Pagine Esteri – L’Osservatorio parità di genere della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac, per la sua sigla in inglese) delle Nazioni Unite ha registrato 19.254 femminicidi negli ultimi cinque anni, cioè 11 morti violente di donne per ragioni di genere al giorno, 1 ogni due ore. Nel 2024, 14 delle 25 nazioni con i tassi d’incidenza relativa di femminicidi più alti al mondo si trovano in America Latina e i Caraibi (UN Women ed Eclac), guidate dall’Honduras con 4,7 vittime ogni 100.000 donne, il Guatemala (1,9) e la Repubblica Domenicana (1,7). Tutto ciò senza contare l’enorme sottostima dei dati dovuta principalmente al timore o all’impossibilità di denunciare e, molto spesso, alla mancanza di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e di sistemi di giustizia visti come indifferenti, supponenti o, addirittura, complici dei criminali.

Dati che vanno ben oltre la media ponderata della regione, che oscilla tra 1 e 1,3 casi ogni 100.000 donne. Brasile e Messico guidano la lista dei Paesi con il maggior numero assoluto di femminicidi, rispettivamente con 1.568 e 768 reati di sangue (2025). Il 42% degli attacchi mortali viene commesso dal partner o ex partner e l’ambiente domestico rappresenta il principale focolaio di rischio, in particolare per le donne con un’età compresa tra i 21 e i 30 anni (22% dei femminicidi). 

Nel 2025, in Honduras, l’Osservatorio del Centro per i diritti delle donne (Cdm, per la sua sigla in spagnolo) ha registrato 936 aggressioni contro donne e bambine, tra cui 412 reati sessuali e 262 femminicidi. Ciò significa che in Honduras una donna o una bambina viene uccisa ogni 33 ore. Il 46% delle persone aggredite ha un’età compresa tra gli 11 e i 39 anni, il che rappresenta un aumento del 49% rispetto all’anno precedente. La maggior parte degli aggressori apparteneva alla cerchia ristretta delle vittime. Per la prima volta, i reati sessuali (44%) superano i reati contro la vita (31%), colpendo principalmente bambine e ragazze (297). Le denunce di violenza domestica sono state 41.895 e quelle di maltrattamenti familiari 48.642.

Nei primi sei mesi del 2026 la situazione non è cambiata. L’Osservatorio ha registrato 126 morti violente di donne, una ogni 34 ore. A maggio sono state uccise 8 donne in soli quattro giorni, quattro delle quali minorenni. 

Di fronte alla gravità della situazione e all’enorme sommerso e sottostimazione esistente, il Cdm e una ventina di organizzazioni, collettivi e piattaforme di donne e femministe hanno preso posizione a sostegno della necessità di un approccio integrale alla violenza contro le donne. 

Manifestazione contro i femminicidi in Honduras (Foto di Giorgio Trucchi)

“Questi numeri non sono statistiche astratte, sono vite strappate, famiglie distrutte, figli e figlie che crescono senza le loro madri. Ogni cifra ha un nome, una storia e una comunità che piange la sua assenza. Di fronte a questa realtà, nessuna organizzazione impegnata a favore dei diritti delle donne può rimanere in silenzio”, avvertono in una dichiarazione congiunta.

Nel 2013, dopo una lunga lotta, il movimento delle donne honduregno ottenne un successo storico: la tipificazione del delitto di femminicidio. Nonostante ciò, come appena visto, l’emergenza non è cessata e i numeri testimoniano una situazione estremamente preoccupante. 

Il nuovo Parlamento, controllato dalle forze ultraconservatrici del bipartitismo tradizionale, come risultato di “elezioni truffa” fortemente condizionate dall’ingerenze statunitense e da denunce di brogli elettorali, ha approvato una riforma che innalza le pene per il delitto di femminicidio (da 25 a 30 anni) e femminicidio aggravato (tra i 40 e i 60 anni) e crea organi giudiziari specializzati. Per le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, questa misura non solo non è sufficiente, ma rischia di essere un debole palliativo, una sorte di “populismo punitivo” che si sta espandendo parallelamente all’avanzata delle destre nel continente latinoamericano.

Manifestazione contro i femminicidi in Honduras (Foto di Giorgio Trucchi)

“Non serve a nulla aumentare le pene se non si promuovono politiche di prevenzione, né si attacca seriamente l’impunità che interessa più del 90% delle morti violente di donne”, spiega a Pagine Esteri, Erika García, coordinatrice del programma giustizia e contenzioso strategico femminista del Cdm.  Sotto accusa c’è quindi il sistema di giustizia e la mancanza di un approccio integrale al dramma della violenza di genere. Oltre a ciò, continua García, le organizzazioni denunciano il mancato rafforzamento del processo investigativo, la sistematica riluttanza di chi amministra giustizia ad applicare la figura del femminicidio, così come la complicità delle forze dell’ordine, composte in maggior parte da uomini.

Dopo le elezioni del 2021, vinte da Xiomara Castro e dal partito Libertà e Rifondazione (Libre), varie organizzazioni si fecero promotrici di una proposta di legge speciale integrale contro la violenza verso le donne. L’allora maggioritaria opposizione bipartitista, con il sostegno dei settori religiosi fondamentalisti e l’apparato mediatico controllato dai gruppi di potere economico e politico, si oppose strenuamente alla sua presentazione in aula e il progetto non arrivò mai a essere discusso. La recente riforma resta quindi più un atto mediatico improvvisato che una risposta complessiva e integrale.  

“Da quando si sono insediati il nuovo parlamento e il nuovo governo hanno esposto la bandiera del movimento pro-vita sia nell’emiciclo che nei diversi ministeri. Inoltre – continua l’avvocata del Cdm – non hanno mai voluto ascoltare il parere di quelle organizzazioni che da anni sono in prima linea nel sostegno alle donne e che conoscono molto bene le dinamiche che permettono che le violenze si riproducano e si rafforzino. Sono molti, troppi gli esempi di incoerenza di questa gente”. 

Forte la critica anche contro il doppiopesismo della maggioranza parlamentare, che da un lato dice di voler difendere la vita delle donne, ma dall’altro approva leggi che la compromettono seriamente. “Hanno approvato normative che blindano le attività agroindustriali, che criminalizzano la difesa della terra e i beni comuni, che spogliano le comunità delle loro terre, che riattivano  l’impiego a tempo parziale, precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro e smantellando i diritti. Sono le donne le principali vittime di queste leggi”, avverte García.

Denunciano infine l’ipocrisia dell’agenda ultraconservatrice che ha legiferato la proibizione totale e assoluta dell’aborto, blindandola con una riforma che permette la sua modifica solo con il voto favorevole dei tre quarti dei deputati, e che trama, insieme all’integralismo religioso, per negare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. “La deriva fondamentalista religiosa e la sua incidenza sui diritti delle donne è una costante globale che va di pari passo con la radicalizzazione a destra dei governi della regione, diventandone uno strumento privilegiato”, conclude l’avvocata del Cdm.

Molto grave è anche ciò che le donne vivono in Guatemala, al secondo posto tra i Paesi con il maggiore indice relativo di femminicidi. Nel 2025, le morti violente sono state 595, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di cui 206 femminicidi (+14,4%). Le denunce per violenza di genere sono state 17 al giorno, con un tasso di 402,2 denunce per ogni 100.000 donne (Procura generale). Nonostante ciò, è solo il 9% di chi subisce violenza che denuncia gli abusi. La sottostima colpisce in modo particolare le popolazioni indigene, che in Guatemala rappresentano il 46,3% della popolazione totale (Revista Puentes de Diálogos)

Per ciò che riguarda la violenza sessuale, la Procura generale ha riportato 9.649 denunce, di cui il 60% (5,834 vittime) riguardava violazioni e il 29% (2.839 vittime) aggressioni sessuali. La maggior parte delle vittime sono bambine e ragazze (65,9%). La violenza porta poi all’aumento esponenziale delle gravidanze adolescenziali e infantili, con 2.101 parti di madri tra i 10 e i 14 anni nel 2024, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Osservatorio della salute sessuale e riproduttiva).  

Malgrado nel 2008 le organizzazioni di donne e femministe abbiano ottenuto l’approvazione di normative speciali contro il femminicidio e altre forme di violenza contra le donne (decreto 22-2008), con pene tra i 25 e i 50 anni, e per la ricerca immediata di donne scomparse (decreto 9-2016), il Guatemala resta uno dei Paesi in cui le donne muoiono e scompaiono di più al mondo. Sarebbero almeno 13.800 le donne scomparse negli ultimi sette anni, cioè quasi 5 al giorno.

“Dobbiamo tornare alla storia del Guatemala, uno Stato con caratteristiche coloniali che ha sempre rappresentato gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, escludendo sistematicamente i popoli originari e le donne. Uno Stato che poi nasconde questa realtà dietro una falsa narrazione di difesa dei diritti delle persone”, spiega a Pagine Esteri, Virginia Gálvez, membro del collettivo femminista Actoras de Cambio.

I 36 anni di conflitto armato interno e di repressione feroce con più di 200 mila vittime e almeno 45 mila desaparecidos, così come l’influenza diretta degli Stati Uniti nelle politiche contrainsurrezionali, hanno usato la militarizzazione e il controllo maschile dei territori, nonché la violenza sessuale come armi contro i popoli, le donne maya, le donne organizzate.

“Fu una vera e propria istituzionalizzazione della violenza sessuale, che è rimasta in quasi totale impunità e che si è rafforzata con il passare degli anni. Siamo quindi di fronte a una vera e propria disumanizzazione della donna, soprattutto quella indigena, il cui corpo diventa estensione del territorio da controllare e invadere od oggetto da sfruttare sessualmente”, segnala Gálvez.

Varie organizzazioni di donne e femministe segnalano l’assistenza alle sopravvissute, il contenzioso strategico e la lotta contro l’impunità, la guarigione ancestrale e comunitaria e l’attività di sensibilizzazione politica come i principali elementi di una strategia integrale per affrontare il flagello del femminicidio e della violenza di genere.

Per l’attivista è fondamentale inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, denunciandone l’ipocrisia, legittimando il lavoro delle organizzazioni, costruendo meccanismi di risposta e di riparazione, di guarigione e recupero delle donne, generando condizioni sociali di non ripetizione.

“Ci sono condizioni strutturali che devono essere cambiate, ma dobbiamo anche avanzare nella lotta contro l’impunità, nella denuncia del simulacro di protezione da parte dello Stato, rompendo il silenzio, riappropriandoci della nostra voce, del nostro corpo, della nostra storia”. Pagine Esteri