Pagine Esteri – I massicci bombardamenti sferrati contro l’Iran da Stati Uniti e Israele a partire dal 28 febbraio scorso hanno seriamente danneggiato numerosi siti archeologici del paese.

Lo scorso marzo, quindi prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, alcuni giornalisti dell’agenzia Reuters hanno ottenuto dalle autorità di Teheran l’autorizzazione per visitare l’interno del Palazzo Reale, la piazza Naqsh-e Jahan e i suoi dintorni e altri due antichi palazzi della capitale.
Maggie Michael, MB Pell, Mari Saito e Ryan McNeill hanno così potuto constatare di persona i gravi danni causati dai raid ad alcuni importanti siti storici iraniani, alcuni dei quali protetti dall’UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite per la difesa del patrimonio culturale. In totale, i giornalisti di Reuters hanno osservato i danni causati a 11 edifici storici. Da parte loro gli esperti che monitorano l’impatto della guerra sui siti dichiarati patrimonio mondiale dell’Unesco hanno confermato i danni causati alla Ferrovia Trans-Iraniana e alla Moschea Jameh di Isfahan, nonché a una fortezza risalente a 1.800 anni fa situata vicino a grotte preistoriche abitate dall’uomo già 63.000 anni fa.

Finora l’agenzia delle Nazioni Unite non ha inviato squadre nei siti protetti e si è limitata a utilizzare immagini satellitari per valutare i danni.

I danni rilevati dai reporter e dall’UNESCO sono stati causati principalmente dalle onde d’urto sviluppate dalle bombe sganciate dai caccia, che secondo Wes Bryant, un veterano dell’aeronautica militare statunitense sentito da Reuters, possono danneggiare anche gravemente strutture situate a un chilometro di distanza dal punto di detonazione.

Sebbene nessuno dei siti storici sia stato del tutto distrutto, una bomba da 2.000 libbre, come quelle regolarmente utilizzate dalle forze israeliane e statunitensi, può generare un’onda d’urto in grado di provocare il crollo degli edifici entro un raggio di 90 metri.

Secondo otto esperti di archeologia mediorientale e di conservazione dei siti storici interpellati da Reuters, si assiste a un chiaro cambiamento nelle pratiche e nelle priorità degli Stati Uniti in materia di obiettivi, che si allontanano dalla protezione dei monumenti storici riconosciuti a livello internazionale. Questo cambiamento avviene vent’anni dopo che le diffuse critiche a una base militare americana costruita tra le rovine dell’antica città di Babilonia e il saccheggio del Museo di Baghdad spinsero il Pentagono a rivedere le proprie politiche di protezione dei siti culturali.

Tra i siti danneggiati figurano il Palazzo Golestan e il bazar di Teheran; quattro siti nella piazza Naqsh-e Jahan di Isfahan e il complesso di Chehel Sotoun. Mehrnoush Soroush, direttrice del Center for Ancient Middle Eastern Landscapes, ha affermato che il suo team ha confermato danni anche alla moschea Jameh di Isfahan e alla stazione ferroviaria di Andimeshk lungo la Ferrovia Trans-Iraniana, sito patrimonio dell’UNESCO che collega il Mar Caspio a nord-est con il Golfo Persico. Sia Soroush che l’UNESCO hanno confermato anche gli ingenti danni a Falak-ol-Aflak, un’antica fortezza nella valle di Khorramabad, nell’Iran occidentale.
Da parte sua il rappresentante iraniano presso l’UNESCO ha fornito all’organismo internazionale un elenco di ben 134 siti del patrimonio culturale che sarebbero stati danneggiati dagli attacchi.

«È semplicemente incredibile. Non avrei mai immaginato che una cosa del genere potesse accadere (…). Questi non sono siti militari», ha affermato Farshid Emami, professore associato presso il dipartimento di storia dell’arte della Rice University in Texas e autore di un libro sull’architettura di Isfahan, una città considerata a livello internazionale un gioiello culturale, spesso paragonata a Roma, Atene o Kyoto.
La Convenzione dell’Aia del 1954, un trattato dedicato alla salvaguardia del patrimonio culturale, protegge esplicitamente siti come quelli di Isfahan durante i conflitti armati. Il bombardamento intenzionale di beni culturali civili è considerato un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale, e qualsiasi attacco contro obiettivi vicini deve essere attentamente valutato in relazione ai “danni collaterali” che potrebbero causare.
Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’UNESCO nel 2017 e nuovamente lo scorso anno, citando il sostegno dell’organizzazione a “cause culturali e sociali progressiste e divisive”. La decisione del 2025 entrerà in vigore alla fine di quest’anno.

Non è la prima volta che i bombardamenti statunitensi causano gravi danni al patrimonio culturale e archeologico dei paesi attaccati.

In Iraq, il caso più eclatante è stato quello all’antica città di Babilonia, che è stata poi dichiarata patrimonio dell’UNESCO nel 2019. Le forze della coalizione hanno utilizzato Babilonia come base militare dal 2003 al 2004, scavando trincee e installando altre infrastrutture in un sito che era già stato danneggiato dalle forze di Saddam Hussein prima dell’arrivo degli americani. L’Iraq ha poi subito la distruzione della città vecchia di Mosul e il saccheggio di massa di antichità in seguito all’invasione statunitense.

In Siria, nel 2017, le forze della coalizione a guida statunitense hanno bombardato le mura di Raqqa, risalenti all’VIII secolo.

Oltre 400 studiosi e ricercatori hanno firmato una lettera in cui si condannano i danni arrecati ai siti culturali in Iran dagli Stati Uniti e da Israele. Israele ha segnalato danni a seguito di un attacco iraniano nella Città Bianca di Tel Aviv, un complesso di edifici modernisti, influenzati dal Bauhaus, risalenti agli anni ’30 e patrimonio dell’UNESCO. – Pagine Esteri