Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il vertice della NATO si è trasformato in un successo diplomatico per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha ottenuto da Donald Trump un sostegno politico ampio. Il presidente americano ha promesso di lavorare alla revoca delle sanzioni imposte alla Turchia nel 2019 per l’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400 e ha aperto alla possibilità di vendere ad Ankara i caccia di quinta generazione F-35, un’ipotesi che irrita Israele.
L’immagine che ha segnato il vertice è stata quella dei due leader che passeggiano fianco a fianco all’aeroporto e si scambiano sorrisi, abbracci e parole di stima. Trump non ha nascosto il rapporto privilegiato con Erdogan, definendolo ancora una volta un interlocutore forte e intelligente. Il presidente turco ha ricambiato i complimenti, ringraziando il suo “caro amico” per aver sottolineato il valore della loro amicizia.

Per Ankara si tratta di una svolta significativa dopo anni di tensioni con Washington. Fu proprio durante il primo mandato di Trump che gli Stati Uniti esclusero la Turchia dal programma F-35 e applicarono le sanzioni previste dal Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA), in risposta all’acquisto degli S-400 russi, ritenuti incompatibili con i sistemi di difesa della NATO e potenzialmente pericolosi per la sicurezza tecnologica dell’Alleanza.
Ora Trump sembra disposto a ribaltare quella decisione. Pur precisando di non aver ancora assunto un impegno definitivo sulla vendita degli F-35, ha annunciato l’intenzione di rimuovere le sanzioni e di rilanciare la cooperazione militare con Ankara. Un cambiamento che, se dovesse concretizzarsi, segnerebbe la normalizzazione dei rapporti tra i due alleati dopo sei anni di crisi.
La prospettiva allarma Israele. Lo Stato ebraico è infatti l’unico Paese del Medio Oriente a disporre degli F-35 e considera questo primato uno degli elementi fondamentali del proprio “vantaggio militare qualitativo”, principio che da decenni guida la cooperazione strategica con Washington. L’ingresso della Turchia nel ristretto gruppo dei Paesi dotati di questo velivolo ridurrebbe sensibilmente la superiorità tecnologica israeliana proprio nei confronti di un Paese con il quale le relazioni si sono deteriorate negli ultimi vent’anni.
Le tensioni tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu ed Erdogan sono ben note. Il leader turco è uno dei più duri critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi e, durante e dopo l’offensiva che ha distrutto Gaza e ucciso oltre 73mila palestinesi, ha intensificato gli attacchi contro il governo israeliano. Netanyahu, dal canto suo, considera Erdogan il promotore di un fronte islamista sunnita ostile a Israele e guarda con crescente sospetto al rafforzamento delle capacità militari turche. Netanyahu ha espresso direttamente a Trump la propria opposizione alla vendita degli F-35 ad Ankara. Il presidente americano, tuttavia, ha difeso Erdogan, confermando quanto il rapporto personale tra i due leader pesi nelle attuali scelte della Casa Bianca.
Per Erdogan, il vertice rappresenta anche un successo simbolico. Per settimane la diplomazia turca aveva lavorato affinché Trump partecipasse all’incontro dei 32 leader della NATO. Lo stesso presidente americano ha dichiarato di aver deciso di essere presente proprio perché ospitato da Erdogan, offrendo così ad Ankara un importante riconoscimento internazionale e rafforzandone il prestigio all’interno dell’Alleanza.
Il percorso, tuttavia, resta complesso. La revoca delle sanzioni e un eventuale ritorno della Turchia nel programma F-35 dovranno superare le resistenze del Congresso americano, dove numerosi parlamentari continuano a sostenere che Ankara non possa mantenere contemporaneamente gli S-400 russi e accedere alle tecnologie più avanzate dell’industria militare statunitense. Anche Mosca potrebbe reagire negativamente, considerando che l’accordo sugli S-400 prevede precisi vincoli sull’utilizzo del sistema.
Sul piano interno, Erdogan potrebbe beneficiare politicamente del riavvicinamento con Washington in una fase delicata. Dopo ventitré anni al potere, il presidente turco affronta un calo di consenso aggravato dalle accuse dell’opposizione e delle organizzazioni per i diritti umani di aver intensificato la repressione contro avversari politici, giornalisti e attivisti. Al vertice, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha ricordato che la democrazia non si misura soltanto attraverso elezioni libere, ma anche dal rispetto della libertà di stampa e del diritto di manifestare.
Durante la presidenza di Joe Biden, proprio le preoccupazioni per i diritti umani avevano contribuito a mantenere fredde le relazioni tra Washington e Ankara. Con il ritorno di Trump, invece, prevale ciò che qualcuno descrive come “pragmatismo strategico”. In ogni caso la crescente importanza della Turchia come potenza industriale nel settore della difesa e come pilastro del fianco sud-orientale della NATO sta riportando Ankara al centro della strategia americana, anche a costo di alimentare le tensioni con Israele e di riaprire uno degli aspetti più controversi dell’Alleanza.