PAGINE ESTERI – il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025 continua a essere violato da attacchi militari israeliani, bombardamenti e continue vittime. Cinque palestinesi sono stati uccisi nelle ultime ore nella Striscia di Gaza in due distinti raid aerei israeliani. La prima incursione ha colpito una folla nei pressi del parco municipale di Gaza City, una zona densamente popolata da famiglie palestinesi sfollate: due persone sono state uccise e diverse altre ferite. Più tardi un secondo raid ha centrato un veicolo nel quartiere di Tel al-Hawa, nella parte occidentale della città, uccidendo altre tre persone. I corpi sono stati portati all’ospedale Al Shifa.
L’esercito israeliano afferma che entrambi gli attacchi erano diretti contro militanti di Hamas e di aver colpito nel quartiere di Sabra l’ufficiale Omar Saraj e un altro membro dell’ala militare del movimento islamista.
All’Al Shifa, parenti e amici hanno accompagnato due delle vittime. «Non c’è cessate il fuoco. Non c’è stato un solo giorno positivo a Gaza dal 7 ottobre 2023», ha raccontato Amjad Abu Abdo, parente di una delle persone uccise nel primo attacco. «Lo giuro, non dormiamo per il rumore dei droni. Si dorme con la paura di essere colpiti».
Secondo il ministero della Sanità di Gaza, dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 73.000 palestinesi. Il bilancio aggiornato al 31 agosto indicava 73.456 morti e 174.496 feriti. Oltre 1.300 palestinesi sarebbero stati uccisi dall’entrata in vigore della tregua.
La tregua firmata nell’ottobre 2025 prevede tra l’altro il ritiro israeliano da Gaza e il disarmo di Hamas. L’attuazione rimane però bloccata. Hamas accusa Israele di violare l’accordo, mentre Israele sostiene che non si ritirerà se prima Hamas non avrà ceduto tutte le sue armi.
È in questo scenario che assume particolare rilievo l’inchiesta pubblicata dal quotidiano Haaretz. Il lavoro, durato mesi, ha incrociato immagini satellitari, video, informazioni delle Nazioni Unite, testimonianze di palestinesi e dichiarazioni di soldati e comandanti israeliani. Secondo il giornale, la collaborazione tra esercito israeliano, Shin Bet e alcune milizie palestinesi mercenarie sarebbe andata ben oltre il semplice coordinamento sul terreno, trasformando progressivamente questi gruppi in un «braccio operativo» delle forze israeliane nella Striscia. Alcune milizie ricevono aiuto militare diretto da Israele e, in determinate circostanze, assistenza diretta, compresa la copertura di artiglieria e la protezione mediante droni. Il rapporto tra soldati e miliziani sarebbe diventato molto stretto da produrre anche situazioni paradossali.
Haaretz individua cinque principali gruppi armati attivi a Beit Hanoun, Shuja’iyya, Deir al-Balah, Khan Younis e Rafah. Alcuni conterebbero centinaia di membri. La loro vicinanza alla cosiddetta «linea gialla», che separa le aree controllate dall’esercito israeliano da quelle dove Hamas mantiene una presenza, consentirebbe loro di accedere più facilmente ai territori controllati dal movimento islamista.
Uno dei casi più significativi riguarda la milizia legata al nome di Yasser Abu Shabab, ucciso nei mesi passati, attiva nell’area orientale di Rafah. Secondo l’inchiesta, nel suo complesso sono state realizzate fortificazioni, installati blocchi di cemento e roulotte climatizzate e costruiti un cortile, una moschea, negozi e persino un’area giochi per bambini. Parte dell’equipaggiamento proviene da Israele.
Fin dalle prime fasi dell’offensiva contro Gaza, Israele aveva valutato l’utilizzo di gruppi locali ostili ad Hamas come alternativa al movimento islamista nella gestione di parti della Striscia, anche per il rifiuto del governo israeliano di consentire all’Autorità Nazionale Palestinese di assumere un ruolo a Gaza. Nel giugno 2025 Benyamin Netanyahu ha riconosciuto pubblicamente che Israele aveva attivato milizie mercenarie sulla base delle raccomandazioni dei propri servizi di sicurezza.
Le milizie non sarebbero utilizzate soltanto per combattere Hamas, ma anche per entrare in zone difficilmente accessibili ai soldati israeliani, raccogliere informazioni, recuperare materiale e contribuire al controllo del territorio.
L’inchiesta documenta inoltre il loro presunto coinvolgimento nello sfollamento della popolazione. Testimonianze palestinesi e informazioni dell’Onu descrivono casi nei quali uomini armati avrebbero ordinato ai residenti di lasciare le proprie abitazioni, talvolta sostenendo che gli ordini provenissero dalla parte israeliana. Sono inoltre riportate testimonianze relative a sparatorie, saccheggi e incendi di case.
Un ufficiale dell’aeronautica israeliana ha raccontato al giornale di aver osservato attraverso un drone, alla presenza di un agente dello Shin Bet, l’arrivo di uomini armati a bordo di pick-up. I miliziani avrebbero sparato contro residenti, saccheggiato edifici e poi appiccato il fuoco alle abitazioni.
Nel nord della Striscia, intanto, le forze di «deterrenza» di Hamas hanno denunciato piani delle milizie collaborazioniste per uccidere circa 80 beduini, tra cui donne e bambini, rifugiati nella scuola Al-Shuqairi. Secondo Hamas, membri pentiti delle bande avrebbero riferito che esponenti della milizia guidata da Ashraf al-Mansi avevano umiliato e insultato i beduini, provocando scontri armati. Le violenze sarebbero terminate dopo l’intervento delle forze israeliane a favore della milizia.