Le politiche con cui il Sudafrica tenta di correggere alcune delle disuguaglianze prodotte da quasi mezzo secolo di apartheid sono diventate motivo di sanzione per gli Stati Uniti. Mercoledì 16 settembre il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato nuove restrizioni ai visti per funzionari sudafricani accusati da Washington di avere promosso “discriminazioni razziali” contro bianchi e altre minoranze. I nomi delle persone colpite non sono stati resi pubblici.
La risposta di Pretoria è arrivata poche ore dopo. Il ministro degli Esteri Ronald Lamola ha accusato l’amministrazione statunitense di basarsi sulla rappresentazione costruita da “gruppi marginali” che pretendono di parlare a nome degli afrikaner. Il governo ha rivendicato il proprio diritto sovrano a introdurre leggi destinate a correggere “secoli di ingiustizia razziale” e ha ricordato che superare le divisioni prodotte dall’apartheid non è una scelta ideologica dell’esecutivo, ma un mandato inscritto nella Costituzione democratica del Paese.
È il punto che scompare quasi completamente nella narrazione costruita dalla destra statunitense. A più di trent’anni dalla fine dell’apartheid, la distribuzione della ricchezza sudafricana continua infatti a riflettere profondamente la gerarchia razziale sulla quale era stato costruito il vecchio regime. Le politiche di affirmative action, il Black Economic Empowerment e la riforma fondiaria non nascono da un sistema che privilegiava storicamente la maggioranza nera, ma dal tentativo di modificare un ordine economico nel quale terra, capitale e opportunità erano stati assegnati per legge alla minoranza bianca.
L’amministrazione Donald Trump ha rovesciato questa prospettiva. Fin dall’inizio del mandato ha presentato gli afrikaner come vittime di una persecuzione razziale, rilanciando accuse di confische arbitrarie e violenze sistematiche contro gli agricoltori bianchi che Pretoria contesta. Gli Stati Uniti hanno persino aperto un canale privilegiato per accogliere afrikaner come rifugiati, mentre restringevano drasticamente l’accesso al Paese per profughi provenienti da numerose altre aree del mondo.
La questione della terra occupa il centro dello scontro. Washington contesta in particolare la legge sudafricana che consente, in circostanze limitate, espropri senza indennizzo. Il governo sostiene che la norma non autorizzi confische indiscriminate ma fornisca uno strumento per affrontare una concentrazione fondiaria che sopravvive alla segregazione legale. È proprio su questo terreno che una questione interna di giustizia redistributiva si è trasformata in uno strumento di pressione internazionale.
Le restrizioni sui visti sono infatti soltanto l’ultimo tassello. Washington ha già ridotto programmi di assistenza, compresi finanziamenti sanitari, ha escluso Pretoria dal prossimo G20 di Miami e l’ambasciatore statunitense ha avvertito che le misure annunciate da Rubio rappresentano soltanto l’inizio.
Lo scontro razziale si intreccia così con una divergenza geopolitica molto più ampia. Il Sudafrica mantiene stretti rapporti con Cina e Russia all’interno dei Brics, ha rifiutato di allinearsi automaticamente alla politica estera statunitense e ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia accusandolo di genocidio a Gaza. Pretoria è diventata uno degli Stati del Sud globale più disposti a utilizzare le istituzioni internazionali contro alleati strategici dell’Occidente.
È difficile separare completamente questa autonomia dalla crescente ostilità della Casa Bianca. Le politiche razziali sudafricane forniscono all’amministrazione Trump un terreno particolarmente efficace sul piano ideologico: consentono di trasformare misure nate per correggere gli effetti materiali dell’apartheid nella prova di una presunta persecuzione dei bianchi.
Lamola arriverà negli Stati Uniti nei prossimi giorni per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo farà mentre Washington rivendica il diritto di decidere quali politiche redistributive adottate da un altro Stato costituiscano una discriminazione sufficiente a giustificare sanzioni personali. Una controversia sui visti è diventata così una disputa molto più profonda su chi abbia il potere di stabilire come una società uscita dall’apartheid possa correggerne l’eredità.