A Khan Younis tra cumuli di cemento sbriciolato e ferri contorti, i palestinesi trasformano i resti della distruzione in materia prima per tentare di ricominciare. Frantumano macerie, separano metalli, recuperano ciò che può essere riutilizzato per rifare il manto stradale delle vie cancellate dalle bombe israeliane. È una ricostruzione povera, che nasce dall’urgenza. Eppure va avanti.

Il progetto è coordinato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) e rappresenta uno dei primi tentativi concreti di avviare una riabilitazione urbana, seppur limitata. In un contesto segnato da paralisi diplomatica e politica. Il piano per Gaza avanzato da Donald Trump è fermo a una costruzione teorica, subordinata alle condizioni imposte da Israele: Hamas deve disarmare completamente o due milioni di palestinesi resteranno nelle tende e tra le macerie.

Secondo Alessandro Mrakic, responsabile dell’ufficio Undp a Gaza, la sfida è senza precedenti nella storia recente. Nella Striscia si sono accumulate circa 61 milioni di tonnellate di macerie, una massa enorme che ostacola la sopravvivenza quotidiana. I detriti bloccano interi quartieri, impediscono l’accesso ai pozzi d’acqua e agli ospedali, soffocano le attività economiche residue. “Oltre alla raccolta, abbiamo iniziato a selezionarle, a frantumarle e a riutilizzarle”, spiega Mrakic ai giornalisti di Gaza. “Abbiamo già impiegato quasi la stessa quantità di materiale che siamo riusciti a rimuovere”.

Distruzioni a Gaza City

Finora, tuttavia, i numeri raccontano una sproporzione evidente tra bisogni e capacità operative: appena 287.000 tonnellate di detriti sono state sgomberate. Una quantità che lo stesso Mrakic definisce “solo la punta dell’iceberg”. Anche ipotizzando condizioni ideali, con accesso continuo a carburante e macchinari, la bonifica completa richiederebbe almeno sette anni. Una previsione che appare persino ottimistica.

Sul terreno, il lavoro procede lentamente e sotto minaccia. Prima di rimuovere le macerie, ogni area deve essere controllata per la presenza di ordigni israeliani inesplosi. Un passaggio indispensabile che rallenta ulteriormente le operazioni. I rischi non si limitano agli esplosivi: molti cantieri sorgono vicino alla “linea di gialla” che delimita il 53% (almeno) del territorio di Gaza occupato da Israele, esponendo i lavoratori al pericolo di spari dei soldati. Per gli operai palestinesi è un pericolo costante.

Eppure, tra le rovine, si tenta di ristabilire una forma di normalità. Le squadre locali utilizzano il materiale recuperato per riparare strade, creare spazi per rifugi temporanei, allestire cucine comunitarie. Ogni tratto di asfalto ricostruito rappresenta un collegamento ristabilito, una zona che seppur in piccola parte torna a funzionare. “La guerra è finita, ma questo è l’inizio di una nuova guerra”, racconta all’agenzia Reuters Sobhi Dawoud, 60 anni, sfollato che vive in un campo di tende a Khan Younis. “È la guerra della ricostruzione: rimuovere macerie, ripristinare elettricità, acqua, fognature, scuole”

Secondo i calcoli congiunti di Unione europea, Onu e Banca Mondiale, serviranno 71,4 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per riportare Gaza a condizioni minime di vivibilità.

Mentre si prova a ricostruire strade e infrastrutture, un’altra emergenza continua a minare la ripresa: l’acqua. Un rapporto di Medici Senza Frontiere accusa Israele di aver utilizzato sistematicamente l’accesso alle risorse idriche come strumento di pressione sulla popolazione civile. Secondo l’organizzazione, circa il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie della Striscia è stato distrutto o danneggiato: impianti di desalinizzazione, pozzi, condutture, sistemi fognari.

La scarsità è diventata cronica e pervasiva. Tra maggio e novembre 2025, una distribuzione su cinque di acqua potabile non è riuscita a soddisfare la domanda. Le restrizioni sull’ingresso di carburante, generatori e materiali essenziali hanno aggravato ulteriormente la crisi: un terzo delle richieste di MSF per l’ingresso di forniture idriche è stato respinto o non ha ricevuto risposta. Anche le forniture approvate, in diversi casi, sono state bloccate successivamente ai valichi.

Le conseguenze si riflettono direttamente sulla salute pubblica. Nel 2025, le malattie della pelle hanno rappresentato circa il 18% delle visite mediche, mentre tra maggio e agosto quasi il 25% della popolazione ha sofferto di disturbi gastrointestinali. La mancanza d’acqua diventa un moltiplicatore di malattie.