Comunicato
Martedì 21 aprile 2026
Dipartimento di Scienze dell’Università degli Studi Roma Tre
Viale G. Marconi n. 446- Aula 1
h. 14:00-18:00
I conflitti armati non distruggono solo vite umane: stanno contribuendo in modo significativo anche alla crisi ambientale globale. Oggi al mondo si contano 56 conflitti attivi, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Secondo dati ONU, 97 Paesi hanno registrato un calo della pace, mentre 92 sono coinvolti in conflitti oltre i propri confini, segno di una crescente internazionalizzazione delle guerre.
Oltre al costo umano, aumenta anche quello ambientale. La guerra in Ucraina ha generato 120 milioni di tonnellate di gas serra, solo nel primo anno, pari alle emissioni annuali di un Paese come il Belgio. Più di 12.000 km2 di foreste sono stati distrutti e circa un terzo delle aree protette ha subito danni.
Il conflitto a Gaza, intensificatosi nell’ottobre 2023, ha provocato danni ambientali definiti “senza precedenti” da valutazioni preliminari dell’UNEP, rendendo la Striscia de facto inabitabile. L’impatto include la distruzione massiccia del suolo, l’inquinamento delle risorse idriche e significative emissioni di gas serra. Già ora, quasi il 40% dei terreni agricoli nel nord è stato distrutto, mentre 39 milioni di tonnellate di detriti, spesso contaminati da sostanze tossiche, aggravano la situazione.
Complessivamente, le attività militari sono responsabili di circa il 6% delle emissioni globali di gas serra. Anche le risorse idriche risultano compromesse: in Siria, le operazioni militari hanno causato una riduzione del 30% della qualità dell’acqua.

Parallelamente, il cambiamento climatico sta amplificando i rischi di conflitto. Il rapporto 2025 dell’Institute for Economics & Peace evidenzia che nelle aree dove le piogge sono sempre più irregolari e concentrate si registrano fino a quattro volte più morti rispetto alle regioni con clima più stabile. Nel 2024, i disastri naturali hanno provocato 45 milioni di sfollati interni in 163 Paesi, il dato più alto degli ultimi anni.
«I conflitti armati e la crisi climatica sono sempre più interconnessi, dando origine a un circolo vizioso che rende difficile affrontare separatamente le sfide della sicurezza e della sostenibilità globale – dichiarano gli organizzatori del workshop, docenti di Roma Tre – per questo abbiamo ritenuto cruciale aprire, in ambito accademico, uno spazio di confronto interculturale sugli effetti antropici dei conflitti e sulla crescente militarizzazione delle risorse ambientali».
Nel corso del workshop dal titolo “Effetti antropici dei conflitti: la guerra e il suo impatto sul pianeta” – che si terrà il 21 aprile 2026 presso l’Aula 1 del Dipartimento di Scienze dell’Università degli Studi Roma Tre, dalle 14 alle 18 – interverranno in modalità ibrida ospiti nazionali – in presenza – ed internazionali – da remoto – provenienti da alcune delle più autorevoli realtà impegnate nello studio dell’impatto climatico dei conflitti. Tra questi, Doug Weir, direttore del CEOBS (Centre for Conflict and Environment Observatory) e Stuart Parkinson, direttore esecutivo di Scientists for Global Responsibility (SGR), due organizzazioni britanniche che collaborano con le Nazioni Unite nel monitoraggio degli impatti ambientali e climatici dei conflitti. Sarà inoltre presente Naser Almhawish, un rappresentante della Syria Public Health Network, un’organizzazione non governativa anglo-siriana attiva durante il conflitto siriano nella gestione della crisi sanitaria e nello studio degli effetti dell’inquinamento delle falde acquifere.
Interverranno anche esponenti del mondo accademico, che approfondiranno temi quali gli impatti climatici dei conflitti, l’ecocidio legato al protrarsi della guerra a Gaza, le conseguenze dell’inquinamento delle falde sull’ecosistema, nonché gli effetti economici e sociali dei conflitti, inclusi quelli di lungo periodo derivanti dalla distruzione delle infrastrutture, comprese quelle educative.
«Ci auguriamo – concludono gli organizzatori – che questo rappresenti il primo passo verso una nuova consapevolezza e l’avvio di percorsi innovativi nella ricerca e nella didattica».
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