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Pagine Esteri – Virata la boa dei simbolici 100 giorni, il governo di Nasry Asfura, supportato da una solida maggioranza parlamentare bipartitista, sta confermando le peggiori previsioni. Oltre a procedere a gran velocità con l’occupazione e il controllo ferreo delle istituzioni e aprire nuovamente le porte alla svendita di territori e al saccheggio dei beni comuni, i primi tre mesi di governo sono serviti anche per ancorare gli interessi di gruppi economici nazionali a controllo famigliare e per sferrare nuovi attacchi alle opposizioni politiche e sociali.
Si tratta di una riedizione 2.0 del governo dell’indultato Juan Orlando Hernández, in attesa di un suo ritorno in Honduras per assumere il ruolo strategico affidatogli da Trump. In un contesto in cui si indebolisce l’istituzionalità, si allargano le maglie per la corruzione e per l’infiltrazione del crimine organizzato, si intensifica la campagna mediatica di denigrazione e criminalizzazione delle opposizioni e si promuove la militarizzazione della società e dei territori, uno dei risultati non può che essere l’aumento della repressione e della violenza omicida.
Secondo l’Osservatorio della Violenza dell’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras (OV-UNAH), durante i quattro anni di governo progressista di Xiomara Castro il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti si è quasi dimezzato, passando da 41,7 omicidi nel 2021 a 23,2 nel 2025. Durante i primi mesi del 2026, si rileva invece una preoccupante inversione di tendenza con 598 morti violente nel primo trimestre, includendo 6 massacri, che equivale a un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Tra le vittime almeno 137 minorenni e 70 femminicidi. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) considera come soglia dell’epidemia un tasso di omicidi superiore a 10 vittime ogni 100 mila abitanti. I mesi di aprile e maggio non sono certo andati meglio.
Cavalcando queste cifre, un’ampia maggioranza parlamentare ha approvato un nuovo “pacchetto sicurezza” che prevede una serie di riforme del codice penale che, oltre a inasprire le pene contro l’estorsione e ridefinire il delitto di “associazione con finalità di terrorismo”, incorporando tra le nuove figure le bande giovanili (maras) e le strutture collegate al crimine organizzato e il narcotraffico, lascia aperte le porte a interpretazioni estensive che potrebbero essere usate contro settori sociali e manifestanti che esercitano il diritto alla protesta pacifica. Per vari giuristi si corre il rischio che queste nuove tipificazioni, invece di concentrarsi esclusivamente su atti che attentano contro l’ordine costituzionale, possano poi essere usate contro il movimento sociale e popolare honduregno.

Tra le varie riforme in cantiere, infatti, c’è anche quella che innalza la pena per il reato di usurpazione, principale arma usata nel lawfare contro le organizzazioni contadine e le popolazioni nere (garifuna) e indigene dell’Honduras che difendono i propri diritti su terre ancestrali e di riforma agraria. Per la costituzionalista e difensora dei diritti umani Reina Rivera Joya, l’applicazione simultanea dei delitti di terrorismo e usurpazione porterebbe a pene che oscillano tra i 25 e i 35 anni di carcere.
La ‘lotta contra il crimine organizzato, il narcotraffico e il terrorismo’ è inoltre uno strumento spesso usato da governi ultraconservatori allineati con Washington per giustificare misure eccezionali repressive, stati d’emergenza, l’inasprimento delle pene e la militarizzazione dei territori. Non è un caso che il Congresso honduregno, dopo le riforme del codice penale, abbia approvato un decreto in cui si autorizzano le Forze Armate ad affiancare la Polizia in compiti di pubblica sicurezza. È stata inoltre creata l’Agenzia Nazionale contro il Crimine che inonderà di reparti operativi speciali le zone ritenute maggiormente conflittuali e si è data luce verde alla costruzione di nuove carceri di massima sicurezza.
Insomma, un vero e proprio circolo vizioso in cui la politica adotta un modello che crea esclusione, miseria e violenza e si usano l’emergenza, la militarizzazione e la repressione per controllarne gli effetti, provocando così una nuova escalation della violenza stessa, alimentata dall’impunità, le cui vittime sono quasi sempre quegli stessi settori della popolazione che vedono i loro diritti sistematicamente calpestati e che esigono cambiamenti strutturali.
È in questo contesto che lo scorso 21 maggio sono stati massacrati, con tiro di grazia, venti contadini di una comunità del Bajo Aguán, entroterra caraibico nel nordest dell’Honduras, una delle zone più conflittuali in cui si mescolano esigenza di terra e giustizia, espansione agroindustriale, politica collusa con il crimine organizzato e assenza dello Stato.
Beneficiata da una riforma agraria negli anni 60 e 70, la Valle dell’Aguán subì una controriforma all’inizio degli anni 90 con l’avvento e la consolidazione globale del modello neoliberista, che nelle campagne honduregne trovò la sua materializzazione nella nefasta legge di ‘modernizzazione agricola’. Essa portò a una veloce ricomposizione del latifondo e alla conseguente proletarizzazione delle famiglie contadine, fomentando, con fondi della Banca Mondiale, l’espansione dell’agrobusiness e delle monocoltivazioni, specialmente quella della palma africana.

Dopo il colpo di Stato del 2009, nell’Aguán iniziò un’importante offensiva dei gruppi di contadini organizzati per recuperare le terre che erano state sottratte loro. La risposta di uno Stato garante degli interessi di produttori palmeros e narcotrafficanti fu la militarizzazione della zona e un’ondata di violenza che insanguinò le rive del fiume Aguán. Più di cento, tra dirigenti e membri di cooperative agrarie, sono stati assassinati impunemente negli ultimi 15 anni, mentre buona parte delle organizzazioni contadine subirono l’impatto delle infiltrazioni, delle divisioni indotte, delle campagne di killeraggio mediatico, della repressione giudiziaria e fisica.
Le venti persone assassinate nel settore della comunità di Rigores (Colón) mentre andavano a lavorare in una piantagione di palma africana (Paso Aguán), tra cui due adolescenti di 14 e 16 anni e tre sorelle di 28, 30 e 33 anni, avevano già denunciato, pochi giorni prima, l’irruzione di agenti della polizia che avevano assaltato case e piccoli punti di vendita, distruggendo e bruciando mobilio, elettrodomestici e prodotti alimentari. La stessa zona è stata teatro delle scorribande di gruppi criminali che si dedicano, in totale impunità, a sfollare centinaia di famiglie che hanno recuperato terre e territori.
La Piattaforma Agraria dell’Aguán denuncia che il massacro di Rigores avviene proprio dopo l’annuncio di una nuova militarizzazione della zona e di riforme punitive che criminalizzano ulteriormente la lotta per l’accesso alla terra. Nella stessa direzione va il richiamo di altre organizzazioni sociali. “Il conflitto nasce dalla decisione politica di sottrarre le terre ai contadini e ridarle a latifondisti e agroindustriali. Chi osa protestare viene criminalizzato, arrestato, cacciato via, assassinato”, spiega il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh).
“I gruppi criminali” continua l’organizzazione indigena Lenca “agiscono nel silenzio delle istituzioni, le banche procedono a finanziare progetti di spoliazione, gli accordi raggiunti con le autorità non sono mai rispettati e lo Stato continua a proteggere i ricchi. Per questo diciamo che il crimine organizzato, l’agroindustria e lo Stato sono coinvolti e perseguono gli stessi obiettivi”. Per risolvere questa situazione, conclude il Copinh, non serve la militarizzazione dei territori, bensì “giustizia agraria, indagini indipendenti, carcere per gli autori materiali e i mandanti”.
Il tutto in perfetta sintonia con quanto espresso dall’ex presidente Juan Orlando Hernández negli audio pubblicati da Canal RED e Hondurasgate, quando, rivolgendosi al fedelissimo presidente del Congresso, Tomás Zambrano, intimava l’uso della violenza per mettere in riga chi si oppone e protesta. “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza”. Per il direttore di Radio Progreso, padre Ismael “Melo” Moreno, il dibattito non deve concentrarsi sulla veridicità o meno degli audio, ma se “i loro contenuti sono coerenti con fatti e personaggi coinvolti nella vita politica. La violenza scoppiata e annunciata negli audio non ha nulla di falso ed è un fiume di sangue quello che scorre”.