Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il panorama politico peruviano si trova dinanzi a una nuova faglia strutturale dopo che il Jurado Nacional de Elecciones (JNE) ha proclamato ufficialmente Keiko Fujimori come presidenta eletta per il mandato costituzionale 2026-2031.

L’esito del ballottaggio si è consolidato su un margine ridottissimo: la coalizione di destra di Fuerza Popular ha ottenuto 9.223.396 preferenze (pari al 50,13% dei voti validi), superando per soli 49.641 voti il candidato della coalizione di sinistra Juntos por el Perú, Roberto Sánchez, che si è fermato a 9.173.755 suffragi (il 49,86%). Questo verdetto millimetrico ha immediatamente innescato una serie di mobilitazioni sia all’interno del Paese sia nelle principali città europee, comprese le comunità della diaspora in Italia, dove diversi collettivi di residenti all’estero sono scesi in piazza per denunciare anomalie nei meccanismi di voto e contestare la legittimità della transizione, evocando la necessità di una vigilanza democratica internazionale contro il ritorno dei metodi autoritari: «Fujimori nunca más, dictadura nunca más. Libertà per Castillo e per tutti i prigionieri politici!», dicevano gli slogan e gli striscioni.

Al centro delle contestazioni formali sollevate da Sánchez, che ha annunciato il ricorso presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), vi è la gestione logistica e burocratica dei voti espressi all’estero, un segmento demografico storicamente determinante nei bilanci elettorali peruviani e in cui Fujimori ha registrato oltre il 63% delle preferenze. I collettivi dei migranti denunciano un mutamento procedurale rispetto al primo turno: i verbali consolari del ballottaggio non sono stati scansionati e trasmessi per via digitale in tempo reale, bensì sigillati e inviati fisicamente attraverso valigie diplomatiche su disposizione della Cancelleria, d’intesa con la Oficina Nacional de Procesos Electorales (ONPE).

Tale meccanismo, secondo le opposizioni, ha creato una zona d’ombra procedurale che ha rallentato il conteggio finale, proprio mentre le istituzioni elettorali acceleravano i tempi di proclamazione. Questa solerzia burocratica contrasta storicamente con quanto avvenuto nelle elezioni generali del 2021, quando la destra fujimorista impose mesi di ostruzionismo giuridico e ricorsi per ritardare la ratifica del voto delle province rurali che aveva premiato il maestro sindacale Pedro Castillo.

La crisi attuale si iscrive in un contesto di profondo logoramento istituzionale, caratterizzato dall’uso sistematico dell’istituto della vacancia presidenziale per “incapacità morale permanente”. Questo dispositivo costituzionale, originariamente pensato per circostanze eccezionali, è stato attivato ripetutamente negli ultimi anni dal Congresso – trasformandosi nello strumento principale di una democrazia parlamentare di fatto, capace di rimuovere quattro presidenti nell’ultimo decennio, tra cui Martín Vizcarra, Pedro Castillo e, nell’ottobre 2025, Dina Boluarte, protagonista del golpe istituzionale contro Castillo.

 Questa destituzione permanente ha generato un’altissima volatilità politica, con sette capi di Stato alternatisi dal 2016 fino alla recente presidenza interinale di José María Balcázar, indebolendo la stabilità dell’esecutivo a favore di un parlamento controllato dai blocchi oligarchici.

A questa ingegneria istituzionale si affianca una sistematica criminalizzazione del dissenso politico e dei movimenti sociali. Le proteste popolari che hanno attraversato il Paese nell’ultimo triennio sono state affrontate attraverso l’applicazione di quello che la dottrina giuridica definisce “diritto penale del nemico”. Per mezzo della dilatazione dei reati di terrorismo ed eversione contenuti nel Decreto Legge 25475 – un impianto normativo ereditato dagli anni Novanta –, lo Stato peruviano ha operato una profonda giudiziarizzazione della rivolta. I movimenti di opposizione di base, sindacali e studenteschi vengono frequentemente perseguiti tramite l’uso politico dello stigma del terruqueo (l’accusa arbitraria di associazione terroristica o di legami con la passata guerriglia), una retorica securitaria utilizzata come costante ricatto ideologico per neutralizzare preventivamente qualsiasi piattaforma programmatica di alternativa o di riforma strutturale.

Questa dottrina repressiva ha trovato un riscontro materiale drammatico nei bilanci delle piazze, con decine di vittime civili causate dall’uso sproporzionato della forza da parte degli apparati di sicurezza durante i blocchi stradali e le manifestazioni nelle regioni meridionali e andine del Paese. Mentre le inchieste per i morti di piazza subiscono costanti rallentamenti burocratici, l’apparato giudiziario procede con rapidità nel porre fuori legge le organizzazioni di base e nell’istruire processi restrittivi a carico dei dirigenti sociali. La polarizzazione odierna vede così il Perù strutturalmente diviso tra le esigenze di stabilizzazione istituzionale richieste dai mercati e dalle multinazionali transnazionali, interessate allo sfruttamento delle risorse minerarie come rame e litio, e una persistente crisi di legittimità democratica che anche le piazze della diaspora continuano a denunciare su scala internazionale.