Pagine Esteri – Teheran aveva avvisato il blocco sunnita e gli Stati Uniti che, se fossero proseguiti gli attacchi contro l’Iran, a venire bloccato non sarebbe stato soltanto lo strategico stretto di Hormuz, ma anche l’altrettanto importante stretto di Bab el-Mandeb, sul lato opposto della penisola arabica.
E così è stato, grazie alla scesa in campo del movimento Ansar Allah – noto come “Houthi” – dello Yemen, che nelle ultime settimane sarebbe stato rifornito di armi tecnologicamente avanzate accompagnate da un certo numero di consiglieri militari e tecnici iraniani.
È soprattutto contro l’Arabia Saudita che si rivolge la mossa dell’”asse della resistenza” che fa capo a Teheran, proprio mentre Riad è impegnato in un vitale ma complicato negoziato con Washington per la fornitura di tecnologie nucleari che preoccupa Tel Aviv ma anche vari ambienti statunitensi anche interni all’amministrazione Trump. L’accordo di cooperazione nucleare – che però secondo Trump dovrebbe essere subordinato al riconoscimento di Israele da parte di Riad – potrebbe infatti permettere ai sauditi di produrre uranio arricchito, processo che Washington e Tel Aviv non tollerano assolutamente che venga realizzato dall’Iran.
Nelle scorse ore alcuni missili hanno raggiunto due petroliere saudite – la Encelia e la Layla – danneggiandole seriamente, e chiarendo al capofila del blocco sunnita che le minacce non sarebbero rimaste sulla carta e che continuare a spalleggiare Israele e Stati Uniti causerà un costo notevole all’Arabia Saudita, che subisce il blocco delle esportazioni di greggio. Dopo il prolungato blocco dello Stretto di Hormuz, Riad è stata infatti costretta a deviare una parte rilevante del greggio estratto verso il porto di Yanbu che si affaccia sul Mar Rosso.
Il blocco navale dichiarato lo scorso 20 luglio, hanno spiegato i dirigenti di Ansar Allah – movimento sciita yemenita – rappresenta nello specifico la risposta al bombardamento dell’aeroporto di Sana’a, avvenuto il 13 luglio, da parte di Riad che voleva impedire l’atterraggio di un aereo iraniano presumibilmente carico di aiuti militari.
Per ora non si tratta di una chiusura effettiva dello stretto e il traffico navale prosegue in maniera parziale, ma dal 20 luglio varie petroliere e porta-container saudite o che trasportavano greggio o merci saudite, hanno fatto marcia indietro per evitare rischi. Anche in assenza di altri attacchi, le minacce potrebbero condurre ad un netto aumento dei premi assicurativi spingendo gli armatori a scegliere la rotta attorno al Capo di Buona Speranza che però allunga i tempi di percorrenza di almeno dieci giorni.

Le conseguenze del blocco, per quanto parziale, di Bab el Mandeb, non si sono fatte attendere, con il Brent che è salito ieri già a 100 dollari al barile. Ma se l’azione dovesse continuare i danni all’economia mondiale potrebbero diventare ancora più rilevanti, visto che dal braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa passa non solo una quota rilevante del greggio saudita ma anche un 12% del commercio mondiale, parte del quale diretto verso il Canale di Suez minacciato a sua volta dagli Houthi come ulteriore forma di pressione nei confronti di Washington, Tel Aviv e paesi arabi.
Secondo i dati dell’Energy Information Administration nello stretto collega il Mar Rosso al Golfo di Aden transitano mediamente circa 5,4 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati al giorno, pari al 5,7% dei flussi mondiali, oltre a 82 milioni di metri cubi di gas naturale.
La nuova escalation mette a rischio il fragile equilibrio costruito dopo la tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile del 2022, che, pur formalmente scaduta sei mesi dopo, aveva fortemente diminuito gli attacchi incrociati tra Ansar Allah e l’Arabia Saudita. Il presidente del cosiddetto “Consiglio presidenziale yemenita”, Rashad al Alimi (espressione degli interessi sauditi nel paese) ha invitato a porre fine al “colpo di Stato” realizzato dagli Houthi nel 2014, quando il movimento sciita concentrato nel nord del paese ha conquistato la capitale Sana’a costringendo alla fuga il regime sunnita sostenuto da Riad che ha reagito organizzando una coalizione militare anti-sciita.
Oltre ad una gravissima emergenza sanitaria e umanitaria, il lungo conflitto ha causato una estrema frammentazione dello Yemen. Gli Houthi controllano la capitale, il porto di Hodeida e gran parte delle regioni nord-occidentali mentre il fronte sunnita – che comprende il governo riconosciuto internazionalmente, alcune milizie locali e un movimento separatista sostenuto in diversa misura da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (in competizione tra loro) – gestisce il resto del paese. – Pagine Esteri