Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Le ong Peace Now e Kerem Navot avvertono in un rapporto che la Cisgiordania palestinese sotto occupazione militare sta attraversando la più profonda trasformazione dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993. Nel rapporto appena pubblicato, le due organizzazioni sostengono che il governo di estrema destra religiosa guidato da Benyamin Netanyahu ha impresso un cambiamento strutturale destinato a modificare in maniera permanente la geografia e gli equilibri istituzionali della Cisgiordania, riducendo drasticamente gli spazi di competenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).

Il dato più significativo riguarda la crescita degli avamposti coloniali, ossia quei punti di insediamento che i coloni stabiliscono all’improvviso in vari punti della Cisgiordania e a ridosso delle comunità palestinesi allo scopo di costringerle a figgire. Tra il 2023 e il 2025 ne sono sorti 185, per lo più insediamenti agricoli e i cosiddetti “avamposti giovanili”, che oggi esercitano il controllo su oltre un milione di dunam (100mila ettari), circa il 18 per cento dell’intera Cisgiordania. Soltanto il 40 per cento delle terre occupate è classificato ufficialmente come “terra statale” (comunque sotto occupazione secondo le leggi internazionali) mentre il resto comprende proprietà private palestinesi o aree dal diverso status giuridico.

Il rapporto evidenzia come il governo abbia destinato a questi avamposti decine di milioni di shekel (milioni di euro) ogni anno, finanziandone infrastrutture e servizi e procedendo alla loro regolarizzazione retroattiva. Una politica sostenuta in particolare dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dalla ministra degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali Orit Strock, che secondo le organizzazioni hanno trasformato strutture considerate illegali perfino dalla legislazione israeliana in nuclei destinati a diventare nuovi insediamenti permanenti.

Parallelamente è proseguito lo sfollamento delle comunità palestinesi. Negli ultimi tre anni, afferma il rapporto, almeno 118 comunità rurali e pastorali hanno abbandonato le proprie terre a causa della crescente violenza dei coloni, delle restrizioni all’accesso alle risorse idriche e dell’assenza di protezione da parte delle autorità militari israeliane.

Per impedire il ritorno degli abitanti, sono stati installati almeno 51 chilometri di recinzioni, soprattutto nella Valle del Giordano, isolando vaste aree agricole. I coloni hanno occupato oltre 1.150 ettari di terreni coltivati palestinesi, comprendenti campi, uliveti, vigneti e frutteti.

L’espansione passa anche attraverso la costruzione di infrastrutture. Negli ultimi anni sono stati aperti 223 chilometri di nuove piste sterrate, circa la metà delle quali attraversa terreni privati palestinesi. I lavori sono stati finanziati con fondi pubblici e accompagnati dall’installazione di centinaia di checkpoint e barriere, sia militari sia gestiti direttamente dai coloni, limitando ulteriormente la libertà di movimento della popolazione palestinese.

Il rapporto sottolinea anche il forte incremento delle demolizioni di edifici palestinesi nell’Area C. Tra il periodo 2023-2025 gli abbattimenti per presunti abusi edilizi sono aumentati di circa l’80 per cento rispetto al decennio precedente. Contemporaneamente, il governo ha promosso piani per oltre 40 mila nuovi alloggi negli insediamenti coloniali.

Tra le decisioni considerate più rilevanti figura anche l’estensione agli insediamenti delle norme israeliane sulla “riqualificazione urbana”. Un provvedimento che consente di applicare oltre la Linea Verde gli stessi incentivi fiscali previsti all’interno di Israele, favorendo investimenti pubblici e privati e incentivando nuove costruzioni.

Secondo il documento, il governo ha approvato oltre cento nuovi insediamenti o ampliamenti: 50 avamposti sono stati legalizzati, 15 trasformati in nuovi quartieri di insediamenti esistenti e 37 completamente nuovi.

Un altro capitolo riguarda le espropriazioni. Negli ultimi anni quasi 2.600 ettari sono stati dichiarati terre demaniali, una superficie pari a circa la metà di tutte quelle classificate in questo modo dalla firma degli Accordi di Oslo. Altri terreni sono stati incorporati nei confini amministrativi degli insediamenti o requisiti con ordini militari, mentre centinaia di ettari sono stati sottratti alle zone di addestramento dell’esercito per consentire l’espansione delle colonie.

Secondo Peace Now e Kerem Navot, il cambiamento più significativo è però istituzionale. Il rapporto sostiene che Israele stia trasferendo gradualmente competenze dalle autorità militari alla leadership politica del Ministero della Difesa, estendendo il proprio controllo anche alle Aree A e B della Cisgiordania, formalmente sotto la giurisdizione civile dell’Autorità palestinese. Nuovi ordini militari e decisioni del governo attribuiscono infatti a Israele poteri in materia urbanistica, ambientale, archeologica e di tutela del patrimonio, limitando la capacità dell’Anp di autorizzare costruzioni e progetti di sviluppo.

Queste misure rappresentano un progressivo smantellamento del quadro definito dagli Accordi di Oslo e se saranno approvate le riforme ancora in discussione, relative alla registrazione fondiaria e all’acquisto di terreni da parte di israeliani, conclude il rapporto, l’annessione di fatto della Cisgiordania potrebbe consolidarsi anche sul piano giuridico, rendendo ancora più difficile qualsiasi futura inversione di rotta.