Pagine Esteri – Le dichiarazioni trionfalistiche delle ultime ore sull’imminente passaggio alla seconda fase del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza vanno lette con molta cautela. Se da un lato il presidente statunitense Donald Trump e il Board of Peace (Bop), l’organismo nato nell’ambito del piano americano per Gaza, parlano di un’intesa ormai fatta, dall’altro le posizioni Hamas e le imposizioni di Israele mostrano che i principali nodi politici e militari sono stati sciolti.
Ghazi Hamad, uno dei principali dirigenti di Hamas, poche ore fa ha spiegato che il movimento islamico è disposto a discutere lo stoccaggio delle proprie armi, ma soltanto a precise condizioni: il graduale ritiro delle forze israeliane dalla Striscia, il rispetto degli impegni già assunti nella prima fase della tregua, l’ingresso degli aiuti umanitari e l’avvio delle attività del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), il futuro organismo tecnocratico palestinese destinato a sostituire il governo di Hamas. “Non faremo un solo passo finché non saremo certi che anche Israele rispetterà i suoi impegni”, ha ribadito Hamad.
Queste parole smentiscono la versione diffusa da diversi media israeliani, secondo cui Hamas si sarebbe “arreso”. In realtà il movimento islamico continua a escludere un disarmo immediato e totale. La formula discussa nei negoziati prevede piuttosto una consegna graduale delle armi pesanti, dei depositi di munizioni, dei tunnel e delle infrastrutture militari al NCAG, sotto supervisione internazionale. Le armi leggere individuali rappresentano invece uno dei punti ancora aperti. Secondo fonti palestinesi, Hamas punta a conservarne almeno una parte, invocando il diritto all’autodifesa.

Il Board of Peace sostiene che il processo dovrà seguire il principio di “un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma”. Il NCAG diventerebbe l’unico soggetto autorizzato a detenere armamenti nella Striscia, mentre una Forza internazionale di stabilizzazione assisterebbe il disarmo, l’addestramento della nuova polizia palestinese e il graduale ritiro dell’esercito israeliano. Parallelamente anche le milizie mercenarie finanziate e armate da Israele dovrebbero consegnare le proprie armi, un punto su cui Hamas insiste da tempo come condizione imprescindibile.
Israele da parte sua continua a subordinare qualsiasi ulteriore ritiro al completo smantellamento dell’apparato militare di Hamas. Nella prima fase accetterebbe soltanto di arretrare fino alla “Linea gialla” stabilita con il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, che assegna alle forze israeliane il controllo di circa il 53 per cento della Striscia, anche se secondo fonti palestinesi l’occupazione effettiva si estende ormai a circa il 60 per cento e, negli ultimi mesi, il governo Netanyahu avrebbe cercato di portarla fino al 70 per cento. Solo dopo verifiche indipendenti sul disarmo potranno essere autorizzati ulteriori ritiri.
Un altro terreno di scontro riguarda il futuro assetto amministrativo di Gaza. Hamas ha già sciolto formalmente il proprio governo, ma chiede che gran parte dei circa 50 mila dipendenti pubblici oggi in servizio venga assorbita nella futura amministrazione del NCAG. Israele, al contrario, chiede una loro esclusione quasi totale, ritenendoli legati al movimento islamico. Il Board of Peace propone una soluzione intermedia, con nuove assunzioni, ricollocazioni e il possibile inserimento di alcuni attuali agenti di polizia di Hamas nella futura forza di sicurezza, purché sottoposti alla nuova catena di comando.

Il piano prevede inoltre un calendario di attuazione compreso tra 200 e 350 giorni, preceduto da un periodo iniziale di due settimane durante il quale verranno definiti tempi e modalità operative. Ogni fase dovrà essere certificata da un Comitato internazionale di verifica prima di passare alla successiva, collegando strettamente disarmo, ritiro israeliano e avvio della ricostruzione. Per quest’ultima il Board of Peace afferma di avere già ottenuto impegni finanziari per circa 16 miliardi di dollari, soprattutto dai Paesi del Golfo, mentre il primo progetto edilizio dovrebbe partire dalle rovine di Rafah all’inizio del 2027.
Resta però il principale interrogativo politico: se l’Amministrazione Trump riuscirà davvero a convincere il governo Netanyahu ad applicare integralmente gli impegni previsti dalla tabella di marcia. Lo stesso Board of Peace lascia intendere che Washington è pronta a esercitare pressioni sul governo israeliano, mentre all’interno della coalizione di destra non mancano le resistenze. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir continua infatti a respingere qualsiasi accordo con Hamas e ribadisce come unico obiettivo l’espulsione dei palestinesi dalla Striscia e l’estensione della sovranità israeliana su tutto il territorio di Gaza.