Di Davide Tornielli

Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia: oltre 23 milioni di movimenti – persona registrati durante i solenni e maestosi funerali della Guida suprema Alì Khamenei, svoltisi tra il 3 e il 9 luglio. È un dato attendibile: quando un paese viene bombardato, minacciato di estinzione si stringe attorno al governo, quale esso sia. Trump, dopo aver azzerato la dirigenza della Repubblica islamica con il blitz del 28 febbraio, aveva chiesto la resa incondizionata. Un invito a nozze per i movimenti islamici più o meno radicali e una opportunità per consolidare un inedito fronte unitario. Si scatenava un meccanismo infernale ai danni dei cosiddetti islamici moderati, accusati di collaborazionismo, cui era fino poco prima annoverato l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

A Teheran era presente la Turchia, membro dissidente della Nato e perenne candidato all’ingresso nell’Unione Europea, nella figura del vicepresidente Cevdet Yilmaz Turky. L’emirato talebano aveva mandato due elementi di spicco: Abdul GhanBaradar e il ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi, protagonista dei colloqui del 2021 con l’ex presidente Karzai rimasto a Kabul dopo la fuga del successore Ghani. Imponente la delegazione pakistana, guidata dal Primo ministro Shehbaz Sharif, grande mediatore del recente conflitto. Alla cerimonia era presente il Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono, potenza emergente nel sud est asiatico, quello degli Affari esteri indiano Pabitra Margherita, i vertici, religiosi e intellettuali da 100 paesi del mondo. Il feretro era sfilato accompagnato da folle immense nei viali delle città sante allo sciismo di Najaf e Karbala in Iraq l’8 di luglio, per poi essere sepolto nella città natale di Mashad il giorno successivo.

La linea di demarcazione tra moderati e radicali è sottile e si sposta con le derive geopolitiche. Il fatto che un acuto mediatore, laureato in filosofia occidentale, come Ali Larijani sia stato fatto fuori in il 16 marzo 2026 a Pardis, testimonia che l’obiettivo in Iran non fosse un cambio di regime. Da parte sua l’opposizione iraniana, decimata dopo le manifestazioni di gennaio, non ha mai chiesto che le città persiane venissero bombardate e che le province del sud fossero lasciate senza acqua. Non ha nemmeno inneggiato all’insediamento di Ciro Pahlavi, figlio del defunto Scià iraniano e sponsorizzato dal primo ministro israeliano Netanyahu.

L’incombere di una minaccia comune ha creato le condizioni per un superamento degli schieramenti. Esiste un precedente diretto: la guerra con l’Iraq del 1980. Allora il regime di Saddam Hussein era visto dagli Usa come possibile risorsa per contrastare la marea islamica che in Khomeini aveva avuto il suo profeta. Un conflitto che fece 500 mila vittime con il corollario di orrori e violenze sui civili che ogni guerra contemporanea produce. Per attraversare i campi minati i mullah facevano marciare sopra le bombe i bambini, che in quanto martiri della jihad sarebbero andati dritti in paradiso. Il conflitto durò sette anni e non produsse cambiamenti territoriali. Saddam Hussein non ottenne la città costiera di Bassora cui aspirava e il regime degli ayatollah sopravvisse alla prima aggressione militare. C’è un episodio di quella guerra che richiama l’attualità. Nella fase post-rivoluzionaria la maggioranza dei piloti dell’aviazione era stata messa in prigione, perché sospettata d’essere fedele allo scià. Ai piloti fu concesso di scegliere: risalire sugli aerei o marcire in una cella del già famoso carcere di Evian. I piloti presero posto sui Phantom malconci e difesero la repubblica, morendo quasi tutti in combattimento.

L’impressione è che l’operazione voluta da Israele, cui inopinatamente Trump ha aderito e sulla quale i sauditi hanno mantenuto una posizione ambigua, nasconda altro. Se le regole del diritto internazionale saltano, tutto diviene possibile, soprattutto se si riesce ad innescare una visione millenaristica del conflitto. In Oriente non si parla di guerra: l’Iran è un paese aggredito. La logica dell’intervento militare preventivo trasforma i paesi della regione in potenziali bersagli. Il tema è ripreso in un recente intervento di Massimo D’Alema – La 7, 28 giugno 2026 -, nel quale l’ex premier sostiene che il conflitto avrà quale ricaduta un’accelerazione della corsa agli armamenti nella regione, in quanto possedere la bomba rappresenta un deterrente per non essere attaccati.

La narrazione della destra trumpiana, che descrive gli eventi come lotta metafisica tra bene e male, prescinde da un dato fondamentale. La corsa all’atomica in oriente non è partita da un’entità islamica o dalla defunta URSS, ma da un paese alleato dell’occidente: il Pakistan. Il protagonista della conquista della bomba nel Paese dei puri è uno scienziato nato in India nel 1936, che alla causa dedicò la vita. Dopo aver assistito al primo test nucleare indiano nel 1972, Abdul Qadeer Khan prese una decisione che avrebbe avuto una rilevanza internazionale: avrebbe dato la bomba al suo paese. Si laureò in Olanda alla  Delft University of Technology per poi ottenere un master in metallurgia in Belgio. E qui avviene il punto di svolta. Il giovane ingegnere viene assunto alla Verenigde Machinefabrieken di Amsterdam, filiale locale di un consorzio specializzato nell’arricchimento dell’uranio. Narrano le cronache – al fatto seguì un’inchiesta – che Khan rientrò con tutti gli onori in Pakistan trafugando dall’azienda in cui lavorava il progetto della centrifuga che nel 1988 avrebbe originato il primo test atomico.

Khan divenne negli anni successivi un teorico della proliferazione nucleare in chiave antimperialista e fondò un’impresa privata. La Khan Research Laboratories  negli anni ’90 collaborò ai programmi di molti paesi, incluse Nord Corea, Libia, Indonesia e Iran. All’origine del caso iraniano e del ben più pericoloso precedente nordcoreano ci sarebbe la leggerezza di un consorzio europeo: la URECO, colosso tecnologico compartecipato dai governi di Gran Bretagna, Germania e Paesi Bassi.

La rivoluzione iraniana del settembre 1979 non fu un moto religioso, quanto l’effetto di un fermento popolare diffuso contro un’invisa dinastia posta sul soglio reale dagli inglesi negli anni ’20 del secolo passato. Poi la rivoluzione, come spesso avviene, divorò i propri figli e agli alleati di ieri -liberali, socialisti, comunisti- furono messi ai ferri, poi eliminati. La repubblica che ne nacque fu la prima a definirsi islamica, rivisitazione in chiave religiosa di un sistema politico. Rispetto all’emirato islamico, il modello iraniano mostra profonde differenze. In primo luogo, il popolo resta sovrano ed elegge sia il parlamento, sia il presidente, meccanismo che ha permesso che al governo si alternassero conservatori come Ahmadinejad e riformisti, come l’attuale presidente. Il tutto sotto l’egida dell’islam e della Giuda Suprema, eletta da un consiglio ristretto. Il terzo modello di governo religioso sono le monarchie e gli autodefiniti emirati della penisola arabica. Qui la figura del sovrano, si dice ispirata dall’islam, ma ha una radice dinastica, il che alimenta le critiche da parte dei movimenti religiosi radicali. Da sottolineare che l’Arabia saudita ha al proprio interno una minoranza scita pari al 15%, storicamente perseguitata.

Nell’oriente contemporaneo, sono numerosissime le attestazioni di solidarietà popolare all’Iran. Un paese che non ha confini né costituzione, ove la metà dei residenti è discriminata ed è in corso un genocidio -Israele – aggredisce in nome della libertà una nazione dotata di carta costituzionale, parlamento e in cui si tengono regolari elezioni. Un paese ove il numero delle donne universitarie è superiore a quello degli uomini e ove due donne sono vicepresidente. Realtà che non può nascondere il carattere repressivo del regime, le persecuzioni di genere, né le migliaia di giovani oppositori uccisi dai Pasdaran dopo le manifestazioni di gennaio. Si tratta di fare luce sulla complessità del contesto, su come le azioni di guerra preventiva stiano consolidando un ampio fronte islamico radicale e una pericolosa deriva antioccidentale.

Una coalizione interetnica e interconfessionale, cui partecipano persiani, baluchi, pashtun, tagiki, libanesi, punjabi, kurdi e siriani. Quanto l’oceano sunnita, sciti, ismaeliti, drusi, le mille anime sufi. Ne fornisce testimonianza il cadere della tensione tra Pakistan e Afghanistan, quanto tra Siria e Turchia, che continua ad occupare ampie aree al confine settentrionale del paese. Sull’altro fronte, la tempesta perfetta scatenata il 28 febbraio favorisce la possibile annessione di Cisgiordania, Gaza, Libano Meridionale e del Cordone di sicurezza in Siria da parte di Israele. Altro effetto prevedibile è il definitivo tramonto degli Accordi di Abramo, tiepidamente accolti dall’Arabia saudita, firmati dagli Emirati arabi uniti nel 2020 e invisi al mondo islamico.

Assenti eccellenti al funerale di Khamenei, emirati e monarchie della penisola arabica appaiono in stato confusionale stretti tra vantaggiosa alleanza con l’occidente e ruolo di guida dell’islam. Un’assenza che versa a vantaggio della Turchia di Erdogan, che si pone quale erede del sultanato ottomano. In questione è il primato saudita, custode di due dei tre luoghi sacri. In molti individuano uno spartiacque nel tentativo di Israele di decimare la delegazione di Hamas in Qatar nel 2014. Il piccolo emirato è lo stato sovrano che ospita la più grande base militare degli Stati Uniti nell’area. Spartiacque che avrebbe dovuto aprire gli occhi ad ovest di Hormuz, in quanto era dai tempi Gengis Khan che l’immunità di una delegazione diplomatica non veniva violata in modo così plateale.