Pagine Esteri – L’immagine delle pistole e dei proiettili che il padrone di casa ha regalato ad ognuno dei capi di stato e di governo presenti riassume meglio di mille dichiarazioni il carattere del 36° vertice dell’Alleanza Atlantica di Ankara.
«La deterrenza e la difesa della Nato si basano su un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche. Ci impegniamo a mantenere il nostro vantaggio in combattimento. Stiamo investendo nella nostra capacità di schierare, potenziare e sostenere le nostre forze armate e di raggiungere i nostri obiettivi in tutti i domini, compresi gli attacchi di precisione in profondità, la difesa aerea e missilistica integrata, i sistemi senza equipaggio, le tecnologie all’avanguardia e le capacità di intelligence. Stiamo sviluppando una rete transatlantica interoperabile per le operazioni belliche e adottando potenti modelli di intelligenza artificiale» recita una dichiarazione finale che parla esplicitamente la lingua della guerra.
Nel frattempo, mandando un chiaro messaggio ai suoi “alleati” europei oltre che a Teheran, Donald Trump ha deciso di riprendere i bombardamenti contro l’Iran, violando il memorandum firmato poche settimane fa. L’accondiscendente Mark Rutte ha applaudito – «non si poteva fare altrimenti», ha detto – mentre i leader europei e quello canadese hanno abbozzato e fatto finta di niente, continuando a subire l’iniziativa di Washington. Anche quando il tycoon ha ribadito senza filtri, durante il faccia e faccia con il presidente turco, le proprie mire sulla Groenlandia che, ha detto, «dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca».
Poco prima dell’incontro tra i presidenti e i primi ministri degli Stati membri della NATO, Trump ha espresso il suo malcontento nei confronti dei partner dell’Alleanza e si è detto “deluso”. Il tycoon se l’è presa soprattutto con la Spagna che rifiuta di aumentare la propria spesa militare al 5% del Pil entro il 2035 come ordinato da Washington. Ma lo stesso Pedro Sánchez ha ricordato di essere un partner fedele della Nato e che dal 2018 ha triplicato il budget per la difesa rimpolpandolo molto di più di tanti paesi che pure a parole stanno obbedendo a Trump senza protestare.
La Casa Bianca ha ottenuto buona parte dei risultati che si prefiggeva, piegando l’Alleanza alle sue necessità economiche prima ancora che militari. A parte alcune dichiarazioni di circostanza su un aumento del ruolo europeo nell’Alleanza e qualche commessa ad hoc aggudicata all’industria militare del Vecchio Continente (la più consistente dovrebbe premiare la svedese Saab, con l’acquisto di una decina di aerei radar GlobalEye, destinati a sostituire alcuni degli attuati Awacs), Washington ha ottenuto dai partner europei un aumento generalizzato della spesa militare. La dichiarazione finale ne parla così: «Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione».
Le decine di miliardi di euro di maggiori investimenti europei nella “difesa” non solo sgraveranno gli Stati Uniti da una parte importante delle spese finora sostenute per sostenere il suo schieramento militare in Europa, ma riempiranno ulteriormente le casse dell’industria militare americana che si aggiudica la stragrande maggioranza dei contratti per la vendita delle armi e delle tecnologie decisi al “Defence Industry Forum” che ha aperto la kermesse.
«È stato un vertice di grandissimo successo» ha commentato lo stesso Trump dopo aver visto soddisfatti i pronostici della vigilia. È stato soprattutto l’apparato militare-industriale americano a fare la parte del leone. La maggior parte delle armi e delle tecnologie “made in Nato” (formulazione coniata dal fido Rutte) sarà pagata dai paesi europei ma prodotta e venduta da imprese americane, consentendo – la stima è dello stesso Trump – la creazione negli States di 200 mila posti di lavoro. Una vera e propria manna dal cielo per la disastrata economia americana se è vero che nei prossimi anni, ha calcolato il segretario generale della Nato, l’Alleanza movimenterà commesse per ben 300 miliardi di euro che usciranno in gran parte dalle casse statali del Vecchio Continente.
Un meccanismo contenuto in un passaggio della dichiarazione finale – «Stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una Nato più forte, un’Alleanza modernizzata. Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza» – che indora la pillola per Bruxelles ma non nasconde il cambio di passo.
Il sacrificio di altri residui pezzi del welfare state europeo avverrà sull’altare della difesa dalla minaccia della Russia, che la dichiarazione finale definisce una “minaccia a lungo termine” per l’Alleanza. Questo nonostante il comandante in capo delle forze armate della Nato, il generale Grinkevich, sostenga che Mosca non rappresenta un pericolo immediato visto che non cerca lo scontro con l’Europa.
Anche se per ora l’ingresso di Kiev nella Nato è stato rinviato a data da destinarsi, il vertice ha confermato l’impegno a destinare 70 miliardi all’Ucraina nel 2026 e altrettanti il prossimo anno. Anche in questo caso ad aprire il portafogli saranno europei e canadesi. «L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Gli Alleati europei e il Canada finanziano attualmente la stragrande maggioranza dell’assistenza alla sicurezza fornita all’Ucraina attraverso mezzi bilaterali e multilaterali. Gli Alleati sottolineano che tale sostegno deve essere equo, prevedibile e sostenibile a lungo termine» recita il quarto dei sei punti diffusi alla fine dei lavori. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria