Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Questa è una storia di virus, miniere d’oro e peacekeeping. È una storia di guerre, guerriglie ed Ebola. E di come l’attenzione del mondo torni di prepotenza a concentrarsi sulla Repubblica democratica del Congo. Paese “affidato” da oltre un anno alle cure interessate di Donald Trump, artefice di un processo di pace fake.

In seguito al nuovo focolaio di Ebola del peggior ceppo e senza vaccino, il Bundibugyo, la comunità internazionale riscopre la Regione dei grandi laghi e i protocolli di sicurezza dell’OMS in Africa. Dopo almeno un anno di assenza – eccetto le scorte armate ad personam a protezione di gruppi privilegiati – i Caschi Blu della Monusco ricompaiono nell’Ituri. È questo il territorio dell’Est maggiormente minacciato e aggredito dalla febbre emorragica scoppiata a fine aprile.

 «Les soldats de la paix», scrive il sito di Radio Okapi, sono tornati per arginare l’espansione dei contagi di Ebola. «Hanno percorso in lungo e in largo le principali vie di Rhoo per mettere in atto misure di prevenzione dal virus», precisa. Ma anche nel Nord Kivu, negli ultimi giorni, più precisamente a Goma (il capoluogo occupato dall’M23) il ministero della salute congolese e Medici senza frontiere segnalano casi sospetti del virus, due dei quali proprio presso l’ospedale di Kyeshero, sostenuto da MSF.

Si prende coscienza dell’utilità del peace-keeping e del multilateralismo in tempi di guerre reali e guerre virali; quando un’emergenza improvvisa rischia di tracimare oltrefrontiera, ossia di raggiungere l’Occidente.  Un caso di Ebola sembra arrivato persino in Italia e i media si allertano.

Eppure, come svela un recentissimo rapporto del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) i Caschi Blu sono in ritirata in tutto il globo. Il multilateralismo in crisi significa anche meno contingenti di pace. Meno sicurezza e protezione.

Al 31 dicembre erano dispiegati 78mila 633 operatori internazionali, la metà rispetto al 2016 e il livello più basso da almeno venticinque anni.

In Repubblica Democratica del Congo la missione regionale promossa dalla Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe si è ritirata nel pieno dell’offensiva del movimento M23 su Goma. Tanto che il capoluogo del Nord Kivu è tutt’ora nelle mani della milizia filo-ruandese che la occupa e il negoziato di pace firmato a Washington a dicembre scorso è bloccato.

Ma torniamo ad Ebola. Il 17esimo focolaio del virus in Africa si è acceso e ha preso fuoco in una delle tre regioni orientali dell’ex Zaire in bilico. Come se non bastassero le migliaia di morti tra i civili target dell’M23 e dell’Adf, questo nuovo Ebola “rafforzato” si è impadronito della scena partendo da Bunia.

Siamo nel bacino aurifero dell’Ituri, dove opera e spadroneggia la canadese Barrick Mining, in queste ore in preda al terrore perché l’infezione è partita proprio dai villaggi attorno alla Kibali mine, una delle più ricche e promettenti miniere d’oro dell’intera provincia. Di fronte al virus non c’è ricchezza che tenga.

 La Reuters spiega che i dipendenti della miniera nella provincia di Haut-Uele, vengono sottoposti in questi giorni a screening scrupolosi, precauzioni sanitarie precise, misure di prevenzione e igiene.

Si confermano nella zona 131 morti, ma poichè il livello di mobilità oltrefrontiera e gli spostamenti di lavoratori e manager negli hub minerari sono elevati, l’allerta è massima. La Barrick è immensa e il suo quartier generale di Toronto dà lavoro a circa 7600 dipendenti in totale, tra contractors, impiegati e manager. Se anche un solo caso dal Congo dovesse arrivare in Canada sarebbe un rischio troppo elevato. Inoltre diversi “lavoratori” della miniera vivono proprio nei villaggi infetti. Un’attivista congolese originaria di Goma, tra i fondatori del movimento congolese Lucha ci ha spiegato al telefono che il Dipartimento della salute del Congo è tra le cose che funzionano meglio in tutto il paese e l’esperienza dei medici locali è grande.

Eppure la paura serpeggia. Anche perché banalmente nei villaggi, per i più poveri, proteggersi con la mascherina è proibitivo così come avere accesso ad acqua corrente.

«Posso dire con certezza, essendo in contatto con amici a Bunia dove si è sviluppato il primo focolaio, che il dipartimento della Salute del Congo è molto ben organizzato e in grado di affrontare le emergenze virali facendo scattare i protocolli di sicurezza e l’isolamento dei casi sospetti», ci spiega Micheline Mwendike Kamate. Tuttavia povertà, sovraffollamenti, promiscuità e non da ultimo complottismi anti-vaccino, rendono più complicate le cose.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità fa sapere che i casi sospetti di Bundibugyo (segnalato per la prima volta nel 2007 in Uganda) sono saliti ad oltre mille in tutta la Repubblica Democratica del Congo.

Mentre 220 sono i decessi da attribuire con ogni probabilità al virus, ma non ancora confermati. Da allarme contenuto, lanciato ufficialmente dall’OMS lo scorso 15 maggio, ora il focolaio di Ebola più resistente e senza vaccino, è diventato un’emergenza internazionale.

«Ci preoccupa sicuramente più la guerra che l’Ebola!», rispondono tre missionari su tre che vivono tra Sud e Nord Kivu intervistati da noi al telefono. Chi da oltre dieci anni fa i conti con milizie armate ed eserciti spietati, sa benissimo che il rischio vero e senza via d’uscita in Congo, arriva dalle armi non dalla febbre emorragica. Dai gruppi di ribelli e dalle mine. Tuttavia un virus cammina e può oltrepassare confini, una guerra regionale incancrenita resta dov’è per anni fino a distruggere ogni cosa.