Il centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele, Adalah, ha denunciato quella che definisce una vera e propria “politica criminale di abusi, violenze fisiche e umiliazioni sistematiche” perpetrata dalle autorità e dalle forze militari israeliane contro gli oltre 400 attivisti internazionali della Flottiglia per Gaza (Global Sumud Flotilla), intercettata in acque internazionali e scortata fino al porto di Ashdod. L’allarme dell’organizzazione umanitaria arriva in concomitanza con una durissima reazione diplomatica internazionale, scatenata dalla pubblicazione di alcuni video diffusi sui social network, tra cui uno condiviso dallo stesso ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, l’esponente della destra radicale Itamar Ben-Gvir.

Il video diffuso dal ministro israeliano della sicurezza internazionale, Itamar Ben Gvir

Gli avvocati di Adalah e il team di legali volontari che sono riusciti ad accedere alle strutture portuali di Ashdod per fornire assistenza hanno raccolto decine di testimonianze dirette dai detenuti. Secondo i rapporti dell’organizzazione, gli attivisti – tra cui figurano numerosi cittadini europei, britannici, italiani e sudcoreani – sono stati sottoposti a gravi violenze sia durante l’arrembaggio alle imbarcazioni, sia a bordo dei mezzi militari, sia all’arrivo sulla terraferma.

Nelle testimonianze raccolte dai legali emergono abusi fisici e torture psicologiche legati all’uso di taser e proiettili di gomma durante le fasi di intercettazione, con tre attivisti ricoverati in ospedale e decine che presentano sospette fratture costali e gravi problemi respiratori derivanti dai pestaggi. Viene inoltre denunciato l’uso sistematico di posizioni di costrizione, con i detenuti obbligati a rimanere inginocchiati per ore, piegati in due con la testa rivolta verso il pavimento e le mani bloccate da fascette di plastica, spesso esposti direttamente al sole. A questo si aggiungono umiliazioni e molestie sessuali, con diverse donne che hanno denunciato il violento strappo del proprio hijab, ed episodi di degradazione verbale in cui gli attivisti sono stati costretti a intonare canti o a ripetere dichiarazioni di sottomissione a Israele sotto coercizione.

Il team legale riporta violazioni sistemiche del giusto processo e abusi fisici e psicologici diffusi da parte delle autorità israeliane, parlando in una nota ufficiale di un numero elevatissimo di denunce per violenza estrema.
La tensione è degenerata in una crisi diplomatica internazionale dopo che il ministro Itamar Ben-Gvir ha pubblicato un video in cui lo si vede deridere e provocare gli attivisti legati e costretti a terra nel porto, accompagnando le immagini con la didascalia “Welcome to Israel”. In altri filmati trasmessi dall’emittente israeliana Channel 14, i detenuti vengono mostrati costretti in ginocchio mentre in sottofondo viene suonato l’inno nazionale israeliano.

Parallelamente, la ministra dei Trasporti Miri Regev ha liquidato pubblicamente gli attivisti definendoli “sostenitori del terrore drogati di alcol”.
Il video ha suscitato l’immediata condanna dei leader internazionali. La presidenza del Consiglio italiana ha definito il trattamento dei dimostranti “inammissibile e lesivo della dignità umana”, mentre i ministeri degli Esteri di Spagna e Regno Unito hanno parlato di immagini “mostruose, vergognose e disumane”. Anche il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, e i governi di Corea del Sud e Australia hanno chiesto spiegazioni e l’immediato rilascio dei cittadini trattenuti.

Il coro di condanne globali ha costretto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a prendere pubblicamente le distanze dalla condotta e dalle pubblicazioni di Ben-Gvir a poche ore dalla diffusione del video.
Adalah ha contestato la legittimità stessa dell’operazione, parlando di “rapimento illegale” in quanto l’intercettazione dei circa 50 scafi della flottiglia umanitaria è avvenuta in acque internazionali. L’organizzazione ha inoltre denunciato le “gravi restrizioni d’accesso” imposte dalle autorità, che hanno impedito ai legali di incontrare e verificare le condizioni di tutti i prigionieri.

Nel frattempo, gli organizzatori della flottiglia hanno reso noto che oltre 87 attivisti rimasti in stato di fermo hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e in solidarietà con i prigionieri palestinesi. Tel Aviv sta procedendo con le deportazioni degli attivisti e le prime testimonianze dirette che arrivano confermano pestaggi e violenza estrema. La maggioranza degli attivisti sarà trasferita all’aeroporto di Ramon, del Negev, e da lì deportata all’estero. Pagine Esteri