di Davide Tornielli

Pagine Esteri (foto fermo immagine da un filmato di Al Jazeera) – Il parco per le famiglie di Herat è vuoto. Non si tratta di un’eccezione, ma dell’applicazione pratica di una norma emanata lo scorso anno dall’Emiro Haibatullah Akhundzada di Qandahar. Da allora le donne non possono, neppure accompagnate, entrare, quindi le famiglie rinunciano. La lista dei divieti di genere si allunga, coinvolgendo ambiti minuti della vita quotidiana. Le sezioni femminili degli ospedali sono state chiuse, le relative operatrici licenziate e si è tornati a partorire in casa. Le donne non possono viaggiare sole, ricoprire cariche pubbliche, parlare in pubblico e il ricordo delle deputate alla Loya Jirga, delle donne simbolo della repubblica islamica, è sempre più sbiadito. Non possono vestire in modo impudico, scoprire il viso, parlare in pubblico e sul rispetto delle nuove regole vigila la polizia morale. A inizio giugno, alle raccomandazioni si sono sostituiti i fatti e un’ondata di arresti ha investito le maggiori città del paese. Le donne devono restare a casa, anche quando il caldo e la mancanza di aria fa impazzire le persone. Non è esagerato affermare che la metà della popolazione afghana sia attualmente gli arresti domiciliari.

Nell’Afghanistan odierno non esiste un diritto civile; si applica la sharia coadiuvata dal codice tribale Pashtunwali. Unica concessione alla modernità, editti e ordinanze vengono trasmesse via WEB e SMS. Quindici anni fa una campagna aveva toccato l’opinione pubblica europea. Le dark Lady erano donne che, come gesto estremo, si davano fuoco. Non si trattava di un fenomeno isolato, ma di centinaia di giovani in tutte le città del paese, che andavano verso l’estremo sacrificio per lanciare un messaggio. Chi sopravviveva veniva comunque rifiutata dalla famiglia e costretta a vivere in case rifugio gestite dalle ONG. Di loro dopo il 2021 non si è saputo più nulla. Il fondato sospetto è che le auto immolazioni continuino, ma senza alcuno vi presti attenzione. Nel 2023 aveva fatto scalpore la presenza silenziosa di donne che sotto la pioggia si mettevano accovacciate con i loro bimbi nel mezzo delle strade. Non era un fenomeno locale; era una muta protesta di genere non contenibile né con le frustate né con le celle.

Non esistono statistiche ufficiali, ma il numero donne capofamiglia è in aumento. Sono  madri che si son trovate sole, spesso con molti figli, in una società che le considera paria. Il marito è stato ucciso in combattimento, a un posto di blocco o semplicemente è fuggito dalla miseria afghana. Molti lavoravano nelle raffinerie di eroina in Iran, dove l’oppio afghano veniva trattato per essere spedito in Turchia e da lì in Europa. A volte, venivano pagati con il prodotto e molti sono divenuti tossicodipendenti. L’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) ha stilato l’ultimo rapporto sul tema nel 2015, valutando il loro numero in oltre due milioni su una popolazione di 45 milioni di abitanti. Nonostante il bando alla coltivazione emanato dall’emirato nel 2022, a Kabul esiste una collina ove sono accampati migliaia di eroinomani. L’edificio colpito dall’aviazione pakistana nella capitale il 16 marzo 2026 era un’ex caserma adibita a centro di recupero. Sono state denunciate oltre 400 vittime.

A tutti è vietato ascoltare, fare musica e cantare; teatro, cinema; la maggior parte dei giochi, inclusi scacchi e aquiloni, sono stati banditi. È prescritto l’obbligo delle cinque preghiere giornaliere, del rispetto delle feste religiose della frequentazione delle moschee. È reato avere amici infedeli e hanno fatto notizia i Raynolds, coppia di settantenni britannici, tenuta in carcere a Bamiyan per sette mesi con l’accusa di aver fatto proselitismo cristiano. Un corpus normativo che non ha eguali nel mondo; gli uomini. devono indossare il costume tradizionale Shalwar Kameez e portare una barba che sia lunga almeno quanto un pugno chiuso. Dopo cinque anni di emirato le regole sono state interiorizzate; nelle strade, nei luoghi pubblici e nei negozi e ai matrimoni prevale il silenzio. È consentito il canto a cappella, ma limitatamente agli inni religiosi.

Nelle prime settimane di giugno sono stati arrestati 18 operatori delle Nazioni Unite. In un paese ove la sanità è al collasso, il 21 del mese l’ospedale di Herat è stato fatto oggetto di un’ispezione e 21 operatori sono stati portati in carcere per mancato rispetto dei decreti sulla barba. In Badakhshan i talebani sequestrano e bruciano in piazza i pantaloni dei giovani non conformi, suscitando sdegno e proteste in una provincia che da tempo minaccia la secessione. I paradossi dell’emirato sono particolarmente evidenti nelle strade. Una persona può essere perseguita perché ascolta musica alla radio, ma oltre il 50% dei conducenti non possiede la patente, non usa alcuna misura di sicurezza e il codice della strada appartiene al passato. Le famiglie sono stipate in utilitarie che, usando anche il bagagliaio, possono contenere dieci persone. Non ci sono targhe e quelle che ci sono non hanno più valore; nessuno assicura le auto, un terzo delle quali ha la guida a destra all’inglese.

Dato che ogni forma di associazione è stata bandita, non ci sono diritti sindacali. La moneta afgana si è inflazionata del 20 % nel 2021 – 22, per poi deflazionare e riprendere a svalutarsi nel 2025. Di fatto la popolazione nelle campagne vive in larga parte di un’economia di autoconsumo. Il problema della diminuzione del potere d’acquisto riguarda le periferie urbane e in particolare Kabul, in continua espansione. La paga di un operaio generico varia tra 200 e 300 dollari; con l’arrivo di sfollati e profughi espulsi da Iran e Pakistan i prezzi degli affitti sono lievitati in tutto il paese. Un tugurio di 40 metri quadri a Khair Khana, quarto distretto della capitale, può costare più di cento dollari al mese, utenze escluse. Ci si vive in otto, dieci, dovendo anche comprare l’acqua perché quella dell’acquedotto è inquinata. È tra i miserabili, gli ultimi, che il peso del bando del lavoro femminile si fa più sentire.

Dopo aver rinunciato a tutto, dopo aver ripreso a bere l’acqua della falda che puzza di fogna, l’unica alternativa per i padri è ammazzarsi di lavoro. Chi riesce, fa due turni, accetta straordinari malpagati: incontri uomini di quaranta anni che ne dimostrano sessanta. D’altro canto, aumenta lo squilibrio, in quanto chi vende acqua, affitta o importa polli e generi di prima necessità fa affari d’oro. Sono sempre più le persone ridotte in stracci. Ma la via d’uscita non è dietro l’angolo e tornare alle campagne dalle quali si era fuggiti non è accettabile. La miseria aumenta il ricorso al matrimonio precoce, qui mai scomparso, e ora pienamente accettato. Quando il riso non basta, la priorità diviene avere delle bocche in meno da sfamare. Alcuni rientrati in Afghanistan negli anni scorsi hanno deciso di passare il confine con l’Iran nell’altro senso: l’illegalità in un paese straniero e bombardato è meglio della morte per consunzione nel proprio.

Con il Pakistan è tutta un’altra storia, perché il conflitto rimane aperto e al momento irrisolvibile, in quanto l’Afghanistan garantisce ospitalità e basi operative ai talebani d’oltre confine. Di emigrare o fuggire non se ne parla perché le frontiere a est sono chiuse. Le cose non vanno meglio per tecnici, quadri e professionisti. Anche per loro i salari reali si sono ridotti e chi ha un livello culturale alto, soffre di più le restrizioni religiose. Chi poteva ha colto l’occasione dell’evacuazione o è salito sui voli umanitari nei mesi. Gli altri, coloro che sono restati pensando che le cose si sarebbero raddrizzate, si trovano in una situazione difficile. A prevalere su competenza e preparazione è la presunta integrità morale dei candidati. Certo un pio talebano semianalfabeta difficilmente potrà pilotare un aereo, ma occupare un posto da dirigente forse sì.

Secondo una leggenda, Kabul sorgeva lungo le rive di un lago, al centro del quale si trovava l’Isola della Felicità. Qui viveva una famiglia di musici; l’isola divenne accessibile per ordine di un re, che la fece collegare alla terraferma con un ponte di canne, rompendo l’incanto. Alla base della piramide sociale ci sono i giovani che non possono permettersi una moglie. Ragazzi che vendono le braccia al mattino nei viali e vagheggiano di poter pagare una dote. Il sogno è giungere al giorno più importante, affittando una sala in uno dei tanti, sfavillanti, wedding centre. Invitare la famiglia, i vicini e gli amici, coprendo la sposa con un vestito bianco, collane d’oro e lustrini. Nei momenti di ottimismo, immaginano di avere quattro mogli, come i ricchi dal turbante nero che vivono nel centro e che saettano con autista verso l’aeroporto, schizzando i poveracci nelle giornate di pioggia.

Nell’ultimo secolo l’Afghanistan ha sperimentato tutti i sistemi di governo inventati dal genere umano. Dalla monarchia costituzionale di Mohammed Zahir, alla dittatura modernista di suo cugino Daud, che lo spodestò nel 1973. Dalla Repubblica popolare animata dai due rivali partiti comunisti locali, alla lunga occupazione sovietica; alla guerra civile. Poi nel 1996 s’insediò il primo emirato talebano sostenuto dal Pakistan e alleato di Osama Bin Laden, quindi nel 2001 l’invasione a guida Usa e la repubblica islamica, che tentò per venti anni l’impossibile esperimento di importare una democrazia dall’esterno. Ognuno alimentava aspettative e speranze, promessa di stabilità, benessere e libertà. Ora che la stabilità, in parte, sembra esserci, non volano più gli aquiloni. Pagine Esteri