Pagine Esteri – Lo hanno arrestato alle tre del mattino, in camera da letto, senza spiegare alla famiglia il motivo. Mazen Rantisi, 71 anni, medico palestinese di Ramallah, conosciuto da decenni come il “dottore dei poveri”, è stato portato via domenica all’alba da una forza della polizia di frontiera israeliana. Per la prima volta nella sua vita si è ritrovato in stato di fermo. Per la prima volta, i suoi pazienti hanno trovato chiusa la porta di una clinica in cui entravano anche quando non avevano soldi per pagare.

Rantisi è un medico di famiglia. Da quarant’anni visita soprattutto persone a basso reddito, residenti nei quartieri di Ramallah, nei villaggi vicini, nelle comunità tagliate fuori dai servizi sanitari più stabili. Ai pazienti che possono permetterselo chiede di solito 30 shekel, circa 7 euro. Chi non può pagare viene curato lo stesso. Spesso torna a casa con piatti preparati dalle famiglie al posto del denaro. In molti casi si assicura che i malati ricevano i farmaci prima ancora che vengano coperti dall’assicurazione medica.

Il suo arresto, raccontato da Amira Hass su Haaretz, non riguarda però la sua attività clinica privata. È legato al suo ruolo di presidente dell’Unione dei comitati sanitari, organizzazione non profit fondata nel 1985 da attivisti palestinesi di sinistra e registrata presso il ministero dell’Interno dell’Autorità palestinese. Da quasi quarant’anni l’organizzazione gestisce cliniche permanenti e mobili in Cisgiordania, soprattutto nelle aree rurali e nelle comunità lontane dai centri urbani. Migliaia di persone ogni anno ricevono cure attraverso queste strutture, in un territorio in cui l’occupazione israeliana ha trasformato anche l’accesso alla sanità in un percorso di permessi, posti di blocco, tagli, chiusure e dipendenza dagli aiuti.

Nel gennaio 2020, l’esercito israeliano ha dichiarato l’Unione dei comitati sanitari “associazione illegale” sulla base dei regolamenti di emergenza ereditati dal mandato britannico. Nell’agosto 2022 ne ha chiuso l’ufficio principale a El Bireh. L’organizzazione ha poi aperto una nuova sede a Ramallah. Domenica mattina, dopo l’arresto di Rantisi e del contabile dell’Unione, anche quell’ufficio è stato raggiunto dalle forze israeliane. Secondo i vicini del medico, un nuovo ordine militare di chiusura è stato appeso alla porta.

La moglie di Rantisi, Maria Soledad, ha raccontato ad Haaretz di essersi svegliata per alcuni colpi alla porta. Erano così deboli, ha detto, da farle pensare che fosse un vicino malato venuto a chiedere aiuto. Poi i colpi sono diventati un campanello insistente. Quando ha aperto, si è trovata davanti agenti mascherati della polizia di frontiera e due poliziotte, anche loro con il volto coperto. Una di loro l’ha portata in una stanza dell’appartamento. Gli altri hanno raggiunto Rantisi in camera da letto e lo hanno arrestato.

Alla domanda di Haaretz sul perché un medico di 71 anni non sia stato convocato per un interrogatorio, invece di essere prelevato di notte dalla propria abitazione, le autorità israeliane hanno risposto di non fornire dettagli “sull’esistenza o non esistenza di indagini”. Una formula che non conferma e non smentisce nulla. Intanto Rantisi è stato trasferito per essere interrogato dall’Unità investigativa speciale nella stazione di polizia di Ma’aleh Adumim, colonia israeliana costruita illegalmente nella Cisgiordania palestinese occupata.

Solo mercoledì, tre giorni dopo l’arresto, il medico ha potuto parlare per telefono con il suo avvocato. Gli ha riferito di essere stato interrogato sul suo ruolo nell’Unione dei comitati sanitari. Domenica prossima comparirà davanti a un giudice militare, che dovrà decidere se rilasciarlo su cauzione o estendere la detenzione. È il doppio standard del sistema giuridico dell’occupazione. Nel diritto civile israeliano, un sospetto israeliano deve essere portato davanti a un giudice entro 24 ore dall’arresto. La legge militare consente invece di trattenere un palestinese per quattro giorni prima della prima udienza. Dal 7 ottobre 2023, l’esercito utilizza ampiamente la clausola dell’“arresto da combattimento”, che permette di presentare un sospetto palestinese davanti a un giudice militare solo dopo otto giorni. Ma sono centinaia i palestinesi detenuti da mesi o anche anni senza alcuna accusa formale, sotto “detenzione amministrativa”, senza che la difesa possa visionare le prove né essere informata dei motivi del sequestro.

Arresti notturni, ordini militari, detenzioni prolungate, accuse opache, uffici chiusi. Nel caso di Rantisi, però, il bersaglio rende ancora più evidente il contenuto politico dell’operazione: un medico anziano e un’organizzazione sanitaria che opera nei vuoti lasciati dall’occupazione e dalla crisi finanziaria dell’Autorità palestinese. Nell’ultimo anno, il numero di persone arrivate nella clinica di Rantisi è aumentato, insieme a quello dei pazienti che non riescono più a pagare. Il sequestro israeliano delle entrate fiscali palestinesi ha costretto il ministero della Salute dell’Autorità palestinese a tagliare drasticamente gli orari di lavoro, le squadre mediche e le attività delle cliniche pubbliche. Dove lo Stato palestinese non può arrivare, arrivano spesso associazioni, comitati, strutture comunitarie. Ed è questo tessuto che Israele colpisce da anni.

Nel 2020, lo Shin Bet ha accusato l’Unione dei comitati sanitari e altre sei organizzazioni palestinesi di trasferire fondi al Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Le organizzazioni hanno sempre respinto le accuse, sostenendo che servissero a costruire un pretesto per ridurre servizi pubblici essenziali nei settori della salute, dell’agricoltura, dell’assistenza legale e della protezione dei diritti dei bambini. Quando una dipendente dell’Unione è stata processata nell’ambito di quelle indagini, le accuse relative al trasferimento di fondi al Fronte popolare sono state rimosse dal capo d’imputazione. È stata condannata per “fornitura di servizi a un’associazione illegale”, per aver accettato fondi, cioè donazioni documentate, e per averli portati in Cisgiordania. Nel novembre 2021 ha ricevuto una condanna a 13 mesi di carcere. Anche l’allora direttore dell’organizzazione è stato arrestato e condannato per accuse simili, scontando 11 mesi.

L’avvocato Avigdor Feldman ha dichiarato a Local Call che, durante quel processo, l’accusa non ha presentato alcuna prova di trasferimento di denaro al Fronte popolare. Ma intanto l’etichetta di “associazione illegale” resta. Produce chiusure, arresti, paura, interruzione dei servizi. Nella Cisgiordania occupata, basta un ordine militare per trasformare un’organizzazione sanitaria registrata dall’Autorità palestinese in un bersaglio di polizia.

Negli ultimi anni Israele ha ampliato l’attacco contro le organizzazioni palestinesi della società civile, accusandole di legami con il terrorismo, chiudendone gli uffici, sequestrando materiali, limitando la capacità di lavorare con donatori internazionali. Il risultato non colpisce solo i dirigenti o i dipendenti ma soprattutto i pazienti. Pagine Esteri