Pagine Esteri – Donald Trump riporta il “comunismo” al centro del dibattito politico americano. A pochi mesi dalle elezioni di medio termine di novembre, il presidente ha intensificato una campagna retorica che richiama gli anni della Guerra Fredda, descrivendo il comunismo come la principale minaccia alla sicurezza e ai valori americani.
La svolta è arrivata dopo il 23 giugno, quando una serie di candidati progressisti e socialisti democratici ha conquistato le primarie del Partito democratico a New York e in altri Stati. Da quel momento Trump ha fatto riferimento al comunismo ben 81 volte nei suoi interventi pubblici e sui social media, arrivando a definire alcuni dei vincitori delle primarie “comunisti irriducibili e senza Dio”.
Dietro questa escalation verbale c’è una precisa strategia elettorale. L’agenzia di stampa Reuters riferisce che i consiglieri della Casa Bianca stanno infatti verificando, attraverso focus group e sondaggi, se la parola “comunismo” sia più efficace del tradizionale attacco al “socialismo” per mobilitare l’elettorato repubblicano e aumentare l’affluenza di quei conservatori che votano solo occasionalmente.
Secondo fonti vicine all’amministrazione, citate sempre da Reuters, il termine “comunismo” avrebbe un impatto particolarmente forte presso alcune comunità etniche, soprattutto tra gli elettori ispanici. Al contrario, negli spot elettorali locali e nelle campagne distrettuali, la parola “socialismo” continuerebbe a risultare più efficace.
La Casa Bianca non nasconde l’obiettivo politico dell’offensiva. Olivia Wales, portavoce presidenziale, ha definito “l’adesione dei Democratici al socialismo e al comunismo” una “minaccia esistenziale per il nostro Paese”, assicurando che Trump “continuerà a denunciare il loro radicalismo e a tracciare un netto contrasto con la sua agenda di buon senso, incentrata sull’America al primo posto”.
Il presidente ha dato particolare enfasi al messaggio durante le celebrazioni del 4 luglio, dedicate al 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Nel discorso pronunciato sul National Mall di Washington ha paragonato il comunismo a “un cancro” aggiungendo che “bisogna smetterla, e bisogna smetterla in fretta”.
Negli ultimi giorni Trump ha ripetuto lo stesso concetto nello Studio Ovale, durante l’inaugurazione della Biblioteca Presidenziale Theodore Roosevelt nel North Dakota e nelle celebrazioni a Mount Rushmore. Ha definito il comunismo “la minaccia più grave per il nostro Paese dalla sua nascita”, sostenendo che rappresenti un pericolo persino superiore a quelli affrontati dagli Stati Uniti durante le due guerre mondiali o dopo gli attentati dell’11 settembre.
La strategia richiama apertamente quella utilizzata dai presidenti repubblicani Richard Nixon e Ronald Reagan durante la Guerra Fredda, quando l’accusa di simpatie comuniste rappresentava una delle armi più efficaci contro gli avversari democratici. La differenza è che oggi Trump utilizza questa retorica in un contesto completamente diverso, caratterizzato dall’assenza di un confronto ideologico globale tra Washington e Mosca e da un elettorato profondamente cambiato.
L’offensiva arriva inoltre in un momento delicato per la Casa Bianca. Negli ultimi mesi i repubblicani sono stati costretti a difendere il bilancio economico dell’amministrazione, mentre l’aumento del costo della vita continua a essere una delle principali preoccupazioni degli americani. I collaboratori del presidente avevano cercato di mantenere la campagna concentrata sull’inflazione e sull’accessibilità economica, ma lo stesso Trump ha spesso finito per minimizzare questi problemi, definendo gli aumenti del prezzo della benzina provocati dal conflitto con l’Iran “una bazzecola” e liquidando come “una grande noia” il disegno di legge bipartisan destinato a ridurre il costo delle abitazioni.
Trasformare le elezioni in uno scontro ideologico consente invece ai repubblicani di passare all’attacco. Anche il presidente della Camera Mike Johnson e il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano Joe Gruters stanno rilanciando il messaggio, presentando il voto di novembre come una scelta tra “buon senso ed estremismo”.
Nel mirino della Casa Bianca ci sono soprattutto i candidati progressisti che propongono di tassare maggiormente i grandi patrimoni, ridurre le spese militari, interrompere gli aiuti statunitensi a Israele, ampliare i programmi pubblici di welfare e abolire l’agenzia federale per l’immigrazione ICE. Trump li definisce “comunisti”, mentre molti di loro respingono l’etichetta e si presentano come socialisti democratici favorevoli a riforme progressiste all’interno dell’economia di mercato.
Resta però da capire se la strategia funzionerà oltre la tradizionale base trumpiana. Un sondaggio Gallup del 2025 mostra che il 57 per cento degli americani continua ad avere un’opinione negativa del socialismo, contro il 39 per cento che ne ha una positiva. Tuttavia gli analisti ritengono che il richiamo al comunismo abbia un’efficacia limitata tra gli elettori più giovani, cresciuti dopo la fine della Guerra Fredda.
“Non credo proprio che il comunismo abbia lo stesso significato per chi ha meno di 55 anni”, osserva la stratega repubblicana Amy Koch. Dall’altra parte, la presidente del comitato elettorale democratico alla Camera, Suzan DelBene, accusa i repubblicani di ricorrere ad “attacchi disperati che in realtà non riguardano le questioni economiche”.
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