Il “cessate il fuoco” d’Israele in Libano è come il “cessate il fuoco” a Gaza: una scia di violenza e di morti che colpisce indiscriminatamente la popolazione civile.
Solo nelle ultime ore, un attacco aereo ha devastato la località di Majdal Zoun, nel distretto di Tiro, provocando la morte di cinque persone. Tra le vittime, tre paramedici della Protezione Civile libanese — Hussein Sati, Hadi Daher e Hussein Ghadbouni — investiti da un secondo raid mentre tentavano di estrarre un superstite dalle macerie di un edificio colpito in precedenza. La tattica del “doppio colpo”, studiata per attaccare chi presta i primi soccorsi, è stata duramente condannata dal governo di Beirut come un palese crimine di guerra e una violazione delle convenzioni internazionali sulla protezione dei civili. Ma questo non basta a fermare le stragi di Tel Aviv. Che, anzi, continua a utilizzare lo stesso metodo anche nella Striscia di Gaza, dove questa mattina ha ucciso il paramedico Ibrahim Saqr.
La scia di sangue in Libano si estende lungo tutto il confine meridionale, dove i raid aerei e il fuoco dell’artiglieria hanno martellato i centri di Majdal Selm, Al-Tayri, Shaaitieh e Kounine. A Qalawieh e Burj Qalawieh, un attacco condotto da un drone ha centrato una motocicletta, uccidendo il conducente, mentre elicotteri d’attacco hanno sparato sulla periferia di Bint Jbeil.
A Tayr Debba le bombe hanno distrutto un’abitazione civile in cui si trovava un’intera famiglia, uccidendo una donna incinta, sua figlia e un’altra donna presente.
Anche se gli Stati Uniti dovrebbero mantenere un ruolo di garante della tregua tra Hezbollah e Israele, come accade anche a Gaza non condannano i massacri di Tel Aviv e anzi li utilizzano come un ricatto diplomatico e una leva politica. Secondo fonti diplomatiche, Washington avrebbe infatti posto al governo libanese un ultimatum: il Pentagono e la Casa Bianca si impegnerebbero a fare pressione su Israele per fermare l’occupazione del sud e i bombardamenti solo se il presidente libanese Joseph Aoun accetterà un incontro diretto con il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu.
Al contempo, gli emissari statunitensi hanno minacciato di sostenere apertamente un’ulteriore intensificazione degli attacchi israeliani qualora Beirut dovesse rifiutare il vertice, trasformando di fatto la diplomazia in un’estensione della minaccia bellica volta a forzare una normalizzazione dei rapporti sotto il peso delle bombe. Pagine Esteri