Pagine Esteri – Sembra, al momento, essere davvero terminata la sequenza di attacchi che tra il 7 e l’8 giugno ha rappresentato un’escalation diretta tra Israele e Iran. L’operazione militare di Tel Aviv sulla capitale libanese Beirut, che ha causato due morti e venti feriti, ha spinto Teheran a una risposta militare immediata. Non era ancora accaduto che l’Iran attaccasse Israele in risposta alle operazioni dello stato ebraico in Libano.
La forza aerospaziale iraniana ha lanciato missili balistici diretti verso il nord di Israele, indicando come obiettivo primario la base aerea di Ramat David, situata nei pressi di Haifa. A questa azione è seguita una controffensiva israeliana che ha colpito installazioni militari e industriali nell’Iran occidentale e centrale, provocando danni parziali all’impianto petrolchimico di Karun, a Mahshar. Quasi simultaneamente, una rappresaglia iraniana ha preso di mira un impianto petrolchimico nella città di Haifa. Tuttavia, nel pomeriggio dell’8 giugno, il comando congiunto delle forze armate iraniane ha annunciato la sospensione delle operazioni offensive contro Israele, pur subordinando la tenuta di questa decisione alla fine degli attacchi israeliani nel Libano meridionale.
Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha interpretato pubblicamente questa interruzione dei lanci come una prova dell’efficacia della forza militare israeliana, affermando che Teheran avrebbe sospeso gli attacchi dopo essere stato colpito duramente. Nonostante la dichiarazione dai toni risoluti, il premier ha specificato che la tregua deve essere considerata momentanea. La realtà operativa e diplomatica suggerisce però un quadro completamente diverso dal racconto di Netanyahu e di forte condizionamento esterno. Donald Trump ha rivendicato attraverso i propri canali di comunicazione che Israele e Iran sono impegnati in negoziazioni finali per un cessate il fuoco immediato, descrivendo un’intesa come imminente. Questa posizione della Casa Bianca esercita una pressione significativa su Tel Aviv, con l’obiettivo di stabilizzare l’area, riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz e limitare il programma nucleare iraniano attraverso un accordo che ricalchi, nella sostanza, i parametri del precedente JCPOA.
I retroscena evidenziano una crescente divergenza tra le priorità strategiche di Israele e quelle degli Stati Uniti. Netanyahu è accusato da diversi analisti interni di aver condotto il Paese in un vicolo cieco strategico, riducendolo a una condizione di estrema dipendenza dalle decisioni di Washington. Il rapporto tra Trump e Netanyahu è descritto come teso, segnato da scambi verbali in cui il presidente statunitense ha rimarcato come la sopravvivenza politica e giudiziaria del premier dipenda dal supporto americano. La frattura è alimentata anche da questioni di sicurezza interna: il Pentagono ha recentemente sollevato accuse formali contro Israele per attività di spionaggio ai danni di rappresentanti e strategie americane. Tale tensione istituzionale si inserisce in un contesto in cui Trump ha storicamente favorito figure legate agli interessi di Tel Aviv ma ora sembra prioritario per Washington chiudere il conflitto per evitare ricadute negative sui mercati energetici, sulle alleanze con le monarchie arabe e probabilmente anche sugli equilibri politici interni.
Il ruolo politico di Netanyahu in questa fase è strettamente legato a scadenze elettorali imminenti e alla necessità di mantenere la coesione della sua coalizione di governo, che include fazioni contrarie a qualsiasi concessione a Teheran. Con un sondaggio che rileva come il 67% della popolazione israeliana ritenga che la politica di sicurezza sia ormai dettata da Trump, Netanyahu cerca di recuperare margini di autonomia operativa in Libano. Il Libano meridionale è diventato il terreno su cui Israele tenta di scindere il legame tattico stabilito dall’Iran, che vincola il cessate il fuoco regionale alla fine delle operazioni contro Hezbollah. Netanyahu ha confermato che l’esercito continuerà a occupare la zona di sicurezza libanese indipendentemente dai negoziati in corso con Teheran.
Dal canto suo, l’Iran si muove secondo una logica di deterrenza che mira a dimostrare come ogni azione offensiva israeliana comporti costi elevati. Il coinvolgimento degli Houthi yemeniti, che hanno ripreso il lancio di missili contro Israele e minacciato il traffico navale nel Mar Rosso, funge da segnale per gli Stati Uniti sulla capacità dell’Asse della Resistenza di paralizzare rotte commerciali strategiche.
La leadership iraniana ha chiarito di non voler abbandonare né il campo militare né il tavolo negoziale, ponendo come condizioni per un accordo duraturo lo sblocco di circa 12 miliardi di dollari di beni congelati e il ritiro israeliano dal Libano. La tregua appare dunque un equilibrio precario tra la volontà di Trump di siglare un successo diplomatico prima delle elezioni di medio termine e il tentativo di Netanyahu di prolungare il conflitto per evitare il collasso del proprio consenso interno. Pagine Esteri