e crimini di guerra rivolte al suo governo.
Gadi Eisenkot – Yashar, opposizione
Ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e principale sfidante di Netanyahu, ha partecipato al gabinetto di guerra fino al giugno 2024. È associato alla cosiddetta «dottrina Dahiya», elaborata durante il suo comando militare, che prevede l’impiego di una forza militare sproporzionata e la distruzione di infrastrutture nelle aree da cui operano gruppi armati. Contrario alla costituzione di uno Stato palestinese, definisce il principio dei «due Stati per due popoli» un errore. Ha promesso di eliminare il governo di Hamas a Gaza entro 18 mesi, anche attraverso nuove operazioni militari. In Cisgiordania sostiene il mantenimento delle colonie autorizzate da Israele, ma si oppone agli avamposti illegali anche secondo la legislazione israeliana e al progetto coloniale E1.
Naftali Bennett – Insieme, opposizione
Ex primo ministro e figura storica della destra nazionalista religiosa, guida l’alleanza elettorale con Yair Lapid. È contrario allo Stato palestinese e favorevole all’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. Nel 2018, durante le manifestazioni palestinesi lungo la barriera di Gaza, sostenne che i militari avrebbero dovuto sparare per uccidere chiunque tentasse di attraversarla. Alla domanda se ciò valesse anche per i minorenni, rispose: «Non sono bambini, sono terroristi». Sostiene il mantenimento delle operazioni militari nella Striscia fino al disarmo di Hamas. Nonostante abbia governato con l’appoggio di Ra’am nel 2021, oggi esclude i partiti arabi dalla futura coalizione.
Yair Lapid – Insieme, opposizione
Ex primo ministro, leader di Yesh Atid e alleato elettorale di Bennett. In passato ha sostenuto la soluzione dei due Stati, ma non ne propone un’immediata realizzazione e non ha assunto impegni per fermare l’espansione delle colonie. Ha sostenuto l’offensiva contro Hamas, criticando Netanyahu soprattutto per l’assenza di una strategia politica successiva alla guerra. Propone di affidare all’Egitto l’amministrazione di Gaza per 15 anni, mantenendo il disarmo di Hamas come obiettivo prioritario. Ha respinto l’accusa di genocidio contro Israele, pur criticando le dichiarazioni dei ministri favorevoli alla fame imposta ai civili e all’impiego di armi nucleari contro Gaza.
Yair Golan – Democratici, opposizione
Ex vicecapo di stato maggiore dell’esercito e leader dei Democratici, nati dalla fusione tra Laburisti e Meretz. È il principale esponente dell’opposizione sionista che mantiene come obiettivo, pur non immediato, una soluzione a due Stati. Sostiene la separazione politica dai palestinesi, ma vuole conservare il controllo israeliano sulla sicurezza e i principali blocchi coloniali. Nel maggio 2025 denunciò il rischio che Israele diventasse uno Stato paria, sostenendo che un Paese civile non «uccide bambini per divertimento». Successivamente precisò che non stava accusando l’esercito di farlo, ma denunciando la visione dei ministri estremisti. Nell’ottobre 2023 aveva sostenuto la legittimità di impedire gli aiuti a Gaza fino alla liberazione degli ostaggi, posizione poi ridimensionata.
Avigdor Lieberman – Yisrael Beiteinu, opposizione
Ex ministro della Difesa e leader della destra nazionalista laica, è uno degli avversari più decisi di Netanyahu, ma mantiene posizioni particolarmente dure sui palestinesi. Nel novembre 2023 dichiarò che «non ci sono innocenti a Gaza». Durante la campagna elettorale del 2026 ha proposto di sciogliere l’Autorità nazionale palestinese e cancellare gli accordi di Oslo, affidando alla Giordania l’amministrazione delle aree palestinesi A e B della Cisgiordania, mentre Israele conserverebbe il controllo territoriale e militare. L’obiettivo dichiarato è impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Itamar Ben Gvir – Otzma Yehudit (Potere ebraico), maggioranza uscente
Ministro della Sicurezza nazionale ed esponente dell’estrema destra kahanista, sostiene l’annessione dei territori palestinesi, il ritorno dei coloni israeliani a Gaza e l’inasprimento delle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi. Nel settembre 2026 ha presentato un piano elettorale per favorire quella che definisce «emigrazione volontaria» di 1,8 milioni di palestinesi dalla Striscia entro sette anni, finanziando i Paesi disposti ad accoglierli. In un’intervista del 25 ottobre ha ribadito che Israele dovrebbe conquistare tutta Gaza perché appartiene, a suo giudizio, al popolo ebraico, proponendo di trasferire gli abitanti anche in Francia e in altri Paesi europei.
Bezalel Smotrich – Sionismo religioso, maggioranza uscente
Ministro delle Finanze, ha esercitato un controllo decisivo sull’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. Sostiene l’annessione di oltre l’80% del territorio occupato, lo smantellamento dell’Autorità nazionale palestinese e il ritorno delle colonie israeliane nella Striscia. Nel settembre 2026 ha chiesto all’esercito di «fare in Cisgiordania quello che abbiamo fatto a Gaza», proponendo di estendere le operazioni militari ai territori palestinesi occupati. Ha inoltre invocato l’annessione delle aree controllate dall’esercito israeliano oltre la «linea gialla» di Gaza e di parte del Libano meridionale fino al fiume Litani.
Aryeh Deri – Shas, maggioranza uscente
Leader del principale partito ultraortodosso sefardita e alleato di Netanyahu. Shas ha sostenuto gli obiettivi militari israeliani contro Hamas, senza fare dell’annessione di Gaza il centro della propria agenda. La sua principale battaglia politica riguarda l’esenzione dal servizio militare degli studenti religiosi haredim e il finanziamento delle scuole talmudiche. Deri ha dichiarato che Shas non sosterrà alcun governo che non garantisca una regolamentazione favorevole agli studenti delle yeshiva, mentre l’esercito continua a richiedere nuovi coscritti.
Mansour Abbas – Ra’am (Lista araba unita)
Leader della formazione araba di orientamento islamico che nel 2021 partecipò alla maggioranza di Bennett e Lapid, diventando il primo partito arabo a entrare formalmente in una coalizione governativa israeliana. Chiede la fine dell’occupazione e il riconoscimento dello Stato palestinese, ma privilegia una strategia di partecipazione politica e trattativa con i partiti ebraici. Nell’agosto 2026 ha definito l’indipendenza palestinese «una realtà» già riconosciuta da gran parte del mondo. Ha scelto di correre separatamente dalla Lista comune per mantenere maggiore autonomia nelle future trattative di governo.
Yousef Jabareen – Lista comune (Joint List)
Giurista ed esponente di Hadash, guida l’alleanza tra Hadash, Ta’al e Balad, che rappresenta una parte importante dell’elettorato palestinese con cittadinanza israeliana. È contrario all’occupazione, alla colonizzazione e alle operazioni militari israeliane a Gaza. Chiede uno Stato palestinese sui confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale, e pieni diritti civili e nazionali per i palestinesi cittadini di Israele. Durante la campagna elettorale ha accusato gli altri partiti di opposizione di aver sostenuto le guerre israeliane, denunciando le atrocità a Gaza, le aggressioni dei coloni e quella che definisce pulizia etnica in Cisgiordania. Ha insistito sul fatto che non possa esistere una vera democrazia israeliana senza la fine dell’occupazione.