Pagine Esteri (le foto sono di Manon Roca)– Una grande fotografia di Amal ci accoglie all’ingresso della casa di famiglia a Baysarieh, un villaggio nel sud del Libano situato tra Saida e Tiro. È qui che incontriamo sua sorella, Zainab Khalil, che dalla morte di Amal porta avanti una battaglia quotidiana perché la sua memoria rimanga viva e perché il suo lavoro e il suo coraggio possano essere d’esempio alle nuove generazioni.

La famiglia ci accoglie calorosamente, nei loro gesti e nei loro sorrisi ritroviamo qualcosa di quello stesso calore che trasmetteva il sorriso di Amal e dell’ospitalità che caratterizza le famiglie del sud del Libano.

Amal apparteneva a una famiglia numerosa: quattro sorelle e tre fratelli. Non vivono tutti sotto lo stesso tetto, ma ritrovarsi nella casa di famiglia, soprattutto durante il periodo estivo, è ancora oggi un’abitudine. Oggi quegli incontri continuano, ma l’assenza di Amal accompagna ogni momento.

“Tutta la casa parla di lei” ci dice Zainab, «Ogni singolo dettaglio qui, nella nostra casa, nel salotto e persino nel giardino fuori, porta il tocco di Amal».

Gli oggetti, le fotografie, gli spazi condivisi conservano la presenza di una donna che, per la sua famiglia, non era solamente una giornalista affermata, ma era anche una sorella presente e una figura forte all’interno della famiglia, che si occupava di tutti, della madre e degli animali.

“Da quando Amal se n’è andata, tutto è cambiato. Niente è più come prima e niente sarà più lo stesso. Cerchiamo di sorridere, cerchiamo di ritrovarci, ma manca qualcosa, qualcosa di fondamentale. Perché Amal era il cuore della casa, la persona attorno alla quale ruotava tutto”.

Amal Khalil non era soltanto una giornalista. Era una sorella, una figlia e uno dei punti di riferimento di una famiglia profondamente unita. Il vuoto lasciato dalla sua morte emerge con forza dalle parole commosse di Zainab. La sorella la descrive come una donna forte e determinata, nel lavoro come nella vita privata. Nonostante una professione che la portava spesso lontano da casa e sul campo, Amal manteneva un legame profondissimo con la propria famiglia e la propria terra.

“Ovunque fosse, alla fine tornava sempre a casa. E la sera ci sedevamo qui, tutti insieme”.

Amal era una “figlia del Sud” e, per quanto lontano potesse condurla il suo lavoro, il suo punto di riferimento rimaneva sempre la casa, la famiglia e la sua terra.

Ogni giorno andava nel sud del Libano per entrare in contatto con le persone, sostenerle e aiutarle”, racconta Zainab, “Ogni volta che c’era qualcosa che doveva raccontare, andava, visitava le persone, parlava della vita sociale, di quello che succedeva lì, di quello che succedeva alle persone, di quello che stavano affrontando. E non soltanto durante la guerra.”

Per Amal il giornalismo non era soltanto un lavoro: era qualcosa che amava profondamente, era la necessità di raccontare sempre la verità, anche quando raccontare la verità poteva rappresentare un pericolo.

Aveva intrapreso la strada del giornalismo molto giovane. A diciotto anni aveva iniziato a scrivere i suoi primi articoli, mentre studiava letteratura araba all’università. Ma è soprattutto dopo la guerra del 2006, racconta Zainab, che il rapporto con il sud del Libano si era fatto più stretto. Da allora aveva iniziato a lavorare sul campo con sempre maggiore continuità, costruendo un forte legame con il territorio e con le persone che lo abitavano, raccogliendo e raccontando le loro storie.

“Non le piaceva stare seduta in un ufficio a scrivere davanti a un computer, no. Si sentiva più se stessa sul campo, tra le persone.”

Le minacce ricevute nel 2024 non avevano fermato il lavoro della giornalista libanese, ma avevano inevitabilmente cambiato la quotidianità della sua famiglia. Zainab racconta di averlo saputo solo due mesi dopo e che nonostante l’inevitabile preoccupazione, l’intera famiglia era consapevole che Amal non avrebbe interrotto il suo lavoro di giornalista.

“Ogni volta che partiva iniziavamo a pregare: Ya Rab,  fa che Amal torni il prima possibile. Ma abbiamo sempre pensato che fosse così forte, così coraggiosa, che sarebbe tornata come tutte le altre volte. Anche quel giorno, il giorno in cui è stata uccisa, fino all’ultimo momento ho sperato che sarebbe tornata, come al solito”.

Nonostante le minacce ricevute nel 2024, Amal Khalil aveva continuato a svolgere il proprio lavoro sul campo, a contatto con le persone, raccontando le storie e dando voce a chi non trovava spazio per essere ascoltato. Un lavoro che assumeva un significato ancora più forte nel sud del Libano, dove la popolazione vive da tempo una profonda condizione di abbandono e dove l’assenza dello Stato si manifesta anche nella vita quotidiana.

Un’assenza che, come ci dice Zainab, la famiglia ha sentito anche dopo l’uccisione di Amal. “Non abbiamo ricevuto alcun sostegno dal governo libanese, e questa è una vergogna”, racconta.

Raccontare il Sud, per Amal, significava documentare ciò che accadeva in un territorio sempre più difficile da raggiungere. Oggi circa 55 villaggi e località del sud del Libano si trovano ancora sotto controllo militare israeliano, all’interno di un’area che si estende per circa 650 chilometri. Un’area dove interi villaggi sono stati distrutti, dove sono state utilizzate bombe al fosforo bianco, per impedire alla popolazione di coltivare le proprie terre, dove sono state bruciate intere coltivazioni di olive, per sfregio, per disprezzo, in quella che è a tutti gli effetti un’occupazione illegale perpetrata dall’esercito israeliano.

La guerra in Libano è diventata uno dei conflitti che sta causando il maggior numero di vittime tra i giornalisti, dopo la guerra a Gaza. Israele continua a commettere crimini di guerra nonostante l’accordo di cessate il fuoco, distruggendo abitazioni, attaccando paramedici e uccidendo giornalisti.

Il 22 aprile 2026, quando Amal Khalil si trovava nel sud del Libano per svolgere il proprio lavoro, erano trascorsi appena sei giorni dall’entrata in vigore del primo cessate il fuoco del 16 aprile. Amal stava documentando le conseguenze degli attacchi israeliani e le demolizioni delle abitazioni nei villaggi del sud. È durante questo lavoro, in un periodo formalmente regolato dal cessate il fuoco, che la giornalista è stata uccisa in un attacco israeliano.

È anche per questo che, nelle parole di Zainab, il lavoro della sorella ha assunto un valore che va oltre la semplice cronaca. “Amal ha sacrificato la sua vita e il suo lavoro per ottenere informazioni affidabili su tutto quello che sta accadendo nel sud del Libano, sulle persone del Sud e su quello che gli israeliani stanno facendo alla nostra terra”.

Per Zainab, è proprio nel lavoro di Amal e nella sua capacità di raccontare ciò che accadeva sul terreno che va cercata la ragione per cui è stata presa di mira dall’esercito israeliano : “Hanno colpito Amal perché non vogliono permettere alle persone e al mondo intero di sapere esattamente quello che questo nemico sta facendo. Vogliono impedire a tutti, a ogni giornalista, di mostrare quello che sta accadendo”.

Il 22 aprile 2026 Amal Khalil non è stata semplicemente uccisa dall’esercito israeliano. Le parole della sorella Zainab sono chiare e forti:

“Hanno insistito nel volerla uccidere. Amal avrebbe potuto essere qui con noi oggi se gli israeliani non si fossero accaniti contro di lei e avessero permesso alla Croce Rossa libanese di raggiungerla, soccorrerla e portarla in ospedale. Ma glielo hanno impedito. Hanno impedito all’esercito libanese, alla Croce Rossa libanese e alla Protezione Civile di raggiungerla e salvarla.”

Alle 16:22 Zainab Khalil ha parlato per l’ultima volta al telefono con la sorella. Amal ha risposto, ma Zainab non è riuscita a sentirne la voce a causa dell’assenza di segnale. Cinque minuti dopo, alle 16:27, l’esercito israeliano ha colpito la casa nella quale Amal si era rifugiata. Il corpo di Amal Khalil fu recuperato solo alle 23 di sera.

La voce di Zainab è ancora commossa, ci dice che spesso si sente in colpa perché se avesse compreso da subito la gravità della situazione avrebbe potuto raggiungere la sorella, avrebbe potuto tentare di fare qualcosa per salvarla:  “Non avrei avuto paura. Nei giorni precedenti ero andata con Amal fino alle zone di confine molte volte. Quindi non avrei avuto paura. Sono come Amal. È stata lei a insegnarmi a essere coraggiosa.”

Ma quel giorno Amal, prima che le comunicazioni si interrompessero, continuò a parlare con la propria famiglia con la tranquillità che l’ha sempre contraddistinta.

Probabilmente Amal stava semplicemente cercando di tranquillizzare la famiglia, ci spiega Zainab, anche se in realtà, era perfettamente consapevole della gravità della situazione.

Uccidere deliberatamente un giornalista impegnato sul campo nell’esercizio del proprio lavoro costituisce un crimine di guerra.

Il 6 agosto 2026, a più di tre mesi dalla morte della giornalista libanese Amal Khalil, Human Rights Watch, Amnesty International e l’organizzazione libanese The Legal Agenda hanno reso pubbliche le conclusioni di tre indagini condotte separatamente su quanto accaduto il 22 aprile nel villaggio di al-Tiri, nel sud del Libano.

Secondo le conclusioni delle tre organizzazioni, le forze israeliane avrebbero deliberatamente preso di mira le due giornaliste, uccidendo Amal Khalil e ferendo la collega Zainab Faraj.

Se Amal fosse qui con noi adesso, racconta Zainab, direbbe al mondo:

“ Bisogna essere coraggiosi, bisogna mostrare sempre la verità, qualunque cosa accada.”