Tre uccisi, una piccola imbarcazione distrutta, nessuna prova resa pubblica. È questo il bilancio dell’ultimo attacco condotto ieri dalle forze armate statunitensi nei Caraibi. Altri due erano stati uccisi nei giorni scorsi nel Pacifico orientale, nell’ambito di una campagna contro il narcotraffico che si svolge lontano dai riflettori ma che, nei numeri e nelle modalità, appare sempre più simile a un guerra vera e propria.

A renderlo noto è stato il Comando Meridionale degli Stati Uniti, che ha parlato di “narcoterroristi” eliminati durante un’operazione della Joint Task Force Southern Spear. Il linguaggio impiegato è netto, ma non è accompagnato da elementi verificabili. Il video diffuso, in bianco e nero, mostra una piccola imbarcazione “panga” colpita dall’alto e avvolta dal fumo. Nessun dettaglio sul carico, nessuna informazione sull’identità delle vittime, nessuna indicazione precisa sul luogo dell’attacco.

Negli ultimi mesi sono stati condotti numerosi raid simili, portando il numero complessivo delle vittime ad almeno 168. Un conteggio che, stando ai dati raccolti dall’organizzazione indipendente Airways, si inserisce in una sequenza di almeno 48 attacchi mortali dall’autunno 2025. Una campagna intensificata mentre Washington è impegnata militarmente in Medio Oriente.

A high-speed boat performing a jump over water, creating splashes and white foam against a dark background.

Le operazioni si svolgono lungo rotte note per il traffico di droga, tra le coste latinoamericane e i Caraibi. Tuttavia, come sottolineano osservatori e organizzazioni per i diritti umani, le prove rese pubbliche a sostegno delle accuse sono minime o inesistenti. Le vittime vengono descritte genericamente come “narcotrafficanti”.

«Non siamo in guerra con le persone a bordo di queste imbarcazioni», ha dichiarato Heather Brandon-Smith del Friends Committee on National Legislation. «Si tratta di civili sospettati di aver commesso reati. Ucciderli senza processo equivale a un’esecuzione extragiudiziale». Parole che evidenziano il nodo centrale: la trasformazione di un’operazione di presunto contrasto al crimine in un’azione militare letale, al di fuori di un quadro giuridico chiaro. Queste operazioni non sono state approvate dal Congresso, alimentando dubbi sulla loro legittimità costituzionale. In mare aperto, lontano da testimoni e da qualsiasi forma di trasparenza, si consuma una strategia che concentra nelle mani dell’esecutivo il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire.

A person wearing a headset operates a control panel with multiple screens displaying navigational data in a dimly lit room.

Le conseguenze si riflettono soprattutto sulle comunità costiere dell’America Latina. «Le famiglie attendono il ritorno dei loro cari e potrebbero non sapere mai cosa sia accaduto», ha osservato John Ramming Chappel del Center for Civilians in Conflict. Un vuoto di informazioni che si traduce in dolore e in assenza di giustizia.

Ciò che rende ancora più inquietante questa campagna è il suo possibile utilizzo come modello operativo per altri scenari. Dopo il fallimento dei negoziati con l’Iran, il presidente Donald Trump ha evocato esplicitamente l’impiego delle stesse tattiche nello Stretto di Hormuz, parlando di un “sistema di uccisione rapido e brutale”. Una dichiarazione che segnala un salto di scala: da operazioni semi-clandestine contro presunti narcotrafficanti a strumenti di confronto diretto tra Stati.

Le operazioni antidroga, presentate come necessarie per proteggere gli Stati Uniti, sollevano interrogativi profondi sul rispetto del diritto internazionale.