Per decenni nel racconto ufficiale della politica iraniana, i volti che emergono sono quelli delle istituzioni della Repubblica islamica: la Guida suprema, il presidente e il parlamento. Ma dopo l’attacco subito da Teheran da Israele e Usa il 28 febbraio, dietro questa superficie si muove un sistema dove il potere reale si struttura sempre di più attorno all’apparato di sicurezza. In questo spazio, Ahmad Vahidi è diventato il perno attorno a cui ruota l’equilibrio interno della Repubblica islamica.
La sua ascesa al comando delle Guardie rivoluzionarie lo scorso 1° marzo, dopo l’uccisione del generale Mohammad Pakpour da parte di Stati Uniti e Israele, non è stata una semplice sostituzione. È stata piuttosto la conferma di una traiettoria lunga decenni. In una guerra segnata da continui imposti rimpasti ai vertici, Teheran ha scelto una figura capace di garantire continuità operativa e visione strategica.
Nato nel 1958 a Shiraz, città simbolo della cultura persiana, Vahidi appartiene alla generazione che ha attraversato la rivoluzione khomeista del 1979 e ne ha plasmato gli strumenti di difesa. Entrato fin da subito nelle Guardie rivoluzionarie, ha partecipato alla costruzione dell’istituzione durante la guerra Iran-Iraq, muovendosi rapidamente verso i settori dell’intelligence. Già nei primi anni Ottanta, sotto il comando di Mohsen Rezaei, contribuiva a definire le strutture operative e i meccanismi di addestramento.
Parallelamente ha sviluppato un profilo accademico che riflette la natura ibrida del potere iraniano: lauree in ingegneria, un dottorato in studi strategici e la guida dell’Università della Difesa nazionale. Un percorso che intreccia sapere tecnico e visione militare, in linea con una leadership che considera la guerra non solo come scontro armato ma come sistema complesso.
Il passaggio decisivo nella sua carriera resta però la creazione e la guida della Forza Quds, il braccio esterno delle Guardie rivoluzionarie. Alla fine degli anni Ottanta, Vahidi fu tra gli architetti di questo strumento destinato a proiettare l’influenza iraniana oltre i confini nazionali. Anche sotto la sua direzione, la Quds ha sviluppato una rete di alleanze e milizie che si estende dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria, combinando intelligence, addestramento e supporto operativo.
È un modello di potere indiretto che ha consentito a Teheran di esercitare pressione senza esporsi in conflitti frontali. In Libano, dopo l’invasione israeliana del 1982, questa strategia contribuì alla costruzione di Hezbollah; altrove ha preso forme diverse, adattandosi ai contesti locali ma mantenendo una logica comune: moltiplicare i centri di influenza attraverso attori alleati.
Questa architettura è stata poi ampliata dal generale Qassem Soleimani, ma le sue fondamenta risalgono proprio alla fase guidata da Vahidi. Oggi, di fronte a un contesto regionale di guerra permanente, quella rete è sottoposta a pressioni crescenti. Ed è in questo scenario che il ritorno di Vahidi al vertice assume un significato preciso: riportare al centro un approccio basato sull’esperienza diretta e sulla gestione integrata dei fronti.
Nonostante le sanzioni internazionali che l’hanno colpito, la sua carriera non ha subito interruzioni. Ha ricoperto incarichi di primo piano, dal ministero della Difesa a quello dell’Interno sotto la presidenza di Ebrahim Raisi, fino alla vice guida delle Guardie rivoluzionarie alla fine del 2025. Una continuità che riflette la distanza tra il sistema giuridico internazionale e quello interno iraniano, dove il peso politico e militare prevale su ogni altra considerazione.
La sua nomina arriva dopo una sequenza di eventi che hanno decimato i vertici militari iraniani. In meno di un anno, due comandanti delle Guardie sono stati uccisi, aprendo una fase di instabilità senza precedenti. Vahidi, sopravvissuto all’attacco che ha eliminato Pakpour, ha assunto il comando in modo immediato, segnando una transizione che evidenzia la natura gerarchica e resiliente della Guardia rivoluzionaria.
Nel nuovo assetto del potere iraniano, il suo ruolo si intreccia con quello di altre figure chiave provenienti dallo stesso ambiente, in un equilibrio che distribuisce funzioni tra politica, religione e sicurezza. Ma è proprio quest’ultima dimensione a emergere come dominante. La Guardia rivoluzionaria non è più soltanto un’istituzione militare: è un attore centrale nella gestione dello Stato e della società.
In questo quadro, Ahmad Vahidi appare come il custode di un sistema che ha progressivamente spostato il baricentro verso l’apparato militare. Un uomo che opera lontano dai riflettori, ma che oggi detiene le leve decisive dell’escalation e della de-escalation. La sua traiettoria racconta, più di ogni discorso ufficiale, la trasformazione dell’Iran in una repubblica in cui la sicurezza è diventata il vero linguaggio del potere.