Pagine Esteri (foto di Tom Arthur Wikimedia Commons) – Sessantatrè anni dopo la storica Marcia su Washington del 1963 e il celebre discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King Jr., il movimento per i diritti civili torna nella capitale americana per difendere il diritto di voto. Il 28 agosto migliaia di persone sono attese davanti al Lincoln Memorial per la “March on Washington 2026: Defend the Vote”, una mobilitazione che gli organizzatori definiscono la risposta all’indebolimento delle tutele federali contro la discriminazione razziale nelle elezioni.
L’iniziativa è promossa dalla National Action Network del reverendo Al Sharpton insieme a Martin Luther King III, Arndrea Waters King, organizzazioni sindacali e numerose associazioni per i diritti civili. La scelta della data non è casuale. L’obiettivo è richiamare l’eredità della manifestazione del 1963, quando oltre 250 mila persone si riunirono a Washington per chiedere uguaglianza e giustizia, contribuendo ad aprire la strada alle riforme sui diritti civili.
Gli organizzatori denunciano che il sistema democratico degli Stati Uniti è in grave pericolo. Nel mirino c’è soprattutto la recente decisione della Corte Suprema che ha ridimensionato la portata della Sezione 2 del Voting Rights Act, la legge del 1965 considerata uno dei principali strumenti per contrastare la discriminazione razziale nelle consultazioni elettorali. Proprio quella norma ha consentito per decenni di impugnare mappe elettorali e sistemi di voto ritenuti penalizzanti per le minoranze afroamericane e ispaniche.
Per il movimento dei diritti civili la sentenza rappresenta un colpo durissimo. Al Sharpton l’ha definita “un proiettile nel cuore del movimento per il diritto di voto”, accusando la Corte di aver indebolito uno dei capisaldi della democrazia americana. L’obiettivo della manifestazione sarà quindi duplice: esercitare pressione sul Congresso affinché intervenga con nuove norme di tutela e mobilitare l’opinione pubblica in vista delle prossime scadenze elettorali.
“Difendere il diritto di voto significa difendere le fondamenta della nostra democrazia”, ha dichiarato Martin Luther King III annunciando la marcia. “Sessantatré anni dopo che mio padre parlò davanti al Lincoln Memorial, siamo chiamati a marciare ancora, non soltanto per ricordare, ma per agire”.
I repubblicani leggono diversamente la decisione della Corte Suprema. Molti esponenti conservatori sostengono che il ricorso sistematico al criterio etnico nella definizione dei collegi elettorali violi il principio costituzionale di uguaglianza davanti alla legge e favorisca una rappresentanza costruita sulla base dell’appartenenza razziale.
Lo scontro sul diritto di voto si inserisce in un clima politico già fortemente polarizzato, alimentato anche dalle iniziative del presidente Donald Trump. Nelle stesse ore in cui viene annunciata la manifestazione di Washington, la Casa Bianca rende noto che il presidente terrà domani, giovedì 16 luglio, un discorso televisivo alla nazione dedicato alle elezioni statunitensi, ai documenti di intelligence recentemente declassificati e a quelle che l’amministrazione definisce vulnerabilità delle macchine per il voto.
Trump illustrerà presunte nuove informazioni relative alle elezioni del 2020 e tornerà sul tema dell’integrità del sistema elettorale. È prevedibile che il presidente rilanci la tesi, sostenuta fin dalla sconfitta contro Joe Biden, secondo cui il voto sarebbe stato condizionato da irregolarità diffuse.
Si tratta di accuse che continuano a essere smentite dalle verifiche ufficiali. Numerosi tribunali federali e statali, le autorità elettorali, il Dipartimento di Giustizia e le agenzie federali per la sicurezza informatica non hanno mai individuato prove di frodi tali da modificare l’esito delle elezioni del 2020. Le stesse autorità definirono allora quelle consultazioni “le più sicure nella storia americana”.
L’amministrazione Trump insiste tuttavia sulla necessità di rafforzare i controlli. Negli ultimi mesi ha promosso una maggiore supervisione federale sull’organizzazione delle elezioni e ha sostenuto la necessità di riformare il funzionamento delle macchine per il voto. Esperti di diritto costituzionale contestano questa impostazione, osservando che l’organizzazione delle consultazioni elettorali rientra prevalentemente nelle competenze dei singoli Stati e che un eccessivo intervento federale rischierebbe di alterare l’equilibrio previsto dalla Costituzione.
Anche le indagini tecniche finora disponibili offrono un quadro non allarmante rispetto alla narrazione della Casa Bianca. Una recente analisi forense sulle macchine elettorali utilizzate a Porto Rico ha individuato alcune vulnerabilità informatiche, raccomandando aggiornamenti software e ulteriori misure di sicurezza, ma non ha trovato prove di intrusioni informatiche né elementi che dimostrino manipolazioni dei risultati elettorali.