Il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha formalizzato, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il rinnovo dello “Stato di Commozione Esterna” per un periodo di 90 giorni. La misura, adottata in precedenza da Maduro, ha completato l’iter costituzionale con la ratifica dell’Assemblea Nazionale e il controllo di legittimità della Sala Costituzionale del TSJ. Non è il rinnovo di un atto burocratico di routine, ma il prosieguo della risposta istituzionale allo scenario inedito e critico apertosi il 3 gennaio 2026. In quella data, il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della moglie, la deputata Cilia Flores, avvenuto a Caracas per mano di truppe speciali statunitensi, ha impresso una frattura profonda nella continuità dello Stato. Da quel momento, il Venezuela non opera più in una dimensione politica convenzionale: è entrato in una fase cinetica in cui ogni decisione del governo incaricato — dalla gestione delle infrastrutture strategiche alla politica estera — è una risposta obbligata a un attacco che ha colpito il vertice dell’autorità nazionale. Il decreto di rinnovo, che conferisce all’Esecutivo facoltà eccezionali, inclusa la militarizzazione dei nodi strategici degli idrocarburi e la facoltà di requisizioni per la difesa, fotografa uno Stato in trincea.
Come il precedente, il decreto rinnovato ora non indica un’emergenza proclamata per comprimere il dissenso, ma una condizione imposta dall’esterno, in cui la salvaguardia della sovranità si gioca sul filo di una sopravvivenza che ha trasformato la gestione politica in una crisi di sicurezza permanente.
Il perimetro di questo assedio è dettato dall’incombere del piano in tre fasi predisposto dagli apparati di sicurezza guidati dal Segretario di Stato nordamericano, Marco Rubio. Non si tratta di una generica pressione esterna, ma di una tabella di marcia chirurgica e ideologicamente radicale. Un piano che mira a disarticolare lo Stato venezuelano attraverso un soffocamento finanziario mirato, la promozione di reti criminali come “cavalli di troia” per la destabilizzazione e la pressione costante in vista di un’insurrezione interna. Una sorta di “rivoluzione di colore”, finora evitata, che spiani la strada al ritorno di María Corina Machado e smonti l’architettura completa del chavismo, basata sulla costituzione del 1999.
Machado, insignita del Nobel per la Pace 2025 come simbolo di “resistenza alla dittatura”, è oggi il perno di un’estrema destra che, per quanto screditata nel paese, è supportata da partiti xenofobi come Vox in Spagna e segmenti del neofascismo europeo e internazionale: un’internazionale “nera” che, nata con la Carta di Madrid, e usando la testa d’ariete dei suoi padrini di Miami, mira al rovesciamento del sistema bolivariano, trasformando ogni istanza di malessere sociale – da loro provocato con anni di strangolamento economico-finanziario (le sanzioni) – in una leva per la destabilizzazione finale. Un progetto fortemente innervato all’intorpidimento quotidiano delle notizie, in un gioco costante fra allarmi e dietrologie.
Il legame tra il settore privato locale, che preme per l’abolizione della Ley Orgánica del Trabajo (LOTT), e l’estrema destra internazionale, non è casuale: è un progetto di “remigrazione” economica che punta a svuotare lo Stato socialista di ogni funzione sociale, trasformando il Venezuela in un’economia asservita come quella da cui ha cercato faticosamente di affrancarsi con il chavismo. Ma la classe operaia, a cui Maduro prima di essere sequestrato aveva conseguano il piano B – fucili agli operai e bruciare i pozzi in caso di invasione nemica – è più che mai vigile e attenta. E tiene a mantenere una ferma caratterizzazione ideologica, tesa a controbilanciare l’annacquamento simbolico che va prendendo piede in questo tentativo di “unità nazionale” che mira a coinvolgere anche i settori tiepidi o della destra più moderata.
Il governo bolivariano, guidato dalla vicepresidenta Delcy Rodríguez in qualità di presidenta incaricata, non agisce come spettatore passivo, ma come attore che cerca di rendere impraticabile la strategia di Rubio, imboccando varchi dagli esiti incerti. La “Realpolitik” applicata a Caracas, che molti osservatori esterni derubricano frettolosamente a cedimento, è in realtà un tentativo di creare una rete di interessi economici — con attori internazionali come la Shell — che rendano troppo costoso per Washington completare l’aggressione senza infliggere danni collaterali ai propri stessi asset. Come fece Maduro, si cerca cioè di riaprire la porta, con promesse più allettanti, a quelle multinazionali che hanno sempre fatto affari in Venezuela, prima che Trump imponesse loro di andarsene, e che ora devono essere invogliate a investire riadattanto strutture petrolifere altamente deteriorate.
L’Arco Minero dell’Orinoco è diventato il quadrante dove si concentra il conflitto tra sovranità e predazione. L’area, ricca di oro, coltan e terre rare, è da tempo terreno di scontro tra la costruzione del potere popolare, tentata dal governo, e l’infiltrazione di reti criminali ereditate dalla IV Repubblica. Come ha spiegato qualche anno fa un articolato reportage di Maurice Lemoine, e come abbiamo a nostra volta documentato in due libri – Talpe a caracas e Dopo Chávez, entrambi editi da Jaca Book – la scommessa del socialismo bolivariano è stata quella di smontare quel sistema non con la repressione ma costruendo una realtà produttiva cooperativistica e rispettosa dell’ambiente, e con un’ardita prospettiva anti-estrattivista.
Un progetto che il gigantesco complesso di interessi alimentato dalla politica di “massima pressione” imposto dall’imperialismo con le “sanzioni” si è dedicato a smontare, moltiplicando le contraddizioni interne, i punti deboli e gli errori di un processo di rivoluzione democratica ardito, ma ancora incompiuto. La realtà odierna mostra un territorio dove la produzione legale è messa a dura prova, se non fuori controllo: mentre le stime indicano una contrazione del settore petrolifero appena in ripresa, il governo cerca di massimizzare il rendimento delle risorse del sottosuolo per eludere il soffocamento finanziario, appena attenutato da alcune parziali licenze Ofac.
Per sfuggire all’asfissia economica, negli anni il chavismo ha cercato di offrire a prezzo stracciato le immense di riserve di oro (le seconde al mondo), incorrendo, anche, nelle inevitabili deviazioni. Le organizzazioni locali denunciano che il vuoto lasciato dallo Stato in alcune aree ha favorito il consolidamento di attori illegali, alimentati da una filiera internazionale, che transita dai Caraibi verso le raffinerie europee e che aggira i controlli valutari.
La lotta in questa zona non è solo ambientale o criminale, ma una partita geopolitica per il controllo di materie prime strategiche che Washington mira a sottrarre all’influenza dei partner orientali. E che ora, approfittando della nuova situazione, cerca di garantirsi in sicurezza, risolvendo a modo suo il controllo sulle organizzazioni criminali, che ha opportunamente equiparato a organizzazioni terroristiche, come nel caso del Tren di Aragua.
Questa organizzazione criminale è nata attorno al 2010 all’interno della prigione di Tocorón, nello stato venezuelano di Aragua. Il nome deriva originariamente da un sindacato di operai impegnati in un progetto ferroviario mai completato nella regione, i cui membri iniziarono a esercitare il controllo attraverso l’estorsione. Sotto la guida di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, alias “Niño Guerrero” – uno dei “marginali” che il chavismo aveva tentato di recuperare -, il penitenziario di Tocorón è stato trasformato in una base operativa di fatto, in quella società parallela che erano le carceri della IV Repubblica prima che il socialismo bolivariano riuscisse a bonificarle (una situazione che abbiamo potuto documentare ampiamente negli anni).
Dopo l’evasione da quel carcere, il bandito si è messo alla testa di un’organizzazione che si è espansa lungo le rotte migratorie, stabilendo cellule in Colombia, Cile, Perù, Brasile e, più recentemente, negli Stati Uniti. Le sue attività spaziano dall’estorsione al traffico di esseri umani, droga e armi. Nel 2025, il Dipartimento di Stato USA ha ufficialmente designato il gruppo come “organizzazione terroristica straniera”.
Ora, l’eliminazione di Guerrero Flores, in un’azione congiunta della Forza armata nazionale bolivariana con l’esercito Usa, ha suscitato comprensibili proteste, più o meno motivate, basate soprattutto sul fatto che la costituzione bolivariana, proibisce qualunque presenza militare straniera sul territorio (e soprattutto le basi militari).
Un argomento critico sollevato dai movimenti sociali (come i collettivi o le organizzazioni comunitarie) è che le operazioni “congiunte” con gli USA non mirino davvero a smantellare il crimine, ma a creare un vuoto di potere che le corporazioni e gli attori privati legati a Washington (o all’opposizione radicale) vorrebbero occupare. Il timore è che, sotto il pretesto della lotta al crimine e alla difesa della legalità, si voglia smantellare l’architettura socialista dello Stato e le forme di potere popolare (e di autodifesa), che sono l’unica vera barriera alla criminalità organizzata locale, gestita dai poteri forti.
Chi difende l’attuale linea governativa sostiene, sulla base di dati e inchieste documentate, che la collaborazione tra le forze di sicurezza venezuelane e agenzie internazionali, sia francesi che spagnole che statunitensi, siano già avvenute, e che questo non sia da considerarsi un “tradimento” della sovranità, ma una prassi consolidata per gestire dossier criminali specifici che superano i confini nazionali. D’altro canto, l’avvertimento lanciato al continente con il sequestro di Maduro, e motivato dagli Usa come difesa della sua sicurezza nazionale, minacciata da bande armate equiparate a terroristi, ha immediatamente portato, dopo il 3 gennaio, la presidenta del Messico, Claudia Scheinbaum, a compiere insieme alle truppe Usa una sanguinosa operazione di vari giorni contro il capobanda di un gruppo criminale, peraltro perdente, rivendicandola ai quattro venti.
Il quadro, in Venezuela si è complicato anche con la missione del generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, giunto a Caracas il 3 giugno con un volo ufficiale gestito in segretezza. La missione, ufficialmente presentata come confronto bilaterale, ha sollevato dubbi legati al profilo di Caine, socio di rischio in diversi fondi d’investimento, tra cui Ribbit Capital. L’ipotesi che emerge dall’analisi degli atti di governo è che tali contatti mirino al posizionamento di attori privati in settori chiave — difesa e ciber-sicurezza — in un contesto in cui l’ala più radicale dell’opposizione preme per un’apertura economica deregolamentata.
Per il governo incaricato, si tratterebbe di un altro capitolo obbligato di quel “ripiegamento tattico” che implica la scelta di cooperare su terreni limitati per evitare lo scontro totale, inteso come unica strada per preservare il progetto rivoluzionario a lungo termine, evitando il collasso totale che l’estrema destra agogna.
In questo quadro, il Venezuela assume i tratti della “Zona” descritta nel film Stalker di Andrej Tarkovskij: un perimetro recintato dove le leggi della politica e della fisica tradizionale sono sospese, le coordinate spazio-temporali sono alterate e ogni passo falso può condurre verso trappole mortali. Nel Venezuela del 2026, la “Zona” è lo spazio politico sospeso tra la sovranità difesa e l’aggressione esterna. Entrarvi significa confrontarsi con i propri desideri più profondi e con le proprie paure. La leadership bolivariana, in questa Zona, cerca di non farsi “annientare” (per usare i termini di Mao), adottando tattiche che hanno radici profonde nella storia rivoluzionaria, ma che, nello stato attuale dei rapporti di forza, nel continente e a livello globale, non forniscono le stesse rassicurazioni.
Il governo bolivariano si muove all’interno di questo spazio difendendo la propria sovranità, ma costantemente condizionato dal “fantasma nella stanza”: il trauma del golpe cileno del 1973. La richiesta di una “prova di vita” rivolta dal gruppo dirigente superstite – Delcy e Jorge Rodríguez, Diosdado Cabello e Padrino Lopez – ai sequestratori statunitensi, all’indomani del 3 gennaio, ha svelato la nudità dei rapporti di forza: cosa sarebbe successo se il destino di Maduro fosse stato quello di Salvador Allende?
È un interrogativo che pesa su ogni nomina ministeriale, su ogni trattativa e su ogni silenzio “pedagogico”. La prudenza del quadro dirigente, spesso letta dalla base come stasi se non resa, è la risposta forzata a un’infiltrazione militare che ha rivelato crepe profonde nelle strutture di difesa. Il ripiego tattico, analogo per logica a quello di figure storiche come Páez nei momenti di massima pressione, cerca di preservare il nucleo rivoluzionario evitando la rottura frontale che Washington persegue.
Tuttavia, questa manovra di sopravvivenza si scontra con una realtà di classe che non perdona: il rischio, per chi governa, è che il pragmatismo necessario per evitare l’annientamento si trasformi in una capitolazione strisciante se non supportata da una trasparenza radicale verso le organizzazioni popolari. Il richiamo a José Antonio Páez, l’eroe degli llanos che seppe alternare scontri frontali a ritirate strategiche, serve a contestualizzare la prudenza di oggi. Come per Mao durante la Lunga Marcia, o per Lenin con la NEP – dice il governo incaricato -, il ripiego non è una resa. La ritirata maoista servì a preservare il nucleo rivoluzionario dall’annientamento del Kuomintang; la NEP leninista fu la “ritirata” necessaria per evitare il collasso totale dopo il Comunismo di Guerra.
Il governo, oggi, applica questa logica: il “doppio binario” diplomatico — le licenze petrolifere concesse per inibire l’aggressione USA — è la spinta all’estremo della NEP venezuelana, inaugurata da Maduro per far fronte alle “sanzioni”. Il problema, che genera il conflitto con il potere popolare, è la mancanza di quella “pedagogia della crisi” che Lenin usò per spiegare che la ritirata era il preludio a una nuova avanzata. Senza questa spiegazione, supportata da azioni concrete, il tatticismo appare senza orizzonte.
Il progetto di rovesciamento del sistema bolivariano passa per l’abolizione delle tutele lavorative. A fronte di questo, anche la ristrutturazione amministrativa avviata dal governo per combattere la burocrazia ha generato allarme. Diosdado Cabello – il vicepresidente del PSUV che per molti è pericolosamente nel mirino degli Usa -, ha dovuto precisare che l’accorpamento dei ministeri non punta ai licenziamenti, come avvenuto in Argentina con Milei, ma alla rimozione di una burocrazia che il governo stesso definisce paralizzante, in continuità con il piano di rivoluzione giudiziaria annunciato da Maduro. La base sindacale, tuttavia, resta in allerta: chiede che l’efficienza non diventi tecnocrazia e che ogni passo sia monitorato dal potere popolare.
La nomina della poeta Rosa Inés Chávez (la figlia minore del Comandante) alla guida della Misión Venezuela Joven risponde proprio alla necessità di riancorare simbolicamente il progetto all’eredità paterna, cercando di rassicurare la base mentre nei corridoi si affievoliscono i simboli storici e si integrano figure della Quarta Repubblica per allargare il consenso. Il rischio, per il governo, è che il pragmatismo, giustificato come “male minore”, svuoti di significato la soggettività politica organizzata che finora è stata l’unica barriera contro l’imperialismo.
La scadenza del 30 giugno a New York, quando si svolgerà l’udienza per Maduro e Flores, preceduta dalla campagna internazionale per la loro liberazione, rappresenterà un ulteriore punto di svolta nella strategia da adottare.
Intanto, la diplomazia bolivariana, in questa fase di transizione obbligata cerca di mantenere la sua scommessa anche sul piano dell’ordine multicentrico e multipolare, in cui il Venezuela resta saldamente inserito. Il rafforzamento dei legami con il blocco ASEAN, insieme al mantenimento sul proprio territorio delle rappresentanze diplomatiche antimperialiste (Cuba, Iran, Palestina, Russia…), e il consolidamento della cooperazione strategica con il Vietnam indicano l’attuazione pratica di una visione che cerca di sottrarre il Paese al ricatto del dollaro e dell’assedio atlantico. È la ricerca di una geografia politica alternativa che possa garantire al Venezuela lo spazio necessario per respirare, lontano dalla morsa definita dagli apparati di Rubio.
Di fronte a questo scenario complesso, non è tempo per conclusioni schematiche e definitive, più utile ci sembra un esercizio di analisi basato sull’epoché: la messa fra parentesi, la sospensione del giudizio per permettere alla realtà di decantare. Il destino del progetto bolivariano non si gioca solo nelle cancellerie, ma nella capacità di trasformare la resistenza difensiva in un nuovo ciclo di iniziativa politica rivoluzionaria, in cui la sovranità non sia più difesa solo come bastione, ma rilanciata come promessa di trasformazione sociale. Il Venezuela di fine giugno è, in definitiva, un campo di forze sospeso: la sua storia futura dipenderà dalla tenuta del legame tra la direzione politica e la base sociale, l’unico vero termometro in grado di misurare, al netto di ogni manovra, la vitalità della transizione al socialismo.