di Michele Giorgio con informazioni dei media iracheni

Dopo mesi di paralisi politica e negoziati estenuanti, l’Iraq ha trovato il suo nuovo primo ministro incaricato. La coalizione sciita del Quadro di Coordinamento ha scelto Ali Al-Zaidi, quarantunenne uomo d’affari quasi sconosciuto al grande pubblico, per guidare il prossimo governo. La sua nomina, formalizzata il 28 aprile, mette fine almeno temporaneamente alla feroce competizione interna tra il premier uscente Muhammad Shia Al-Sudani e l’ex primo ministro Nouri Al-Maliki, due figure che negli ultimi mesi hanno monopolizzato la scena politica sciita senza riuscire a prevalere l’una sull’altra.

L’ascesa di Zaidi ha sorpreso osservatori e diplomatici. Non appartiene alla tradizionale élite politica irachena, non guida un partito influente e non dispone di una propria macchina elettorale. Proprio questa “debolezza”, paradossalmente, rappresenta il suo principale punto di forza. In un sistema frammentato e dominato da rivalità personali e di fazione, Zaidi è apparso come il candidato in grado di piacere un po’ a tutti.

La sua nomina più che segnare una svolta politica, rappresenta il ritorno alla formula che Baghdad utilizza da anni nei momenti di crisi: scegliere figure concilianti, prive di autonomia reale, incaricate soprattutto di contenere le tensioni interne e rassicurare gli attori esterni. In questo senso Zaidi incarna la continuità del sistema più che il cambiamento.

L’Iraq resta infatti uno dei terreni di confronto tra Iran e Stati Uniti. Washington ha accolto con entusiasmo la nomina del nuovo premier incaricato. Donald Trump ha telefonato a Zaidi il primo maggio, invitandolo alla Casa Bianca. Un gesto senza precedenti nella storia politica irachena recente. Anche diverse capitali occidentali e arabe hanno espresso rapidamente sostegno al nuovo leader.

Al contrario, la risposta iraniana è stata prudente e tardiva. Teheran ha evitato dichiarazioni enfatiche, limitandosi a un messaggio del ministro degli Esteri. Un atteggiamento che in apparenza segnala un indebolimento dell’influenza iraniana all’interno del Quadro di Coordinamento. Gli analisti iracheno però invitano a non trarre conclusioni affrettate.

Le reti costruite dall’Iran in Iraq negli ultimi vent’anni sono troppo profonde per dipendere dal destino di un singolo primo ministro. L’influenza di Teheran attraversa partiti, apparati di sicurezza, milizie e istituzioni economiche. Zaidi stesso non appare estraneo a questo sistema. Dietro le quinte, inoltre, restano decisive le figure delle milizie sciite filo-iraniane. Qais Al-Khazali, leader di Asaib Ahl Al-Haq, ha avuto un ruolo importante nella scelta del nuovo premier, confermando la centralità delle fazioni armate nel processo politico iracheno. Parallelamente, si rafforza anche il peso del presidente del Consiglio giudiziario supremo Faiq Zidan, già protagonista nel 2021 delle manovre che impedirono al movimento sadrista di Muqtada Sadr di formare un governo di maggioranza.

La vera sfida per Zaidi inizia ora. I negoziati in corso per la formazione del governo si stanno trasformando in una lotta feroce per il controllo dei ministeri e delle risorse statali. I blocchi politici cercano di imporre il tradizionale sistema delle quote confessionali e partitiche.

Il rischio, sottolineano diversi osservatori, è che le promesse di un governo tecnocratico si riducano rapidamente a un compromesso gestito dalle stesse forze che dominano il paese dal 2003. Il quotidiano iracheno Al-Mada parla apertamente di “obblighi contrastanti” che potrebbero paralizzare il nuovo premier fin dai primi mesi. Altri media locali descrivono il futuro governo come un esecutivo destinato soprattutto a “spegnere incendi” e rinviare nuove crisi, più che a promuovere vere riforme.

Per Washington il banco di prova sarà soprattutto la riforma del settore della sicurezza e la capacità di limitare il potere delle milizie vicine a Teheran. Ma pochi, a Baghdad, credono che Zaidi abbia la forza politica necessaria per affrontare uno scontro diretto con gli apparati che lo hanno portato al potere. In definitiva, il nuovo primo ministro farà ciò che hanno già fatto i suoi predecessori: mostrarsi amico di Washignton senza intaccare un sistema nel quale l’influenza iraniana è il denominatore comune della politica irachena.