Tra tre giorni il Marocco eleggerà un nuovo Parlamento. A giudicare dalle promesse dei partiti, il vero protagonista dovrebbe essere la generazione più giovane: posti di lavoro, abitazioni accessibili, redditi dignitosi, partecipazione politica. A giudicare invece dalle liste elettorali, quella generazione quasi non esiste. Soltanto il 3% dei marocchini tra 18 e 24 anni risulta registrato per votare alle elezioni del 23 settembre.
Il dato racconta più di qualsiasi sondaggio la distanza tra una parte crescente della società e le istituzioni politiche. Il tasso di disoccupazione giovanile è intorno al 27%, mentre i risultati della crescita degli ultimi anni si concentrano soprattutto nei grandi centri urbani e nei settori maggiormente integrati nelle catene globali: industria automobilistica, porti, ferrovie ad alta velocità, energie rinnovabili.
Il Marocco è diventato uno dei Paesi africani più celebrati dagli investitori internazionali. Tanger Med è ormai uno dei principali porti del Mediterraneo, l’industria automobilistica esporta verso l’Europa e il regno investe massicciamente nelle infrastrutture necessarie ai Mondiali di calcio del 2030, organizzati insieme a Spagna e Portogallo. I partiti di governo rivendicano circa 20 miliardi di dollari di investimenti legati alla competizione.
Mentre si parla e si lavora alla “modernizzazione”, nel luglio scorso migliaia di giovani hanno tentato di raggiungere collettivamente Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa marocchina. Molti non appartenevano agli strati più poveri: studenti, diplomati, giovani con un impiego ma senza un salario sufficiente per costruire una vita indipendente. Il problema, raccontavano, non era semplicemente la fame, ma l’impossibilità di immaginare un futuro.
Un anno prima GenZ 212 aveva trasformato lo stesso malessere in protesta politica. Il movimento, nato fuori dalle strutture partitiche tradizionali, aveva contestato la qualità di sanità e istruzione pubblica e soprattutto la scelta di spendere enormi risorse per stadi e grandi opere mentre ospedali e scuole continuavano a mostrare carenze strutturali. Le manifestazioni furono le più importanti dai tempi del movimento del 2011.
Adesso i partiti provano a riportare quella generazione dentro le urne. Il Rassemblement National des Indépendants del premier Aziz Akhannouch e il Parti Authenticité et Modernité hanno messo l’occupazione giovanile al centro della campagna e promettono circa un milione di nuovi posti nel prossimo mandato. Sono però entrambe formazioni profondamente integrate nel sistema politico costruito attorno alla monarchia.
Ed è qui che la crisi della partecipazione diventa anche una questione istituzionale. Il Marocco possiede elezioni competitive, partiti e Parlamento, ma le principali leve strategiche rimangono nelle mani del re Mohammed VI e del Makhzen, la rete di potere politico, economico e amministrativo che circonda la monarchia. Difesa, politica estera, sicurezza e grandi indirizzi economici restano largamente sottratti alla normale alternanza elettorale.
Dopo le proteste arabe del 2011 il re concesse una nuova Costituzione che ampliava formalmente il ruolo del governo e del Parlamento. Negli anni successivi parte di quello spazio è stato riassorbito. Il risultato è un sistema nel quale i partiti vengono chiamati a rispondere della disoccupazione e dei servizi pubblici pur esercitando soltanto una parte del potere necessario a modificarne le cause.
Anche l’economia marocchina racconta questa doppiezza. La crescita industriale e infrastrutturale è reale. Ma un modello fortemente orientato all’export, agli investimenti stranieri e ai grandi progetti non produce automaticamente lavoro stabile e redistribuzione. Le zone economiche integrate con il mercato europeo convivono con regioni interne nelle quali le opportunità rimangono scarse.
Per questo il dato politicamente più importante del voto del 23 settembre potrebbe non essere chi vincerà. Potrebbe essere chi deciderà che non vale neppure la pena partecipare. Quando appena tre giovani su cento risultano iscritti alle liste elettorali, l’astensione smette di essere semplice apatia. Diventa la misura della distanza tra una generazione che chiede lavoro, servizi e autonomia e un sistema che continua a offrirle soprattutto infrastrutture, grandi eventi e promesse elettorali. Pagine Esteri