Pagine Esteri – Come previsto dai sondaggi, le amministrative di venerdì scorso in Gran Bretagna hanno completamente rivoluzionato la mappa politica del paese.

Da una parte emerge in maniera prepotente la nuova creatura nazionalista e sciovinista di Nigel Farage. Dopo aver ottenuto la fuoriuscita di Londra dall’Unione Europea nel 2016, nel 2019 Farage ha abbandonato l’UKIP – il “Partito per l’Indipendenza del Regno Unito” – per fondare il “Brexit Party” poi trasformato in “Reform Party”.

Di riformista la formazione di Farage non ha decisamente nulla, anzi si ispira al più becero populismo di destra ormai in voga in tutto l’occidente e fa breccia su un trumpismo in salsa british e sui messaggi d’odio contro l’immigrazione.

Approfittando della crisi verticale di consensi nei confronti sia dei laburisti sia dei conservatori, la destra radicale di Farage ha conquistato centinaia di consigli comunali e di consiglieri nelle amministrazioni locali che sono state rinnovate, puntando ora a conquistare il parlamento alle prossime elezioni politiche.

Al di là del risultato di “Reform Uk”, il voto di venerdì ha inoltre dimostrato la crisi generale di un sistema politico tradizionale che per oltre un secolo è stato ampiamente dominato da due partiti – laburisti e Tories – che oggi arretrano a tal punto da lasciare spazio all’affermazione non solo dei liberaldemocratici ma anche dei verdi, ai quali il giovane leader Zack Polanski ha impresso una svolta a sinistra ottenendo molti dei consensi in fuga dai laburisti ormai avvitatisi su una gestione liberista e alle prese con numerosi scandali.

Di fronte alla prepotente crescita dei voti per i vari partiti che ora si confrontano alla pari con il centrosinistra e il centrodestra, neanche il rigido sistema elettorale uninominale – che per decenni ha impedito la rappresentanza delle formazioni emergenti – è riuscito a salvare il sistema bipartitico.

Ed oggi, paradossalmente, se nell’Inghilterra profonda spopolano i candidati e il messaggio di Farage, improntato ad una sorta di “Make England Great Again” e alla rivendicazione di un ristabilimento del primato di Londra sul mondo e del britannico bianco e cristiano sul Regno Unito, nelle altre nazioni dell’arcipelago si affermano i movimenti indipendentisti di sinistra, che non solo approfittano della crisi di consensi che investe laburisti e conservatori ma riescono anche a proporsi come argine allo sciovinismo nazionalista del “Reform Party”.

Infatti dopo le elezioni di venerdì, per la prima volta tre delle quattro nazioni del Regno Unito saranno governate dai rispettivi partiti indipendentisti innescando una dinamica che potrebbe innescare una seria crisi se non l’implosione del Regno Unito.

In Scozia gli indipendentisti di centrosinistra dello “Scottish National Party” governano ormai dal 2007 e nel 2014 si sono avvicinati alla vittoria nel referendum per la creazione di uno stato scozzese. Venerdì, nonostante il netto calo dei consensi – a causa soprattutto degli scandali che hanno investito la leadership della formazione negli ultimi anni – l’SNP è riuscito comunque a prevalere e a conquistare la maggioranza dei seggi, anche se per formare un governo dovrà ottenere il sostegno dei Verdi – anche loro favorevoli all’autodeterminazione – che invece sono nettamente cresciuti.

In Galles, il partito nazionalista Plaid Cymru, anch’esso di centrosinistra, è per la prima volta diventato la forza politica più votata al Senedd di Cardiff, conquistando molti dei voti in fuga dai laburisti mentre “Reform Uk” si affermava soprattutto nelle regioni interne saccheggiando i feudi storicamente fedeli ai Tories.

La separazione della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord dall’Inghilterra certamente non può essere considerata imminente ma sicuramente il nuovo assetto renderà il Regno Unito più difficile da governare e innescherà un conflitto tra periferia e centro più serio che in passato.

I nazionalisti gallesi hanno affermato che per ora non si concentreranno sulla convocazione di un referendum per l’indipendenza ma sulla richiesta di un forte aumento delle competenze per il parlamento e il governo di Cardiff. Inoltre il Plaid Cymru intende rimpinguare i finanziamenti al welfare e alla sanità, oltre che salvare ed espandere l’utilizzo della lingua celtica locale.

Da parte loro, i nazionalisti scozzesi potrebbero invece tentare di nuovo di convocare un referendum per l’indipendenza, forti dei sondaggi che negli ultimi mesi danno i “si” in seppur leggera crescita, anche se il 23 novembre del 2022 la Corte Suprema del Regno Unito ha sentenziato che il Parlamento scozzese non ha il potere di indire una nuova consultazione senza l’autorizzazione di Londra.

Michelle O’Neill, Prima Ministra dell’Irlanda del Nord per il Sinn Féin, partito che auspica la fine del dominio britannico sulla provincia e la sua riunificazione con l’EIRE, ha descritto le elezioni per il rinnovo dei parlamenti autonomi di Scozia e Galles, tenutesi in concomitanza con le elezioni locali inglesi, come un “momento di cambiamento epocale”.

«Non credo ci possa essere un segnale più chiaro del fatto che il tempo di Westminster stia per finire, sia per gli abitanti di qui che per quelli di Scozia e Galles», ha dichiarato a Reuters la leader del movimento repubblicano irlandese, affermatosi come prima forza a Belfast già nel 2022 e nettamente in testa nei sondaggi anche nella Repubblica d’Irlanda.

Con l’elettorato trasversalmente irritato da un’economia stagnante, da un prolungato aumento del costo della vita e dalla diffusa percezione che i giorni migliori della Gran Bretagna siano ormai alle spalle, molte delle voci contrarie allo status quo – soprattutto in Inghilterra – hanno premiato la destra populista, che promuove il classico discorso del “capro espiatorio” additando gli immigrati come responsabili di tutti i mali del paese.

Ma lo sciovinismo nazionalista e reazionario di Farage e dei suoi, nutrito dalla forza conquistata dai movimenti indipendentisti nelle “nazioni periferiche” del regno, potrebbe a sua volta alimentare la crescita delle spinte indipendentiste a Glasgow, Cardiff e Belfast.

Sebbene i sondaggi mostrino un sostegno all’indipendenza intorno al 50% in Scozia, poco sopra il 40% in Irlanda del Nord e il 25% in Galles, indicano anche che gli elettori appoggiano questi partiti di sinistra in cerca di un’alternativa ai guasti provocati dal liberismo, dall’austerità e dalle politiche di riarmo.

Secondo un sondaggio YouGov, l’indipendenza era solo la sesta questione più importante per gli scozzesi in queste elezioni, dopo economia, sanità, immigrazione, istruzione ed edilizia abitativa. In Galles, l’indipendenza rappresentava addirittura la quattordicesima questione in ordine di importanza.

Ma la prospettiva di una vittoria di Farage alle elezioni generali previste entro il 2029, sostenuta da un nuovo auge del nazionalismo inglese, potrebbe avvicinare molti elettori scozzesi, nord irlandesi e gallesi alla richiesta di indipendenza.

Per tentare di placare le spinte centrifughe, il governo di Westminster potrebbe proporre un nuovo assetto costituzionale, ad esempio con la creazione di una nuova camera del parlamento composta formalmente dalle quattro nazioni, una eventualità che però Farage respinge nettamente.

Ma un eventuale governo “riformista” – ammesso che il Reform Party riesca ad ottenere la maggioranza assoluta a Westminster – rischia quantomeno di doversi confrontare con un blocco, una “alleanza celtica” tra i partiti indipendentisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord, impegnati a strappare a Londra un maggiore decentramento e misure sociali.

Il leader nazionalista scozzese John Swinney ha recentemente inviato un messaggio di fraterno saluto all’ultima conferenza del Sinn Féin, mentre Rhun ap Iorwerth, leader del Plaid Cymru, ha promesso che il governo britannico dovrà «prendere seriamente in considerazione» i partiti determinati a «cambiare la storia delle nostre nazioni e di queste isole». Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria