Secondo l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri), le spese militari dello scorso anno a livello mondiale hanno toccato la cifra record di 2,88 trilioni di dollari, con un aumento del 2,9% e un’incidenza del 2,5% sul PIL mondiale. Gli Stati Uniti continuano a essere la nazione con il maggior budget militare (954 miliardi di dollari), seguiti da Cina e Russia. Insieme rappresentano il 51% delle spese militari mondiali, che nel 2024 sono cresciute del 9%. Intanto, l’indice S&P Aerospace & Defense Select Industry è cresciuto del 43% nell’ultimo anno. Cinque dei sei primi posti tra le 100 compagnie di armi più importanti nel mondo sono occupati da capitale statunitense e le 40 compagnie Usa che fanno parte di questa classifica rappresentano il 49% delle vendite globali, generando ingressi per 334 miliardi di dollari.
In un contesto di grande espansione delle spese militari e dei guadagni legati alla produzione e vendita di armi, gli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi per riprendere il controllo di quello che continuano a considerare il proprio “cortile di casa”, con una riedizione trumpiana 2.0 della Dottrina Monroe, già ribattezzata Donroe. Iniziative come lo Scudo delle Americhe, la militarizzazione dei Caraibi, l’indurimento del blocco e delle minacce di invasione contro Cuba, l’incursione in Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della primera combatiente Cilia Flores, nonché le minacce e ritorsioni contro quei governi che rivendicano il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla difesa della sovranità, sono un esempio della strategia messa in campo da Washington, con il sostegno di Israele e dell’ultraconservatorismo statunitense e latinoamericano. Anche le manovre per posizionare l’Honduras e il suo ex presidente Juan Orlando Hernández come teste di ponte per il progetto egemonico statunitense sono parti integranti della stessa strategia.
Frenare l’espansione della Cina (terre rare, minerali critici, infrastrutture, tecnologie, estrattivismo), garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, come pure il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici, frenando al contempo i processi d’integrazione e indipendenza latinoamericana e il sorgere di nuovi progetti progressisti e di resistenza al modello neoliberista estrattivista, sono i principali obiettivi dell’offensiva USA. Per fare ciò non basta il sostegno politico e l’asservimento di governi vassalli e di oligarchie nazionali compiacenti e colluse, ma è necessaria la rimilitarizzazione del continente, argutamente mascherata da lotta contro il narcotraffico, il crimine organizzato e il terrorismo. Un progetto che ha subìto una violenta accelerazione durante il secondo mandato di Donald Trump e che è stato plasmato all’interno della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale approvata dagli Stati Uniti lo scorso anno.
Secondo il Centro messicano di relazioni internazionali (Cemeri), attualmente (2023) gli Stati Uniti mantengono in America Latina e nei Caraibi circa 76 tra basi di operazione o basi principali (con istallazioni permanenti su estensioni territoriali superiori ai 4 ettari e con almeno 200 militari), quasibasi o lily-pad bases(più piccole, di basso profilo per operazioni specifiche e reazione rapida) e installazioni di sicurezza o basi finanziate (di proprietà delle nazioni ospitanti e che fungono da centri di operazioni periodiche, stoccaggio di attrezzature militari e di addestramento). Tutte sotto il controllo operativo e la vigilanza del Comando Sud (Southcom). A queste si aggiungono poi le cosiddette basi operative non confermate, cioè installazioni mai dichiarate ufficialmente che non appaiono nemmeno nei registri ufficiali del Dipartimento della Difesa, con presenza di militari statunitensi e per le quali non sono stati firmati né accordi, né convenzioni tra Stati. Non è un caso che siano le più diffuse e che sfuggano ai conteggi ufficiali quando si cerca di tracciare una mappa della presenza militare statunitense in America Latina.
Honduras, Guatemala, Belize e Panama sono le nazioni con il maggior numero di basi, prevalentemente installazioni di sicurezza. Le due basi principali in America Latina si trovano in Honduras (Palmerola/Soto Cano) e a Cuba (Guantánamo), mentre avamposti strategici sono dislocati un po’ in tutta la regione, di particolare importanza quelli in El Salvador (Comalapa), Aruba, Curaçao, Panama e Perù. La Colombia è la nazione con il maggior numero di basi “non confermate”.
Una situazione destinata a evolvere nei prossimi anni. Accordi chiave sono infatti stati firmati tra l’Ecuador dell’ultraconservatore Daniel Noboa e gli Stati Uniti, permettendo la presenza temporanea di personale, aeronavi e imbarcazioni, nonché lo svolgimento di operazioni militari e di intelligence congiunte. Nonostante la sconfitta referendaria dello scorso anno sulla possibilità di aprire basi militari straniere in territorio ecuadoriano –l’ultima base statunitense (Manta) fu chiusa nel 2009 dal presidente Rafael Correa–, Noboa ha intensificato la partecipazione dell’Ecuador a operazioni militari coordinate con corpi speciali delle forze armate statunitensi, la DEA (Drug Enforcement Administration) e l’FBI (Federal Bureau of Investigation). La recente partecipazione all’operazione “Sterminio Totale”, come parte della nuova strategia statunitense di contrasto al narcotraffico e ai gruppi terroristici, ha acuito ulteriormente le divergenze con la vicina Colombia e con il presidente progressista Gustavo Petro. La crisi tra i due Paesi era iniziata mesi prima quando Noboa aveva unilateralmente deciso di imporre un aumento sostanziale dei dazi ai prodotti colombiani, dando inizio così a una serie di reciproche rappresaglie economiche e commerciali, in una fase politicamente molto delicata e a poche settimane dalle elezioni generali in Colombia.
La stretta collaborazione tra Noboa e il Comando Sud si è intensificata anche in mare, con la partecipazione dell’Ecuador all’offensiva navale contro imbarcazioni appartenenti a presunti e mai accertati narcotrafficanti. Durante il 2026, gli Stati Uniti consegneranno 12 imbarcazioni veloci da inseguimento. Da settembre 2025, gli attacchi contro imbarcazioni accusate di trasportare droga ha provocato la morte di almeno 186 persone. Fino ad ora, gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di dimostrare il coinvolgimento di tali imbarcazioni e del loro equipaggio in atti criminali. Gli attacchi mortali potrebbero essere classificati come esecuzioni sommarie.
Intanto, in Perù, per tutto il 2026 è stato autorizzato l’ingresso di truppe e di armamento statunitense, come pure un finanziamento milionario per ristrutturare la base militare di Callao. Anche l’Argentina del turbocapitalista Javier Milei sta facendo le proprie mosse per garantire la presenza militare di Washington. Dopo il permesso d’ingresso concesso lo scorso anno alle truppe statunitensi, senza peraltro consultare il Congresso, per partecipare all’esercitazione militare congiunta “Operazione Tridente”, il presidente argentino ha replicato quest’anno autorizzando l’entrata delle portaerei USS Nimitz e USS Gridley per svolgere le esercitazioni “Daga Atlantica” e “Passex”.
Il Cile dell’ultrareazionario pinochetista Juan Antonio Kast ha intanto stabilito una stretta e attiva alleanza strategica in tema di sicurezza e difesa, incentrata sullo scambio di intelligence e addestramento delle truppe. Lo stesso ha fatto la Bolivia dopo la virata a destra di Rodrigo Paz, firmando un protocollo di cooperazione militare con gli Stati Uniti con programmi di addestramento e interscambio di informazioni strategiche e di intelligence. Forte polemica ha invece destato in Paraguay la firma dell’Accordo sullo Statuto di Forze (SOFA) che permette, sulla falsariga di quanto fatto in Ecuador, l’entrata di truppe, attrezzature militari e aeronavi, concedendo al personale le stesse garanzie di immunità ed esenzioni tributarie concesse al personale diplomatico. Scampata grazie a una sentenza della Corte di Giustizia che ha negato la costruzione di sette basi militari statunitensi, la Colombia mantiene comunque una stretta relazione di cooperazione militare e di presenza di personale statunitense all’interno delle installazioni delle forze armate colombiane.
Ancora più marcata è l’escalation militare nell’America Centrale e nei Caraibi. La firma in aprile scorso di un protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Panama, con il quale si abilita per tre anni la presenza di personale militare USA e contractors in territorio nazionale panamense, specialmente nelle zone limitrofe al canale, ha acceso la polemica interna. Di fatto, l’accordo firmato dal ministro della Sicurezza Pubblica panamense, Frank Ábrego e dal segretario della Difesa statunitense, Pete Hegseth, prevede la presenza di truppe in vari siti, tra cui la base aerea “Octavio Rodríguez Garrido” (ex base Howard), le basi navali “Vasco Núñez de Balboa” (ex base Rodman) e “Noel Rodríguez”, la base aeronavale “Cristóbal Colón” (ex Fuerte Sherman). Le operazioni di addestramento di truppe stanno avvenendo all’interno delle impervie foreste panamensi, ricreando l’ambiente e le condizioni di un conflitto irregolare e non convenzionale. Ciò lascerebbe supporre che si tratti di un addestramento in vista di futuri scontri armati nella regione. Il protocollo cita anche possibili esercitazioni congiunte e una non meglio specificata “cooperazione”.
Seppur non si tratti di una presenza permanente, l’arrivo di truppe nelle vecchie basi statunitensi abbandonate dopo la restituzione del canale a inizio secolo (Accordo Torrijos-Carter), insieme alla militarizzazione dei Caraibi, le minacce di Trump contro il presidente Gustavo Petro e le dichiarazioni del tycoon e di Hegseth circa la necessità degli Stati Uniti di “recuperare il canale”, di sottrarlo alla “maligna influenza cinese” e di “occupare zone con le nostre truppe che già non controllavamo”, hanno risvegliato forti timori nella popolazione panamense. Il ricordo, infatti, della sanguinosa invasione del 1989 e la morte di migliaia di persone (fonte CODEHUCA), per la maggior parte civili, si tramanda di generazione in generazione e alimenta un sentimento naturale di diffidenza e astiosità nei confronti delle amministrazioni statunitensi.
A cambio “dei servizi prestati”, gli Stati Uniti riceveranno inoltre un trattamento preferenziale nel pagamento dei pedaggi per le loro navi da guerra che attraverseranno il canale. Secondo vari giuristi, questa decisione violerebbe flagrantemente il Trattato di Neutralità firmato tra le due nazioni. Per il giurista Julio Linares, il protocollo d’intesa ha almeno due aspetti di incostituzionalità. “Si tratta di due ‘vizi’ di nullità, che sono il dolo attraverso l’inganno e la coazione attraverso le minacce (di Trump). Invito i cittadini a presentare gli appositi ricorsi affinché questo accordo venga dichiarato nullo”. L’attivista ambientale Camila Aybar ricorda che Panama ha recuperato la propria sovranità solo da poco più di 25 anni e che ciò che stanno facendo gli Stati Uniti è molto pericoloso. “È ovvio che vogliamo mantenere un buon rapporto con loro, ma non può essere a scapito della nostra sovranità e della sicurezza democratica, né della nostra libertà”.
Anche in El Salvador e Guatemala la presenza militare nordamericana è cresciuta negli ultimi anni. La strategia non è più quella di creare basi permanenti, ma di usare installazioni già esistenti con fini militari. Il presidente Nayib Bukele, ferreo alleato di Trump, ha firmato accordi che permettono l’uso per 10 anni dell’aeroporto di Comalapa. Durante il suo governo si è intensificato l’invio di armi per l’esercito e le forze speciali e si è moltiplicata la presenza e il decollo di aerei di attacco e di ricognizione statunitensi. Lo scorso aprile, il territorio salvadoregno è stato teatro delle esercitazioni militari multinazionali CENTAM Guardian, con la presenza di almeno un migliaio di militari di sette nazioni, tra centroamericane e caraibiche. La stessa logica di uso di strutture di proprietà nazionale, addestramento, invio di armamento, esercitazioni congiunte e missioni di “appoggio tattico” la troviamo in Guatemala e Belize.
Particolare è invece il caso dell’Honduras, dove la recente pubblicazione e diffusione di 37 audio che coinvolgono politici e funzionari pubblici locali ha svelato un piano strategico del presidente Trump, in alleanza con le lobby israeliane, i governi Netanyahu e Milei e con l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández come testa di ponte, per recuperare il controllo della regione. Uno degli strumenti sarà proprio la costruzione di una nuova base militare statunitense sull’isola caraibica di Roatán, la quale si aggiungerebbe a quella di Palmerola/Soto Cano e a una serie di installazioni di reazione rapida sparse per il territorio honduregno.
Tra il 2025 e il 2026, all’interno dell’escalation militare degli Stati Uniti nei Caraibi e dell’assedio al Venezuela e a Cuba, anche Portorico e la Repubblica Dominicana hanno vissuto un processo di forte rimilitarizzazione. Sono state riattivate vecchie basi militari portoricane, concesso l’uso temporaneo di basi aeree e dell’aeroporto nazionale di Santo Domingo per l’operazione “Southern Spear” e dislocati in varie aree non meno di diecimila soldati statunitensi. In Costa Rica, invece, il governo ultraconservatore di Rodrigo Cháves e quello della sua successora Laura Fernández hanno lanciato la proposta per la costruzione di tre basi militari statunitensi. Per il momento non sono riusciti a raccogliere i voti necessari in Parlamento. Intanto continuano le esercitazioni e operazioni di pattugliamento congiunte.
“Si tratta di una strategia di un impero in decadenza, che conta sul sostegno della destra continentale subordinata a suoi interessi e che si scontra con la resistenza e la lotta dei popoli, ognuna con caratteristiche diverse in base al Paese”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos. “La militarizzazione porta repressione e violenza contra la popolazione organizzata, contro i settori più deboli ed emarginati. Ed è una violenza di quei corpi repressivi dello Stato, molto spesso equipaggiati, addestrati e indottrinati proprio da personale statunitense e israeliano”, spiega l’attivista.
Secondo Del Prete, dietro lo spiegamento di forze e le politiche violatorie del diritto internazionale e di qualsiasi logica di convivenza e di rispetto della sovranità nazionale, ci sono motivazioni strettamente legate alle enormi difficoltà che vivono gli Stati Uniti. “Devono contenere la loro decadenza economica e politica legata alla vecchia agenda ultra neoliberista e ricorrono quindi alla militarizzazione, all’ingerenza, alle minacce e ritorsioni per garantirsi risorse strategiche per il loro sviluppo industriale, militare e tecnologico”. In questo senso –continua– le terre rare del Brasile, il petrolio del Venezuela, il litio della Bolivia, la posizione geostrategica delle nazioni centro e sudamericane, ma anche l’attacco viscerale a tutti quei governi e movimenti che non si piegano ai loro interessi sono essenziali per mantenere l’egemonia.
“Imperialismo, militarizzazione e agenda neoliberista sono facce della stessa medaglia e oggi più che mai, è necessaria la resistenza e la lotta dei popoli contro questo mostro. L’Hondurasgate ha dimostrato che non si tratta di teorie complottistiche, bensì di qualcosa di reale con cui dobbiamo fare i conti e contro cui si deve combattere”, conclude Del Prete. Pagine Esteri