Pagine Esteri – Il Pakistan, legato all’Arabia Saudita da un patto di reciproca assistenza militare siglato nel settembre del 2025 al quale all’inizio di agosto si è sommata anche la Turchia, starebbe valutando la possibilità di realizzare dei raid aerei contro il movimento sciita libanese Ansar Allah, meglio noto come Houthi, a seguito dei recenti attacchi che hanno colpito l’Arabia Saudita.
In un’intervista all’emittente “Geo News” il ministro della Difesa di Islamabad, Khawaja Asif, ha affermato che il cosiddetto “Patto di difesa della Mecca” potrebbe diventare operativo a partire da un intervento pakistano contro le milizie sciite dello Yemen. «Il patto stabilisce che un’aggressione contro una delle parti equivale a un’aggressione contro tutte» ha detto Asif, aggiungendo: «Il nostro è un patto di difesa congiunta. Se ci sarà un’aggressione non provocata o un’estensione di quanto sta accadendo in Yemen verso l’Arabia Saudita, il patto diventerà sicuramente operativo. Su questo non ci devono essere dubbi».
Un eventuale intervento militare del Pakistan rischia di estendere ulteriormente un conflitto che dura ormai dal 2014 e che ha prodotto un alto numero di vittime, ha ridotto lo Yemen alla fame costringendo milioni di persone a fuggire dalle proprie case ed ha causato enormi distruzioni.
La guerra civile vera e propria, alla quale poi si sono sommati altri paesi, è iniziata dopo che le milizie del movimento sciita Ansar Allah si sono scontrate contro l’esercito fedele al presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, prendendo il controllo di una vasta porzione del paese compresa la capitale Sana’a. Per impedire il tracollo totale del governo a guida sunnita, rifugiatosi nel frattempo ad Aden, nel marzo del 2015 l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente contro gli Houthi alla guida di una coalizione di paesi arabi e africani. Nonostante i massici e indiscriminati bombardamenti aerei sauditi, l’intervento straniero non è riuscito a piegare le milizie filoiraniane la cui ribellione era iniziata già nel 2004.
All’origine dell’insurrezione c’era l’organizzazione denominata “Gioventù credente”, fondata negli anni ’90 e che in seguito adottò il nome di Ansar Allah, riunendo una componente maggioritaria della comunità zaidita, una corrente dell’Islam sciita radicata nello Yemen settentrionale. La denominazione di Houthi, attribuita al movimento e alla sua milizia, deriva invece dalla famiglia di Hussein Badreddin al Houthi, leader religioso che guidò le prime fasi della ribellione sulle montagne dell’estremo nord del paese, al confine con l’Arabia Saudita, e che venne ucciso dalle forze governative nel settembre del 2004.
Dopo alcuni anni di relativa calma, durante l’estate nel paese sono di nuovo esplosi scontri armati su vasta scala, i più intensi da quando nel 2022 le Nazioni Unite riuscirono a ottenere una tregua rispettata solo in parte ma che aveva lasciato sperare in una possibile soluzione. L’escalation è iniziata dopo che il 13 luglio le forze di Riad hanno bombardato l’aereoporto internazionale di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano che ripartava in patria una delegazione che aveva partecipato ai funerali di Khamenei. Le milizie sciite hanno reagito lanciando missili contro l’aeroporto saudita di Abha e dichiarando il blocco delle navi saudite nel Mar Rosso, minacciando con alcuni lanci di missili e di droni il passaggio di alcune petroliere lungo lo stretto di Bab el Mandeb.
Poi gli Houthi hanno avviato un’offensiva contro alcuni territori controllati dal Consiglio Presidenziale, il governo sostenuto politicamente e militarmente dall’Arabia Saudita, situati sulla costa occidentale del paese e affacciati su Bab el Mandeb, in particolare la città costiera di Mokha.
I caccia sauditi hanno realizzato varie ondata di bombardamenti sulle postazioni e sulle città controllate dagli Houthi, provocando numerose vittime in particolare nel carcere di Al Jawf dove avrebbero perso la vita non solo molti detenuti ma anche donne e bambini che erano in visita.
A quel punto la milizia sciita ha deciso di colpire direttamente il territorio della maggiore potenza sunnita. Tra lunedì e martedì Ansar Allah ha lanciato decine di missili e droni contro quattro città n el sud dell’Arabia Saudita causando ingenti danni alle infrastrutture petrolifere e il ferimento di 73 persone. Secondo Yahya Saree, un ufficiale degli Houthi che funge da portavoce, la milizia ha colpito gli impianti del colosso petrolifero saudita Aramco, l’aeroporto di Abha, la base aerea di King Khalid e i centri di Khamis Mushait, Jazan e Najran.
Riad ha a sua volta reagito realizzando nuovi bombardamenti contro le milizie sciite impegnate nell’offensiva volta a rafforzare il proprio controllo sul Mar Rosso.

Mentre il Pakistan evoca la possibilità di un suo intervento militare a sostegno dell’Arabia Saudita, in quello che per ora appare soprattutto un messaggio rivolto a Teheran – nella citata intervista il ministro Asif ha affermato che anche se nel mondo musulmano esiste una diffusa “simpatia per l’Iran” lo sfruttamento di una disputa bilaterale attraverso “attori non statali” (cioè gli Houthi) avviene “a proprio rischio” – le truppe fedeli al Consiglio Presidenziale hanno scatenato a loro volta un’offensiva via terra contro le milizie sciite. Secondo il loro portavoce, Amijid al-Nuzaili, le avanguardie sarebbero giunte alle porte della capitale Sana’a, ancora in mano agli Houthi, dopo aver conquistato alcuni territori nelle province di Hodeida, Taiz e Baydah.
Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre fonti, dall’inizio della nuova escalation i morti sarebbero varie centinaia, per lo più militari ma non solo.
Come è evidente l’interminabile guerra civile yemenita si intreccia con le conseguenze regionali della reazione iraniana all’aggressione israelo-statunitense.
Il blocco dello stretto di Bab el Mandeb dichiarato dagli Houthi, infatti, minaccia fortemente gli interessi economici sauditi. Dopo l’inizio del lungo blocco iraniano dello stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita ha convogliato una parte delle esportazioni petrolifere lungo il braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa, realizzando anche alcune infrastrutture per convogliare il greggio verso la costa occidentale e lo Stretto di Bab el Mandeb invece che verso quella orientale dove è in corso il braccio di ferro tra Washington e Teheran.
Qualche giorno fa uno dei leader di Ansar Allah, Mohammad al-Bukhaiti, aveva chiarito che il suo movimento è impegnato a combattere non tanto le forze fedeli al governo di Aden, ma i loro protettori sauditi, colpevoli di aver inflitto enormi sofferenze alla popolazione attraverso il blocco imposto ai territori controllati dagli Houthi e le feroci campagne di bombardamento.
Che il “governo legittimo di Aden” sia una creatura nelle mani di Riad è evidente. Fu sotto l’egida dell’Arabia Saudita che nel 2022 venne costituito il “Consiglio presidenziale”, dopo che il presidente Hadi trasferì i propri poteri a Rashad al Alimi. L’organismo, composto da otto membri, aveva l’obiettivo di riunire tutte le componente politiche e militari ostili agli Houthi, compreso il Consiglio di Transizione del Sud (CTS), un movimento che rivendica l’indipendenza dello Yemen meridionale e che a sua volta è diventato negli anni una pedina degli Emirati Arabi Uniti, inizialmente alleati con Riad ma poi entrati in forte competizione con i sauditi.
Nel gennaio scorso, quando lo scontro tra sauditi ed emiratini – soprattutto nel Corno d’Africa – si è acuito, Riad ha bombardato le milizie separatiste e i rifornimenti di armi provenienti dagli Emirati e poi ha imposto l’espulsione dal Consiglio Presidenziale dei due rappresentanti del CTS fedeli ad Abu Dhabi. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria