di Rino Impegno

Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Nella regione etiope del Tigray torna la preoccupazione tra la popolazione per una possibile ripresa delle ostilità tra l’esercito regionale e quello del governo centrale. Nel 2020 e per due anni nella regione si è svolta una delle guerre civili più violente del ventunesimo secolo, che avrebbe mietuto presumibilmente 5-600000 morti, crimini di guerra efferati, che vanno dagli stupri sulla popolazione civile alle esecuzioni extragiudiziali, 2 milioni di sfollati interni e 4,5 milioni di civili in stato di grave insicurezza alimentare. I dati reali potrebbero essere ben peggiori di quelli presunti, considerando che né la stampa né alcun ente internazionale ha avuto il permesso da parte del governo federale di entrare nell’area del conflitto e verificare scientificamente l’impatto del conflitto.

La guerra, interrotta nel 2022 con il cessate il fuoco firmato a Pretoria, che aveva tra i suoi punti nevralgici un programma nazionale di disarmo degli ex combattenti, ha lasciato sospesi molti temi di discordia tra i due eserciti, facendo intravedere tra gli esperti la possibilità che possano riaccendersi le ostilità in qualsiasi momento.

Al termine delle elezioni presidenziali, che si sono svolte il 1 giugno e hanno visto la rielezione del primo ministro Abiy Ahmed Ali, si sono rafforzati gli indicatori di una ripresa delle ostilità.

Il primo segnale è la dichiarazione del governo regionale tigrino, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), il quale ha fatto sapere di “non garantire “ obbedienza al governo centrale appena rieletto dopo aver ricostituito da maggio unilateralmente il suo consiglio regionale. Allo stesso tempo, il primo ministro etiope, terminata la fase elettorale, avrebbe maggiore libertà di azione su questo fronte, non sentendosi più vincolato dal giudizio dei cittadini. Le autorità etiopi hanno revocato l’accreditamento e il permesso di soggiorno di una giornalista francese che lavora per il quotidiano cattolico La Croix e le hanno ordinato di lasciare il paese a seguito di un suo  viaggio in Tigray all’inizio di questo mese, lasciando chiaramente intendere di non volere che giornalisti internazionali siano in condizione di osservare lo sviluppo degli eventi nell’area.

Un altro pessimo segnale sono le sempre più frequenti voci di una una maggiore mobilitazione degli eserciti rivali lungo il confine del Tigray, al momento solo apparentemente mirati ad intimidire la fazione opposta e le accuse da parte di funzionari dell’intelligence etiope al TPLF di preparare un’offensiva contro l’esercito centrale da scatenare “nei prossimi giorni “. Condizioni, queste che mettono a serio rischio il cessate il fuoco firmato dalle fazioni a Pretoria nel 2022.

Non ultimo il segnale che arriva dalla popolazione civile, soprattutto tigrina, che in questi giorni tenta di lasciare l’area del possibile nuovo conflitto per due motivi principali: evitare di trovarsi ancora coinvolta in una guerra, le cui ferite sono ancora ben fresche nelle menti e nei corpi dei civili, e sfuggire al reclutamento forzato dell’esercito che sarebbe in atto in questi giorni. Buona parte delle famiglie tigrine stanno cercando di riunirsi soprattutto nella capitale Addis Abeba.

Quest’ultima è l’ulteriore prova, se ne servissero ancora altre, che la popolazione civile non vuole la guerra, in Tigray come nel resto dell’Africa e nel mondo. Le guerre, soprattutto in Africa, si sono sempre abbattute sulla popolazione civile con una violenza difficile da replicare, al punto da arrivare con troppa facilità al genocidio.

Finché la guerra non è ricominciata, resta la speranza che ancora le divergenze restino sul piano politico e con la politica si risolvano. In questo senso sono da rimarcare gli sforzi dell’Unione Africana, il cui Rappresentante Olusegun Obasanjo ha appena concluso una visita ad Addis Abeba, al fine di rinforzare gli accordi di Pretoria. Ma col tempo che passa e con lo scarso interesse del resto della Comunità Internazionale il rischio si fa sempre più concreto e i venti di guerra soffiano sempre più forte sul Tigray.