A quattro giorni dagli attacchi congiunti sferrati sabato dai militanti jihadisti e dai ribelli tuareg contro le forze governative, in Mali la situazione rimane confusa.
«L’ambasciata statunitense ha diramato un comunicato in cui consiglia ai cittadini stranieri di evitare di uscire a causa del pericolo di attentati, e anche l’ambasciata italiana raccomanda di rimanere in casa perché la situazione è pericolosa. Ma già ieri tutto appariva tranquillo non solo a Bamako ma anche a Kati (sobborgo a 15 km dalla capitale, ndr). Però sono stati segnalati recenti scontri a Kolokani, nel nord del paese, tra l’esercito e i ribelli che dopo aver attaccato Kati cercano ora di riparare in Mauritania» racconta a Pagine Esteri dalla capitale maliana la cooperante italiana Monica Mazzotti.
Nella notte tra lunedì e martedì colpi di arma da fuoco sono stati però uditi nei pressi dell’aeroporto di Bamako, già oggetto di uno degli attacchi del 25 aprile, mentre il JNIM, il principale gruppo jihadista del paese, ha affermato di voler bloccare tutte le vie d’ingresso alla capitale, dove nel frattempo è stato prorogato il coprifuoco notturno di 72 ore imposto dalle autorità.
La principale città del nord del paese, Kidal, e varie decine di villaggi e piccole città, rimangono nelle mani del “Fronte di Liberazione dell’Azawad” (FLA), l’alleanza nata nel 2024 dal fallimento dei negoziati tra i movimenti indipendentisti tuareg e la giunta militare, al potere dal 2021 dopo un duplice colpo di stato.
«Nessuno si aspettava non solo questo grande attacco coordinato tra tuareg e jihadisti ma anche la gran quantità di guerriglieri coinvolti. Si parla di 12 mila uomini, di fatto quasi tutti quelli sui quali ribelli e fondamentalisti possono contare nel paese secondo le stime più credibili. Finora i ribelli si erano sempre mossi a piccoli gruppi realizzando blitz improvvisi e utilizzando la tattica del mordi e fuggi e invece l’attacco di sabato ha colto di sorpresa le autorità», spiega Mazzotti.
Sabato all’alba, infatti, i ribelli tuareg del FLA e i fondamentalisti del “Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani”, affiliato ad al Qaeda, hanno lanciato una vasta offensiva con attacchi coordinati in ben sette città del paese del Sahel: Bamako e il sobborgo di Kati; Konna, Mopti e Sevaré, nelle regioni centrali; Gao e Kidal, nel nord.
I ribelli hanno utilizzato veicoli suicidi, ordigni esplosivi, droni e attacchi diretti contro diverse postazioni militari ma anche contro la residenza presidenziale, il quartier generale del ministero della Difesa e l’aeroporto internazionale.
Le autorità non hanno ancora fornito un bilancio definitivo delle vittime, ma hanno confermato la morte di Sadio Camara, il ministro della Difesa del “governo di transizione” la cui abitazione a Kati è stata presa di mira da un attentato suicida che ha provocato anche la morte di una delle sue mogli, di due dei suoi figli e di vari civili. Negli attacchi è rimasto seriamente ferito anche Modibo Koné, capo dell’Agenzia nazionale per la sicurezza dello Stato.
Camara era stato una figura chiave del regime imposto dal colpo di stato militare del 2021; molto vicino al presidente Assimi Goita, il ministro della Difesa era stato uno dei principali architetti della rottura con la Francia e dell’avvicinamento alla Russia, con il dispiegamento nel paese dei mercenari russi a sostegno delle forze armate maliane.
E proprio il Corpo d’armata russo per l’Africa, noto come “Africa Corps” – gruppo paramilitare gestito dal ministero della Difesa di Mosca, che ha inglobato le operazioni del Gruppo Wagner in Africa dopo la rivolta e l’uccisione del suo fondatore Evgenij Prigožin – ha dovuto riconoscere di aver abbandonato la città di Kidal insieme ai reparti dell’esercito maliano dopo aver ottenuto il via libera da parte del Jnim. Anche se l’Africa Corps afferma di aver svolto un ruolo decisivo nella reazione agli attacchi simultanei lanciati da jihadisti e tuareg – che avrebbe portato alla “neutralizzazione” di più di mille ribelli – la perdita della città di Kidal e la morte del Ministro della Difesa costituiscono un duro colpo alla credibilità del ruolo svolto dai russi a garanzia della sicurezza del paese, su cui finora si è basata la penetrazione militare ed economica di Mosca nel continente africano.

In un comunicato l’Africa Corps parla di un tentativo di “colpo di stato” orchestrato con il supporto di “mercenari ucraini ed europei” e “l’appoggio di servizi speciali occidentali”.
Anche se Kiev nega ufficialmente il supporto diretto a gruppi classificati come terroristici, definendo le accuse della giunta maliana “affrettate e senza prove”, il portavoce del GUR – l’agenzia di intelligence militare ucraina – Andriy Yusov ha ammesso in passato di aver fornito “le informazioni necessarie” ai ribelli per realizzare l’imboscata di Tinzaouaten. La città settentrionale, al confine con l’Algeria, fu teatro nel luglio del 2024 di una cruenta battaglia tra i tuareg e i jihadisti – che avevano da poco inaugurato un coordinamento tecnico delle operazioni militari contro la giunta maliana – e i mercenari russi, che costò un elevato numero di vittime all’Africa Corps. In seguito alla rivelazione del coinvolgimento di Kiev, il Mali ha ufficialmente interrotto le relazioni diplomatiche con l’Ucraina, che del resto negli anni scorsi ha già dispiegato alcuni reparti speciali in Sudan per contrastare gli interessi di Mosca. Secondo quanto riportato già nei mesi scorsi da diversi organi d’informazione, i ribelli tuareg starebbero utilizzando ora alcune tattiche di combattimento apprese dagli istruttori ucraini, potendo contare su un certo numero di armi e mezzi più moderni che in passato.
Tra la popolazione si punta il dito soprattutto contro la Francia – che dopo l’estromissione negli ultimi anni da praticamente tutto il Sahel ad opera di regimi civili e militari che si sono avvicinati alla Russia starebbe fornendo un sostegno ai ribelli per destabilizzare Bamako – e contro l’Algeria, che storicamente fornisce supporto ai movimenti autonomisti e indipendentisti tuareg.
Negli ultimi giorni in Algeria sono arrivati sia il vice segretario di Stato aggiunto degli Stati Uniti, Christopher Landau, sia il capo del Comando per l’Africa degli Stati Uniti (Africom), Dagvin Anderson, segnando un ulteriore passo nel consolidamento delle relazioni militari tra i due paesi e nella volontà di rafforzare la cooperazione nel settore minerario. Il mese scorso fonti dell’amministrazione statunitense avevano rivelato di essere prossime ad un accordo con il Mali per la ripresa delle operazioni di intelligence nel paese dirette contro l’insorgenza islamista. In cambio l’amministrazione Trump avrebbe chiesto un accesso privilegiato alle ricchezze del sottosuolo maliano, ma l’offerta potrebbe non aver ottenuto i risultati sperati.
I jihadisti legati ad Al Qaeda, il cui gruppo dirigente è composto in gran parte di maliani, non sarebbero abbastanza forti e numerosi da poter sconfiggere le forze armate e prendere il potere, ma si teme che la loro strategia di destabilizzazione possa saldarsi con lo scontento di una parte, seppur minoritaria, dell’esercito del paese, che potrebbe tentare di sostituire l’attuale giunta con un ennesimo golpe.
Intanto, dopo alcuni giorni di silenzio, che avevano alimentato le voci di una sua fuga all’estero e di una sua sostituzione da parte della giunta militare, il generale e presidente di transizione Assimi Goita è riapparso in una foto che lo ritrae mentre riceve l’ambasciatore russo a Bamako, Igor Gromjko. Fonti vicine alla presidenza hanno affermato che Goita sarebbe rientrato nella capitale dopo esser stato trasferito in una località sicura durante gli attacchi.
Gli osservatori sottolineano l’assenza di una forte reazione da parte di Niger e Burkina Faso, che con il Mali nel 2023 hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel, un’alleanza regionale pensata come alternativa alla “Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale” (CEDEAO/ECOWAS) con la quale i tre paesi hanno rotto dopo l’affermazione di giunte militari ostili agli interessi francesi.
Pur denunciando un “mostruoso complotto” ai danni di Bamako, il comunicato dell’Aes pubblicato poche ore dopo l’inizio degli attacchi non fa alcun riferimento all’accordo di reciproca difesa stipulato nel settembre del 2023 con la Carta fondativa di Liptako-Gourma, che impegna i tre Stati membri a cooperare militarmente contro minacce interne ed esterne, inclusi tentativi di golpe o aggressioni straniere.

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria