Il recente incremento degli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, culminato con il colpo sferrato alla base aerea di Olenya nel circolo polare artico, ha innescato una nuova e severa fase di tensione diplomatica e militare tra Mosca e le capitali europee. La capacità di Kiev di colpire obiettivi strategici a oltre 1.800 chilometri dal confine non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica del conflitto, ma agisce da catalizzatore per un mutamento della dottrina di sicurezza del Cremlino, che ora minaccia apertamente risposte dirette contro i paesi della Nato.

Al centro della disputa si pone l’utilizzo di sistemi d’arma avanzati forniti dall’Occidente, come i missili Atacms e Storm Shadow. Sebbene le autorità ucraine abbiano rivendicato lo sviluppo di tecnologie autoctone, inclusi droni a lunghissima gittata, Mosca sostiene che tali operazioni siano possibili solo grazie al supporto di intelligence, puntamento satellitare e assistenza tecnica dei paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Questa percezione ha spinto la leadership russa a dichiarare che il coinvolgimento europeo ha ormai superato la soglia della complicità indiretta, configurandosi come una partecipazione attiva alle ostilità.

Le minacce di ritorsione si sono concentrate in particolare sulla possibilità di colpire infrastrutture logistiche e basi militari in Europa utilizzate per il transito degli armamenti diretti al fronte. Funzionari del Cremlino hanno ipotizzato l’impiego di missili ipersonici e altre testate di precisione contro centri di comando o depositi. Il ministero della Difesa russo ha reso noto un elenco di 21 stabilimenti industriali, dislocati tra Italia, Germania, Regno Unito, Danimarca, Spagna, Repubblica Ceca, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Turchia e Israele, identificati come centri di produzione di droni o componenti destinati a Kiev.

Tabella che elenca le imprese estere produttrici di componenti, con dettagli su produttori, indirizzi e tipologie di droni e componenti prodotti.

Per quanto riguarda il territorio italiano, la lista colpisce quattro aziende situate in Piemonte, Lombardia e nel veneziano. La dichiarazione del ministero russo ha messo in allarme l’Europa: “I vertici di diversi paesi europei hanno deciso di aumentare la produzione e la fornitura di velivoli senza pilota all’Ucraina per sferrare attacchi sul territorio russo. È previsto un aumento significativo della produzione attraverso un aumento dei finanziamenti alle imprese ucraine e associate che producono droni d’attacco e i loro componenti situate nel territorio dei paesi europei. Riteniamo che questa decisione sia un passo deliberato che porterà a una forte escalation della situazione militare e politica in tutto il continente europeo e alla progressiva trasformazione di questi paesi in una retrovia strategica per l’Ucraina. L’attuazione degli scenari di attacchi terroristici contro la Russia da parte dei presunti UAV ucraini, dichiarati dal regime di Kiev, porta a conseguenze imprevedibili. Le mosse dei leader europei stanno trascinando sempre più questi paesi nella guerra con la Russia. L’opinione pubblica europea dovrebbe non solo comprendere chiaramente le cause alla base delle minacce alla propria sicurezza, ma anche conoscere gli indirizzi e l’ubicazione delle aziende”.

Parallelamente alla retorica bellica, si registra un preoccupante irrigidimento della dottrina nucleare russa. Mosca ha ribadito che l’integrità territoriale e la sopravvivenza dello Stato sono i pilastri che giustificherebbero l’uso di armamenti non convenzionali. L’estensione del raggio d’azione di Kiev, che ora tocca asset strategici legati alla deterrenza nucleare russa, viene interpretata come una minaccia esistenziale. Questo scenario solleva il rischio di un’escalation incontrollata, in cui un errore di calcolo o un’interpretazione errata di un attacco convenzionale potrebbe innescare una reazione atomica “di avvertimento”.

In ambito europeo, la risposta alle minacce è duplice. Da un lato, i governi di frontiera e quelli più attivi nel sostegno militare mantengono la linea della legittima difesa, sostenendo che l’Ucraina ha il diritto di colpire le basi da cui partono i bombardamenti quotidiani sulle proprie città. Dall’altro, cresce la preoccupazione per la vulnerabilità delle proprie reti energetiche e dei cavi sottomarini, potenziali bersagli di sabotaggi o attacchi diretti definiti “ibridi”. La sicurezza del continente appare dunque sempre più legata agli sviluppi di una guerra che non riconosce più confini geografici definiti.

Intanto il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emesso, nella giornata di venerdì 17 aprile 2026, una nuova licenza generale che estende temporaneamente la possibilità di acquistare carichi di petrolio russo già in navigazione. La misura, che resterà in vigore fino al 16 maggio, rappresenta una significativa inversione di rotta rispetto alle dichiarazioni rilasciate solo quarantotto ore prima dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, il quale aveva escluso categoricamente il rinnovo delle deroghe scadute l’11 aprile.

Questa decisione si inserisce in un quadro di estrema instabilità dei mercati energetici globali, causata dal conflitto in corso tra gli Stati Uniti e l’Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per circa il 20% del transito mondiale di idrocarburi, ha provocato uno shock dell’offerta che ha spinto i prezzi del greggio verso i 100 dollari al barile. La Casa Bianca ha dunque optato per una strategia di flessibilità pragmatica, volta a immettere sul mercato circa 100 milioni di barili di petrolio russo attualmente “sull’acqua”, nel tentativo di mitigare l’inflazione energetica interna e internazionale.

La deroga, definita dai tecnici del Tesoro come una misura “strettamente mirata e a breve termine”, si applica esclusivamente ai prodotti petroliferi caricati sulle navi prima della mattina di venerdì. L’obiettivo dichiarato è quello di proteggere i partner commerciali degli Stati Uniti — con particolare riferimento a grandi importatori come l’India — da sanzioni secondarie onerose in un momento di carenza di alternative energetiche nel Golfo Persico.

Tuttavia, la mossa ha sollevato forti critiche in ambito parlamentare a Washington. Molti esponenti del Congresso contestano l’opportunità di concedere quello che viene percepito come un polmone finanziario a Mosca, proprio mentre la Russia fornisce supporto strategico all’Iran nel conflitto mediorientale. Gli analisti sottolineano come il Cremlino stia beneficiando paradossalmente dell’aumento dei prezzi generato dalla crisi, con le proprie previsioni di crescita economica riviste ora al rialzo dal Fondo Monetario Internazionale.