Pagine Esteri – Con il voto maggioritario del bipartitismo promotore del modello neoliberista estrattivista, il Congresso honduregno ha approvato una legge che blinda le attività agroindustriali, i settori turismo e allevamento, nonché i progetti energetici. Per le organizzazioni che da sempre lottano contro un modello fortemente depredatore, la nuova normativa apre la strada a una ancora più profonda politica di persecuzione e criminalizzazione della difesa della terra, dei territori e dei beni comuni.
Tra i punti chiave della nuova normativa si dichiarano le attività agroindustriali, i progetti turistici ed energetici e l’allevamento come “ragioni di ordine pubblico e di interesse e priorità nazionale”, proclamando al contempo l’inviolabilità dei terreni destinati a progetti di tali settori e “proteggendoli da politiche di riforma agraria o motivi di pubblico interesse”.

Qualsiasi interferenza con le attività agroindustriali, turistiche, energetiche e di allevamento o con il trasporto di prodotti derivanti da tali attività sarà considerata come una “minaccia all’interesse economico generale”. Pertanto, la normativa stabilisce meccanismi per ordinare sgomberi immediati, entro e non oltre le 48 ore, in caso di occupazioni, invasioni e blocchi stradali. Attribuisce, inoltre, priorità assoluta alle procedure legali e concede il “silenzio amministrativo positivo” per accelerare il rilascio di licenze ambientali, permessi operativi, registrazioni e autorizzazioni al trasporto.
In questo modo, la nuova legge diventa punta di diamante della logica di accumulazione per espropriazione, già che non solo crea un regime straordinario di protezione per le attività e i progetti in sé, ma assicura nelle mani del capitale nazionale e multinazionale anche terreni, infrastrutture, investimenti, trasporti, catene logistiche (supply chain) e opere di manutenzione.
Contro le nuove misure, il cui testo è stato presentato nell’aula parlamentare solo quattro giorni dopo il massacro di venti contadini nel Bajo Aguán, nel nordest dell’Honduras, si è espresso un ampio ventaglio di organizzazioni sociali e popolari. Durante una manifestazione nel parco centrale della capitale Tegucigalpa, più di trenta sigle hanno espresso il loro totale rifiuto nei confronti di una normativa che “criminalizza la protesta” e costituisce “una minaccia diretta contro i diritti territoriali, la sovranità alimentare, i beni comuni e la vita stessa delle comunità”. Ugualmente, trasforma chi difende tali diritti in nemici dello Stato e crea un regime di eccezione permanente che favorisce la repressione, la violenza e l’annientamento fisico.

La considerano, inoltre, un’iniziativa legislativa chiaramente “incostituzionale e discriminatoria”, che aggrava le condizioni che storicamente in Honduras hanno favorito la spoliazione, la persecuzione e l’assassinio di chi difende la terra, i territori e i beni comuni. Oltre a ciò, legalizza e istituisce un regime di privilegi a favore di latifondisti e grandi aziende agroindustriali, di investitori nei settori turismo, energia e allevamento, ignora e annulla i diritti storici sulla terra e sui territori appartenenti alle popolazioni indigene, nere e contadine, e al contempo indebolisce i controlli ambientali e viola il diritto alla consultazione preventiva, libera e informata.
“Si tratta di una legge che legittima la spoliazione e lo sfollamento delle comunità a favore di impresari che vogliono accaparrarsi il poco che ci è rimasto. È un vero e proprio attentato contro la vita dei popoli ed è la cuspide di un modello predatorio e assassino. Non è possibile che nessuno ci consulti e che per un presunto sviluppo economico e una cosiddetta crescita si metta a rischio la vita di migliaia di persone e famiglie. Dobbiamo reagire e farlo subito”, spiega Miriam Miranda, dirigente garifuna dell’Organizzazione fraterna nera honduregna (Ofraneh).
Per il padre Ismael “Melo” Moreno, direttore del Gruppo di riflessione, ricerca e comunicazione (Eric), questa normativa privilegia solo determinati gruppi ed emargina le famiglie contadine, viola il loro diritto di accesso alla terra e calpesta la libertà di espressione. Pertanto è incostituzionale.
“Non fa che consolidare l’ingiusta mancanza di accesso alla terra della popolazione contadina, la quale ha il diritto di esigerne l’abrogazione, perché viola la dignità umana. È come voler spegnere un incendio che sta divampando versandovi sopra altra benzina. È molto pericoloso”.
Proprio per questo motivo, nei giorni successivi all’approvazione della nuova legge (decreto 107-2026) e delle misure contenute nel nuovo “pacchetto sicurezza” (decreto 84-2026) –che inasprisce le pene contro l’estorsione, ridefinisce il delitto di “associazione con finalità di terrorismo” e apre le porte a interpretazioni estensive che potrebbero essere usate contro le proteste dei settori sociali– varie organizzazioni contadine, indigene, studentesche, femministe e sindacali hanno introdotto un habeas corpus preventivo a favore degli abitanti di 217 territori e comunità. In questo modo chiedono alla Sala Costituzionale della Corte Suprema di dichiarare l’inapplicabilità delle leggi in quei territori, garantendo così la protezione delle libertà individuali e dei diritti umani.

Chiedono inoltre la sospensione immediata di tutti gli sgomberi in applicazione della nuova legge, come quello avvenuto a Choloma, nel nordovest dell’Honduras, che ha coinvolto almeno venti famiglie indigene accusate di “usurpazione” che risiedevano da decenni su circa 35 ettari di terra. “Mio padre è nato qui, io sono nata qui ed è tutta la vita che lavoriamo la terra. Non capisco perché ci stiano facendo questo. Sono più di 70 anni che viviamo qui”, racconta una delle donne sfollate e poi arrestate.
“A partire da questo momento ci dichiariamo in mobilitazione permanente e convochiamo le basi del movimento sociale e quelle delle organizzazioni indigene, nere, contadine, sindacali, studentesche, delle donne, femministe, ambientaliste e dei diritti umani a preparare una risposta contundente a livello nazionale. Convochiamo tutte le forze sociali e popolari a uno sciopero indefinito, a bloccare punti strategici del Paese, a realizzare presidi e blocchi stradali e qualsiasi forma legittima di protesta”, dichiarano le organizzazioni in un comunicato.
Sgomberi, arresti e azioni violente che rischiano di gettare nuova benzina sul fuoco di un Paese che, dopo i brogli elettorali del novembre scorso, l’assalto alle istituzioni, la persecuzione delle opposizioni politiche e sociali, i licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’approvazione di leggi che blindano gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale e il consolidamento della sudditanza nei confronti di Stati Uniti e Israele, vive già momenti di forte tensione.
È infatti di queste ore la notizia che la Corte Suprema ha deciso di revocare il mandato di cattura emesso contro l’ex presidente Juan Orlando Hernández, accusato in Honduras di frode e riciclaggio nel caso conosciuto come Pandora II.
Hernández, condannato negli USA a 45 anni di carcere per narcotraffico e poi indultato dal presidente Trump, ha fatto sapere che tornerà in Honduras il prossimo 31 luglio per presentarsi spontaneamente al processo che inizierà i primi di agosto. Una tragicommedia, con il tacito consenso di Washington e dell’Unione Europea, il cui esito è già scritto visto che, nel frattempo, le nuove autorità hanno fatto piazza pulita dei vertici delle principali istituzioni, tra cui quelle giudiziarie, ed hanno iniziato manovre persecutorie contro i loro predecessori legati all’ex governante Libertà e Rifondazione (Libre).
La riabilitazione pubblica di un Hernández “perdonato”, ma non per questo innocente, apre scenari ancor più inquietanti, come quelli segnalati recentemente da Canal RED e Hondurasgate circa un piano strategico di neo colonizzazione israelo-statunitense, per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina. Tale piano conterebbe sul sostegno economico e politico dell’argentino Javier Milei e avrebbe come testa di ponte proprio l’Honduras e l’ex presidente Hernández.
Una sorte di Plan Condor 2.0 che usa la militarizzazione di mari e territori e differenti tipi di guerra, includendo quella psicologica e di quarta e quinta generazione, con investimenti multimilionari, sia per indurre “transizioni politiche” in quei paesi con governi non asserviti agli interessi di Washington, sia per impedire qualsiasi attecchimento di future opzioni politiche progressiste con basi sociali numericamente importanti e mobilitate. Quanto accaduto recentemente nelle elezioni in Ecuador, Colombia, Honduras e Perù getta ombre ancor più preoccupanti in vista delle elezioni di ottobre in Brasile e quelle del prossimo anno in Messico.