In Indonesia il presidente Prabowo Subianto ha trovato una definizione nuova per un problema vecchio: “terrorismo ecologico”. Mercoledì 16 settembre ha chiesto al governo e al Parlamento di valutare un inasprimento delle pene per chi appicca incendi nelle foreste e nelle torbiere e ha promesso “tolleranza zero” tanto verso i singoli quanto verso le imprese. Il giorno successivo la polizia ha comunicato di avere aperto 219 indagini, individuato 162 sospetti e avviato verifiche su 95 società.
La formula scelta dal presidente misura la gravità della situazione. Sumatra e Borneo stanno affrontando gli incendi più intensi degli ultimi undici anni. Il “super El Niño” ha prosciugato terreni e foreste; la nube di fumo ha raggiunto Malaysia e Singapore e nelle regioni indonesiane colpite sono aumentate le malattie respiratorie. Da gennaio a luglio, secondo i dati governativi citati da Reuters, sono bruciati 202 mila ettari. YKAN stima che nel solo agosto il fuoco ne abbia danneggiati altri 600 mila. La stagione delle piogge è in ritardo e il ministero delle Foreste avverte che gli incendi potrebbero continuare fino all’inizio di novembre.
Il clima, tuttavia, spiega perché il fuoco si propaghi così facilmente. Non spiega da solo perché trovi tanto materiale da bruciare.
Un’analisi di Nusantara Atlas pubblicata dal Jakarta Post all’inizio di settembre aveva individuato 285.914 ettari bruciati tra gennaio e luglio, utilizzando una metodologia diversa da quella governativa. Di questi, 68.324 – quasi un quarto – si trovavano all’interno di concessioni industriali: 15.146 ettari destinati alla palma da olio, 12.120 alle attività minerarie e 10.485 alle piantagioni per cellulosa.
È il dato che impedisce di raccontare l’emergenza come una semplice catastrofe naturale. L’Indonesia è il maggiore produttore mondiale di olio di palma e oltre venti milioni di ettari di territorio sono destinati legalmente alle piantagioni. Per decenni l’espansione agricola, mineraria e forestale ha comportato disboscamento, drenaggio delle torbiere e frammentazione delle foreste. Una torbiera prosciugata per rendere possibile la coltivazione diventa un enorme deposito di materiale combustibile: una volta incendiata, può bruciare anche sottoterra per settimane.
Il problema non è nuovo. Secondo un’altra analisi di Nusantara Atlas, alcune delle concessioni colpite quest’anno in Kalimantan registravano incendi già vent’anni fa. Tra le dieci con le maggiori superfici bruciate compaiono società della palma da olio, della cellulosa e del settore minerario controllate da gruppi indonesiani ma anche da capitali stranieri.
La responsabilità giuridica delle singole imprese deve naturalmente essere dimostrata. La presenza di un incendio dentro una concessione non significa automaticamente che l’azienda lo abbia appiccato. Ma la legislazione indonesiana prevede una responsabilità stringente dei concessionari nella prevenzione e nel controllo del fuoco. Già a fine agosto il governo stava ispezionando 19 imprese dopo avere individuato incendi su oltre 11 mila ettari delle loro concessioni.
Il rischio è che la nuova offensiva si concentri invece sui soggetti più deboli. Prabowo ha ordinato alle amministrazioni locali di cancellare anche le deroghe che permettono ai piccoli agricoltori di utilizzare il fuoco su appezzamenti limitati. Pantau Gambut ha avvertito che un’applicazione della legge rivolta principalmente contro gli individui sul terreno, senza ricostruire proprietà e responsabilità societarie, produrrebbe un effetto deterrente minimo.
La questione riguarda anche chi paga i danni. Organizzazioni ambientaliste chiedono che le società responsabili finanzino non soltanto il ripristino degli ecosistemi ma anche le cure delle persone ammalate a causa del fumo. Nel frattempo Jakarta ha mobilitato più di cinquanta velivoli per bombardamenti d’acqua e inseminazione delle nuvole; il Giappone ha inviato tre elicotteri Chinook.
Definire gli incendi “terrorismo ecologico” sposta dunque il problema dal terreno dell’emergenza a quello della responsabilità. Ma perché la definizione abbia un significato politico, la domanda decisiva non può essere soltanto chi abbia acceso materialmente un fiammifero. Deve arrivare fino al sistema di concessioni, alla trasformazione delle torbiere e al modello estrattivo che da decenni rende economicamente redditizio modificare radicalmente le foreste indonesiane.